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A giudizio degli economisti del nostro tempo, quel
che i classici hanno detto di utile si trova nella tradizione
marginalista. Non è di questo avviso Paolo Sylos Labini, che nel suo
ultimo libro ribadisce la sua critica radicale agli strumenti della
scuola neoclassica.
La struttura fondamentale della teoria oggi ancora
dominante è statica e perciò refrattaria all’analisi dello sviluppo.
Il suo nucleo essenziale, infatti, è costituito dalla teoria
dell’equilibrio economico generale che ignora le innovazioni o le
introduce solo con espedienti formali. Una delle ragioni principali
dell’abbandono del punto di vista dinamico, intrinseco all’economia
classica, avvenuto con la svolta marginalista degli anni 70 dell’800,
fu la voglia di imitare le scienze sperimentali che usavano ampiamente
la matematica. Ma, mentre è agevole usare la matematica per i problemi
statici, ricorda l’autore, lo stesso non si può dire per quelli
dinamici; e questa difficoltà fissò una matrice statica che la teoria
neoclassica non è riuscita a superare.
Una considerazione diversa va invece fatta per
Keynes: lo schema elaborato nella Teoria Generale, infatti, a
differenza della teoria neoclassica tradizionale, è suscettibile di
sviluppi dinamici. |
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Mantenere l’analisi sul terreno statico è
grave soprattutto in una fase storica, quella attuale, in cui le
innovazioni svolgono un ruolo di enorme rilievo e sconvolgono non solo
la vita economica, ma anche quella sociale. È per questo che occorre
tornare ai classici che considerarono lo sviluppo come il problema
centrale e affrontarono temi come la produttività del lavoro, le cause
del progresso tecnico e i loro effetti sull’occupazione, sulla
distribuzione del reddito, sui prezzi. Si tratta di temi di
fondamentale rilevanza per capire i sistemi economici soprattutto in
un’epoca come la |
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nostra, caratterizzata da straordinarie
innovazioni tecnologiche, organizzative, istituzionali.
Con questo libro Sylos Labini affronta in modo
magistrale le questioni economiche più rilevanti che sono di fronte a
noi, tornando alle fonti, a partire da Adam Smith, il fondatore della
teoria economica moderna. Occorre riprendere l’oggetto di studio e gli
strumenti analitici di economisti come Ricardo, Marx, Sraffa, per
comprendere i fenomeni economici di oggi. Ci sono infatti questioni,
come ad esempio la caduta dell’occupazione in Europa negli anni
1973-85 o il forte indebolimento della produttività negli Usa negli
anni 1978-82, che gli economisti neoclassici non sono riusciti a
spiegare e che viceversa possono essere agevolmente chiariti da un
approccio classico. La teoria deve trarre nuovamente alimento
dall’interpretazione della storia, bisogna tornare cioè a una
combinazione di storia e teoria a quell’approccio logico-storico che
Schumpeter ha chiamato path dependence, in base al quale i fenomeni
economici dipendono dal percorso precedente. La matematica può essere
utile, ma va adoperata in modo avveduto; essa garantisce rigore, ma il
rigore è solo uno dei due requisiti delle proposizioni scientifiche,
l’altro essendo la rilevanza. Non c’è, quindi, contraddizione tra
storia e matematica, quello che veramente importa è il tipo di
approccio. In altre parole, matematica e formalizzazioni non possono
essere utilizzate soltanto per assicurare un’apparente solidità ai
ragionamenti economici, per formulare banali modelli econometrici.
Torniamo ai classici è un libro fresco, che
combina in poche pagine, solo come un grande intellettuale può fare,
storia del pensiero, teoria economica e indagine empirica. Sintesi e
senso sono riassunti bene nel sottotitolo: “Produttività del lavoro,
progresso tecnico e sviluppo economico”. Nel testo non mancano analisi
e proposte incisive per contrastare il declino della nostra economia.
L’Italia non cresce, ci ricorda l’autore, perché non investe in
qualità del lavoro, in ricerca e formazione e quindi nel capitale
umano che è la vera sorgente della ricchezza, la risorsa che può
ridare qualità e creatività alle nostre industrie e ai nostri servizi.
Non bisogna mai dimenticare, inoltre, che avanzamento economico e
sviluppo civile si tengono insieme. È per questo che, nelle
conclusioni, Sylos Labini sostiene che per arrivare ad un mondo
preferibile rispetto a quello che conosciamo occorre combattere la
corruzione e proporre tre obiettivi: il rilancio dell’Europa, la
difesa dell’ambiente, anche quando è in contrasto col profitto, lo
sradicamento della miseria – miseria che trova nell’Africa sub
sahariana le sue punte massime –. Questa, sostiene l’autore
nell’Appendice al libro che analizza le prospettive dell’economia
mondiale, sarebbe una strategia capace anche di offrire ideali degni
di essere perseguiti dalle nuove generazioni in alternativa
all’ossessiva caccia ai soldi che oggi immiserisce la vita sociale dei
paesi sviluppati.
Parole in cui c’è tutta la passione civile di un
grande intellettuale che non si limita ad analizzare la crisi profonda
che attraversa il paese, ma che è impegnato con tutte le sue forze
nella battaglia politica, consapevole che senza un sussulto morale e
civile la società italiana non può riprendere il sentiero della
crescita e contrastare il declino. |