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Bombardamenti a tappeto a Torino. La «Villa Perosa»
viene centrata dalle bombe e, nei capannoni, gli operai muoiono a
centinaia: erano stati chiusi dentro, reparto per reparto per impedire
che abbandonassero il lavoro per riparare nei rifugi. La macchina
della produzione bellica è più importante della vita degli uomini che
la servono.
E' questa però la goccia che fa traboccare il vaso già colmo per la
miseria crescente, l'assillo del pane che manca per i figli, il
deprezzamento quotidiano della poca moneta che si riceve: il 15
novembre 1943 i Comitati segreti di agitazione rivolgono agli operai
torinesi l'appello allo sciopero per ottenere un aumento dei salari
del 100 per cento, il raddoppio del quantitativo di generi per
minestra distribuito, la regolare distribuzione dei grassi, la
consegna di legna e carbone per difendersi dai rigori dell'inverno
incombente, un litro di latte per i bambini e il diritto di sospendere
il lavoro durante i bombardamenti.
Il 16 gli operai incrociano le braccia alla «Mirafiori» poi in tutti
gli stabilimenti FIAT, alla «Spa», all'«Aeronautica», alla «Michelin»...
Lo sciopero sarà sospeso il 20 in seguito alle promesse fasciste di
accogliere le rivendicazioni operaie; sa-rà ripreso poi il 22, sospeso
ancora il 24 e ripreso immediatamente. « Avverto—-comunicava il
Brigadführer delle SS Zimmermann mandato per la occasione a Torino —
che sono deciso ad agire con la prontezza e la durezza che
caratterizzano le Forze Armate germaniche contro tutti gli elementi
ostili all'autorità dello Stato, e soprattutto contro i perturbatori
dell'ordine e contro chi diserta il lavoro». Ma non bastano le minacce
o le rappresaglie, né ha alcun credito fra i lavoratori la
pagliacciata macabra dei fascisti che ora accoppiano alla loro azione
pratica di manutengoli del nazismo una ostentata repulsa del
capitalismo in pro' della «socialità» della loro repubblica.
Fra l'altro i fascisti riconfermano — per allettare gli operai — la
validità delle «Commissioni Interne» già abolite nel 1925 e poi
ricostituite dopo la caduta di Mussolini. Ma qui si rivela come grande
e incolmabile sia l'abisso fra la classe operaia e il nuovo regime
nero: le elezioni per le Commissioni Interne falliscono del tutto. Un
esempio: alla «Innocenti» di Milano su 5.000 operai si ebbero 297
votanti e delle 297 schede 180 risultarono bianche e 103 segnate con
parole d'ordine antifasciste; solo 14 operai su 5.000 avevano votato
davvero.
Intanto gli scioperi dilagavano in tutto il nord industriale. A Milano
incominciarono il 1° dicembre; al quarto giorno intervennero i
tedeschi usando però per il momento più i ricatti e !e minacce che la
violenza; fra l'altro si trasferì a Milano il «tecnico» della lotta
antioperaia Zimmermann. Riporta un foglio clandestino: «Alle 11,30
arriva il generale Zimmermann il quale intima: "chi non riprende il
lavoro esca dallo stabilimento; chi esce è dichiarato nemico della
Germania". Tutti gli operai escono dallo stabilimento». Il 16 dicembre
il moto si estendeva a Genova e qui i tedeschi, ricevuti espressi
ordini da Berlino, usarono l'arma della repressione terroristica
puntando le armi e facendo fuoco sugli operai scesi in piazza per
manifestare la loro volontà espressa nella parola d'ordine «pane e
pace».
Il 17 furono fucilati tre scioperanti e l'esecuzione provocò nuove
manifestazioni. Intorno a Natale vi fu una ridda di manifestazioni,
scontri di strada, fucilazioni e la lotta continuò così fino a metà
gennaio. Era chiaro comunque che l'esperienza genovese imponeva un
ripensamento sul rapporto fra azione sindacale e azione armata e
questo ripensamento spettava ai comitati sindacali clandestini e al
movimento della resistenza. E' un ripensamento che darà i suoi frutti.
Il collegamento infatti con l'azione di massa improvvisa e irruente,
organizzata clandestinamente nei luoghi di lavoro e nei quartieri, il
ricorso poi, in forme anche originali, all’arma dello sciopero sono la
caratteristica particolare della resistenza italiana, caratteristica
che la accompagna fino ai giorni dell'insurrezione vittoriosa ed è
elemento essenziale della vittoria. Gli scioperi hanno obiettivi
economici (la salvezza dalla fame, dal freddo, dai disagi) e obiettivi
politici (la fine dell'occupazione tedesca, la difesa dai
rastrellamenti e dalle repressioni, la pace); vi sono poi scioperi
strettamente collegati alla lotta armata e infine gli scioperi
insurrezionali che della lotta armata sono la premessa, il primo atto.
Dopo l'esperienza del dicembre-gennaio 1943-44 il movimento sindacale
si organizza in collegamento con i «gruppi di azione patriottica» e
prepara uno sciopero generale fissato per il 1° marzo. Dovrebbe
riguardare il triangolo industriale (infatti lo dirige il «comitato di
agitazione clandestino per il Piemonte, la Lombardia e la Liguria») ma
in effetti si estende a tutta l'Italia occupata ponendo in crisi
l'intero potenziale industriale nazifascista in Italia. Un milione 200
mila lavoratori incrociano cosi le braccia malgrado le repressioni e
le minacce di un licenziamento che comporta la deportazione a lavorare
in Germania; lo sciopero - che si accompagna a manifestazioni di
donne, azioni dei Gap, occupazioni delle stazioni ferroviarie e a
Milano anche al blocco dei tram e, per tre giorni, al blocco del
«Corriere della Sera» - si conclude l'8 marzo vittoriosamente malgrado
l'ordine di Hitler di deportare il 20 per cento degli scioperanti in
Germania.
Un significativo riconoscimento: il 9 marzo 1944 il «New York Times»
scrive: «In fatto di dimostrazioni di massa non è avvenuto niente
nell'Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli
operai italiani. E’ il punto culminante di una campagna di sabotaggio,
di scioperi locali e di guerriglia che hanno avuto meno pubblicità del
movimento di resistenza altrove perché Italia del Nord è stata
tagliata fuori dal mondo esteriore. Ma è una prova impressionante, che
gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù,
combattono con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale
combattere».
Oltre alle azioni generalizzate l'azione sindacale clandestina è
presente anche con iniziative locali, per esempio con gli scioperi che
intervengono a difendere i partigiani trascinati davanti ai tribunali
speciali e minacciati di fucilazione. E' il caso di Forlì dove, in
seguito all'uccisione del federale fascista, il tribunale speciale
decide per il 17 febbraio 1944 la fucilazione di dieci partigiani.
Nella notte gli antifascisti proclamano lo sciopero e alle prime luci
dell'alba — malgrado il coprifuoco — decine di staffette spargono le
parole d'ordine che bloccheranno la città e le campagne intorno: i
fascisti sono costretti ad accettare che l'esecuzione degli ostaggi
sia rinviata. Ma basta forse questo? Il giorno dopo lo sciopero si
estende, tutte le fabbriche sono ferme, protette da squadre armate.
Dalle montagne scendono alcuni reparti partigiani a dar man forte ai
gruppi armati cittadini che fiancheggiano gli scioperanti: i fascisti
si chiudono nelle caserme. Il 19 nuova giornata di sciopero; infine
l'ordine di fucilazione viene revocato definitivamente e la pena
commutata in un carcere che, si sa, finirà presto.
Non siamo comunque all'ultimo scontro. Il 25 marzo i fascisti
annunciano la fucilazione di 15 ostaggi, un delitto che dovrebbe
vendicare il rifiuto dei giovani di rispondere ai bandi di
reclutamento. E danno l'annuncio avvertendo che cinque dei quindici
sono stati già fucilati. Esplode l'indignazione degli operai. Nelle
fabbriche il lavoro si blocca, squadre armate si impossessano dei
capannoni, un corteo di operaie assedia la caserma «Ferdinando di
Savoia» chiedendo che sia salva la vita dei dieci che non sono stati
ancora uccisi. E dopo ore di manifestazioni e scontri si ottiene che
il tribunale commuti per i dieci la pena di morte in quella della
reclusione. La sera aerei tedeschi sorvolano la città lanciando
volantini coi quali si intima la ripresa immediata del lavoro pena la
deportazione in Germania.
Ma c'è ancora un dovere da compiere. Il «Comitato segreto di
agitazione operaia» ordina che lo sciopero continui ancora per 24 ore:
bisogna portare dei fiori sulle tombe dei cinque fucilati. E il giorno
dopo operai, contadini, donne, la città intera partecipa al corteo che
si dirige verso il cimitero.
Peraltro l'azione di massa non si sviluppa solo nelle fabbriche e
nelle città: nelle campagne vi sono altrettanti motivi per unirsi, per
organizzarsi, per lottare... Nelle campagne anzi ci sono motivi
particolari: la solidarietà con i prigionieri nascosti (50 mila al
nord, 30 mila al centro-sud), la solidarietà con i partigiani cui è
necessario assicurare i rifornimenti e, di contro, la lotta alle
squadre armate di razziatori nazifascisti che vogliono requisire il
grano e ogni altro raccolto. Il centro della lotta nelle campagne è la
bassa bolognese e la forza d'urto fondamentale sono le mondine che
conducono una lunga agitazione che culminerà negli scioperi di metà
giugno del '44. Ma ogni famiglia contadina è coinvolta nell'azione,
ogni paese ha un suo comitato clandestino. Ad agosto il movimento
lancia la parola d'ordine: «non trebbiate, non date il grano ai
tedeschi», una parola d'ordine che comporta scontri, sacrifici, sangue
e tuttavia risponde profondamente ai sentimenti contadini. Poi si fa
un altro passo in avanti: si incomincia a trebbiare in segreto, di
notte, e i GAP controllano la distribuzione del grano a prezzo equo
alla popolazione prelevando la parte necessaria ai partigiani.
Nell'autunno del '44 una nuova ondata di scioperi unisce le fabbriche
alle campagne: sono — dicono i fascisti — degli «scioperi a
guerriglia». In effetti si tratta di lotte complesse, cui partecipa
tutta la popolazione in solidarietà con gli scioperanti, lotte che
comportano anche scontri armati e la deportazione (dopo lo sciopero
d'autunno per esempio 186 operai della Pirelli, a Milano, vengono
deportati). Nel marzo del 1945 infine scocca l'ora di quella che fu
chiamata
«la spallata finale»: Una nuova ondata di scioperi che confluiscono
poi tutti nello sciopero generale. Si tratta di difendere le fabbriche
dalle distruzioni dei tedeschi che preparano la ritirata, si tratta di
preparare — di contro — i giorni d'aprile dell'insurrezione.
E' merito della pertinace azione sindacale clandestina; e della difesa
degli operai armata se i tedeschi devono rinunziare infine allo
smantellamento — ordinato da Hitler —- di tutto il potenziale
industriale italiano; così il 75 per cento degli impianti sarà salvato
(anche se un'altra quota poi cadrà sotto i colpi della occupazione
alleata che porta spesso le fabbriche rimaste in piedi a una
«riconversione» selvaggia dei capannoni in depositi e accampamenti,
con relativa distruzione dei macchinari). |