Hilary Wainwright

Sulla strada della partecipazione

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Hilary Wainwright

Sulla strada della partecipazione

 

di Marco Rossi

Hilary Wainwright
Sulla strada della partecipazione.
Dal Brasile alla Gran Bretagna, viaggio nelle esperienze di nuova democrazia

Roma-Ediesse 2005
pp. 222 euro 12, 00

Riflettere sulla democrazia, negli ultimi anni, è diventato di moda. Almeno se ci riferisce alla sua esportabilità. Altra questione è un ragionamento non conformista su cosa sia divenuta, qui in Occidente, la pratica politica che dovrebbe consentire a tutti di partecipare alla gestione (ed eventuale trasformazione) della cosa pubblica. E' precisamente il tema su cui si è misurata non da oggi Hilary Wainwright, giornalista britannica e studiosa dei problemi della global governance. Il suo punto di partenza è assolutamente pragmatico: "Scrivo da un paese che sostiene di essere una democrazia, addirittura la "madre delle democrazie", dove il primo ministro dice di governare nel nome della gente anche se la maggioranza degli elettori ha votato per altri partiti o si è addirittura astenuta.

Vengo da un paese- aggiunge l'autrice- in cui il 32 per cento di partecipazione elettorale è considerato un "buon risultato" e l'afflusso alle elezioni locali è di un misero 11 per cento. Questa non può essere chiamata semplicemente apatia". A questa primo dato di fatto è possibile far seguire immediatamente due considerazioni che ci introducono anche alle vicende italiane. Come sottolineato anche da Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, durante la presentazione in Italia del volume della Wainwright, oggi la nostra situazione è assai più simile a quella britannica di quanto non fosse venti anni fa.

Alle politiche neoliberiste si sono infatti sommate la crisi politica esplosa dopo il 1989 e l'instaurarsi di un sistema bipolare (sia pure sui generis). Inoltre, anche in Italia è ormai costante un calo dell'affluenza alle urne, anche se il livello rimane di gran lunga superiore a quello registrato nelle democrazie anglosassoni. Questa similitudine è stata colta anche dalla studiosa britannica, che non a caso dedica largo spazio alle esperienze di democrazia partecipativa che hanno contraddistinto alcune città italiane. Il ruolo di progenitrice va a Bologna (ma anche a Reggio Emilia) dove fin dai primi anni '70 il movimento femminista seppe cogliere le necessità imposte dalle trasformazioni sociali e chiese con forza la creazione di scuole per l'infanzia. Il dialogo con le istituzioni locali (e con le punte più avanzate della riflessione pedagogica) diede i suoi frutti, facendo di quegli asili nido un esempio studiato in tutto il mondo. Ma ancora più interessante è notare come ancor oggi quel movimento non si sia esaurito. Pur con tutte le trasformazioni del caso, il controllo e la partecipazione alla gestione di quelle scuole va avanti ancor oggi, con strutture come gli "Amici di Reggio Children".

Tra Brasile e Gran Bretagna

In anni più recenti, lo strumento chiave attraverso il quale, si è cercato di introdurre nuove forme di democrazia in varie realtà locali è il "bilancio partecipato". Questo significa che attraverso il dialogo con delegati eletti ad hoc ( o con le varie forme di associazionismo presenti sul territorio), le istituzioni arrivano a decidere come utilizzare i fondi pubblici per finanziare le iniziative popolari. Ma in questo caso, come ben ricostruisce Wainwright, la primogenitura di questa forma di partecipazione democratica va al Brasile. Il Partido dos Trabalhadores (PT) che ha espresso il presidente Lula, "non è un partito parlamentare come gli altri. La sua politica è sempre stata quella di condividere con la popolazione qualsiasi potere ottenuto con il successo elettorale. A questo, secondo il PT, dovranno seguire forme più radicali e partecipate di democrazia, se lo Stato vorrà risanare l'ineguaglianza della società brasiliana". L'esperienza di bilancio partecipato portata avanti per quindici anni a Porto Alegre, capitale dello stato del Rio Grande do Sul è stata la più avanzata in questo senso. Ma l'autrice non nasconde neanche i limiti e i difetti di questo meccanismo: la resistenze dei proprietari terrieri, i problemi tra le correnti del PT e le accuse di distrazione di fondi hanno portato nel 2002 alla sconfitta elettorale dei progressisti nelle amministrative.
In attesa di verificare su scala più ampia la validità di questo esperimento, Wainwright ci racconta anche cosa sta accadendo in Gran Bretagna. Il suo giudizio di partenza è netto: il governo del New Labour fa poco più che distribuire appalti a società private e i rappresentanti eletti dal popolo hanno sempre meno potere. Eppure, non mancano segnali di reazione. Esemplare in questo senso la battaglia condotta a Newcastle contro la privatizzazione dei servizi informatici del comune. Un ampio schieramento con al centro il sindacato di categoria è riuscito nel 2002 a far accettare l'offerta partita dal suo personale per un contratto di 10 anni del valore di 250 milioni di sterline. La proposta di British Telecom è stata invece respinta: un risultato sul quale un anno e mezzo prima non avrebbe scommesso nessuno. A rendere possibile questo esito anche il carattere non ideologico della battaglia. Il sindacato è riuscito a fare delle controproposte precise, dimostrando i punti deboli della privatizzazione e costruendo un rapporto con forze politiche e cittadini. Per dirla con uno slogan, pubblico è meglio perché funziona ed è trasparente con gli utenti.

Cambiare si può, anche in Italia

Quali conclusioni trarre dalle tante esperienze raccolte e analizzate da Wainwright? La prima è che i processi di svuotamento della democrazia possono essere contrastati. La seconda è che la ricerca delle strade migliori per farlo è ancora tutta aperta. Ma l'Italia parte da una posizione più avanzata. Quella grande forza di coesione sociale che è il sindacato confederale non da oggi riflette sulla necessità di tenere insieme diritti sociali e diritti politici (perché sono i più deboli a votare meno? ), ma anche sul bisogno di riorganizzare le forme di rappresentanza sociale. Non deve neppure mancare la consapevolezza che servono regole per le forme di partecipazione, altrimenti, finita la battaglia sul singolo obiettivo, tutto ricomincerà come prima. Su un piano più attinente alle forze politiche, questo significa che la dialettica con i movimenti è sempre importante, indipendentemente dal fatto che si sia al governo o all'opposizione. Soprattutto se l'obiettivo vuole essere quello di un riformismo forte, che non rinunci a progettare il cambiamento della società.

(www.rassegna.it, 16 dicembre 2005)

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