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Riflettere sulla democrazia, negli ultimi anni, è
diventato di moda. Almeno se ci riferisce alla sua esportabilità.
Altra questione è un ragionamento non conformista su cosa sia
divenuta, qui in Occidente, la pratica politica che dovrebbe
consentire a tutti di partecipare alla gestione (ed eventuale
trasformazione) della cosa pubblica. E' precisamente il tema su cui si
è misurata non da oggi Hilary Wainwright, giornalista britannica e
studiosa dei problemi della global governance. Il suo punto di
partenza è assolutamente pragmatico: "Scrivo da un paese che sostiene
di essere una democrazia, addirittura la "madre delle democrazie",
dove il primo ministro dice di governare nel nome della gente anche se
la maggioranza degli elettori ha votato per altri partiti o si è
addirittura astenuta.
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Vengo da un paese- aggiunge l'autrice- in cui il
32 per cento di partecipazione elettorale è considerato un "buon
risultato" e l'afflusso alle elezioni locali è di un misero 11 per
cento. Questa non può essere chiamata semplicemente apatia". A questa
primo dato di fatto è possibile far seguire immediatamente due
considerazioni che ci introducono anche alle vicende italiane. Come
sottolineato anche da Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil,
durante la presentazione in Italia del volume della Wainwright, oggi
la nostra situazione è assai più simile a quella britannica di quanto
non fosse venti anni fa. |
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Alle politiche neoliberiste si sono infatti sommate
la crisi politica esplosa dopo il 1989 e l'instaurarsi di un sistema
bipolare (sia pure sui generis). Inoltre, anche in Italia è ormai
costante un calo dell'affluenza alle urne, anche se il livello rimane
di gran lunga superiore a quello registrato nelle democrazie
anglosassoni. Questa similitudine è stata colta anche dalla studiosa
britannica, che non a caso dedica largo spazio alle esperienze di
democrazia partecipativa che hanno contraddistinto alcune città
italiane. Il ruolo di progenitrice va a Bologna (ma anche a Reggio
Emilia) dove fin dai primi anni '70 il movimento femminista seppe
cogliere le necessità imposte dalle trasformazioni sociali e chiese
con forza la creazione di scuole per l'infanzia. Il dialogo con le
istituzioni locali (e con le punte più avanzate della riflessione
pedagogica) diede i suoi frutti, facendo di quegli asili nido un
esempio studiato in tutto il mondo. Ma ancora più interessante è
notare come ancor oggi quel movimento non si sia esaurito. Pur con
tutte le trasformazioni del caso, il controllo e la partecipazione
alla gestione di quelle scuole va avanti ancor oggi, con strutture
come gli "Amici di Reggio Children".
Tra Brasile e Gran Bretagna
In anni più recenti, lo strumento chiave attraverso il quale, si è
cercato di introdurre nuove forme di democrazia in varie realtà locali
è il "bilancio partecipato". Questo significa che attraverso il
dialogo con delegati eletti ad hoc ( o con le varie forme di
associazionismo presenti sul territorio), le istituzioni arrivano a
decidere come utilizzare i fondi pubblici per finanziare le iniziative
popolari. Ma in questo caso, come ben ricostruisce Wainwright, la
primogenitura di questa forma di partecipazione democratica va al
Brasile. Il Partido dos Trabalhadores (PT) che ha espresso il
presidente Lula, "non è un partito parlamentare come gli altri. La sua
politica è sempre stata quella di condividere con la popolazione
qualsiasi potere ottenuto con il successo elettorale. A questo,
secondo il PT, dovranno seguire forme più radicali e partecipate di
democrazia, se lo Stato vorrà risanare l'ineguaglianza della società
brasiliana". L'esperienza di bilancio partecipato portata avanti per
quindici anni a Porto Alegre, capitale dello stato del Rio Grande do
Sul è stata la più avanzata in questo senso. Ma l'autrice non nasconde
neanche i limiti e i difetti di questo meccanismo: la resistenze dei
proprietari terrieri, i problemi tra le correnti del PT e le accuse di
distrazione di fondi hanno portato nel 2002 alla sconfitta elettorale
dei progressisti nelle amministrative.
In attesa di verificare su scala più ampia la validità di questo
esperimento, Wainwright ci racconta anche cosa sta accadendo in Gran
Bretagna. Il suo giudizio di partenza è netto: il governo del New
Labour fa poco più che distribuire appalti a società private e i
rappresentanti eletti dal popolo hanno sempre meno potere. Eppure, non
mancano segnali di reazione. Esemplare in questo senso la battaglia
condotta a Newcastle contro la privatizzazione dei servizi informatici
del comune. Un ampio schieramento con al centro il sindacato di
categoria è riuscito nel 2002 a far accettare l'offerta partita dal
suo personale per un contratto di 10 anni del valore di 250 milioni di
sterline. La proposta di British Telecom è stata invece respinta: un
risultato sul quale un anno e mezzo prima non avrebbe scommesso
nessuno. A rendere possibile questo esito anche il carattere non
ideologico della battaglia. Il sindacato è riuscito a fare delle
controproposte precise, dimostrando i punti deboli della
privatizzazione e costruendo un rapporto con forze politiche e
cittadini. Per dirla con uno slogan, pubblico è meglio perché funziona
ed è trasparente con gli utenti.
Cambiare si può, anche in Italia
Quali conclusioni trarre dalle tante esperienze raccolte e analizzate
da Wainwright? La prima è che i processi di svuotamento della
democrazia possono essere contrastati. La seconda è che la ricerca
delle strade migliori per farlo è ancora tutta aperta. Ma l'Italia
parte da una posizione più avanzata. Quella grande forza di coesione
sociale che è il sindacato confederale non da oggi riflette sulla
necessità di tenere insieme diritti sociali e diritti politici (perché
sono i più deboli a votare meno? ), ma anche sul bisogno di
riorganizzare le forme di rappresentanza sociale. Non deve neppure
mancare la consapevolezza che servono regole per le forme di
partecipazione, altrimenti, finita la battaglia sul singolo obiettivo,
tutto ricomincerà come prima. Su un piano più attinente alle forze
politiche, questo significa che la dialettica con i movimenti è sempre
importante, indipendentemente dal fatto che si sia al governo o
all'opposizione. Soprattutto se l'obiettivo vuole essere quello di un
riformismo forte, che non rinunci a progettare il cambiamento della
società. |