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Sessant’anni fa, il 25 aprile del 1945, il
Comitato di liberazione nazionale dichiarava l’insurrezione. Il nostro
paese riconquistava la libertà e la democrazia. Lunedì prossimo il
sessantesimo anniversario di quella data verrà celebrato con
manifestazioni in tutta Italia, la più importante delle quali, come
sempre, si svolge a Milano e verrà conclusa dal capo dello Stato.
Il fascismo aveva usato la violenza e aveva
giocato sulle divisioni e sugli errori dei partiti democratici, era
riuscito a imporsi su una democrazia fragile che aveva espulso dalla
vita dello stato le masse di orientamento socialista e quelle
cattoliche. La Resistenza fu resa possibile e più forte dal fatto che
le grandi forze popolari seppero trovare la loro unità e coinvolgere
tanti italiani.
È assurda la descrizione che taluni commentatori
fanno di un paese dove vi sarebbero stati pochi fascisti, pochi
antifascisti e una massa grigia, inerte, indifferente, la stragrande
maggioranza della popolazione. La Resistenza fu combattuta da 250.000
partigiani, ma fu sorretta dai 650.000 militari italiani internati
perché si rifiutarono di servire nella Repubblica di Salò. Resistenza
fu la scelta di una parte dell’esercito italiano di schierarsi con gli
Alleati e che fu pagata con massacri come quello di Cefalonia. Furono
la rete dei militanti del Cln operanti nelle nostre città, nei luoghi
di lavoro, il contributo dato da tante parrocchie, dai 250 sacerdoti
deportati e dai 210 fucilati. Con la Resistenza erano solidali tante
famiglie angosciate per i loro cari al fronte a combattere una guerra
perduta, i sofferenti per la mancanza dei generi di prima necessità
con i prezzi alle stelle, in città sottoposte notte dopo notte ai
bombardamenti, mentre molti lavoratori e macchinari venivano deportati
in Germania per alimentare le traballanti capacità produttive della
macchina bellica tedesca. Resistenza fu la partecipazione di oltre un
milione di lavoratori agli scioperi del marzo 1944.
Il fascismo ci aveva precipitato nell’avventura
più tremenda, la guerra. Nell’incertezza presente in quelle stagioni
in molti ceti sociali sulle prospettive dell’Italia, si mobilitarono
solo i lavoratori. Con gli scioperi del 43 e del 44, le più grandi
manifestazioni di massa mai viste in nazioni occupate dai nazisti, che
impressionarono la stampa internazionale, venne dato un colpo
formidabile al fascismo. I lavoratori assunsero quelle iniziative che
li fecero divenire classe dirigente, che permisero loro di svolgere
una funzione nazionale, che li resero protagonisti dei destini del
paese. Mussolini e Hitler compresero la portata di quegli avvenimenti
e di quegli scioperi e ne ordinarono una repressione spietata. Sono
stati poco più di 40.000 gli italiani che hanno subito la deportazione
nei campi di concentramento. Vi finirono e morirono oltre 12.000
lavoratori.
Dopo gli scioperi del marzo ’44 le forze del
lavoro si riorganizzarono con la stipula del Patto di Roma che
rifondava la Cgil unitaria e che la faceva divenire uno dei pochi
punti fermi in un paese squassato dagli sbandamenti dell’8 settembre,
dalle ferite che la tragedia della guerra aveva inferto alla nostra
società. Questo patto evitava il rinascere di diversi sindacati
contrapposti e segnati dalle divisioni degli anni venti, il pericolo
della frantumazione sindacale nella ricostruzione, nella
interlocuzione con gli alleati. Il sindacato unitario costituì invece
un riferimento per i lavoratori del Nord occupato dai nazisti, che si
riorganizzavano unitariamente e sostenevano la Resistenza.
Il contributo del lavoro è stato immenso, ha
segnato la storia del nostro paese fino alla stesura della
Costituzione, che al primo punto afferma che l’Italia è una Repubblica
fondata sul lavoro. La definizione di quella Costituzione nata dalla
Resistenza ha posto il suo patto fondante su quelle radici sociali.
Oggi è attaccata. In un’Europa che si sta dando tra molte difficoltà
una sua Costituzione, l’Italia è l’unico paese che tenta di cambiare
la propria, mettendone dichiaratamente in discussione il patto
fondante, i valori, le radici. Coscienti di quanto sia costata
all’Italia e ai lavoratori la riconquista della democrazia, come negli
anni successivi il suo consolidamento e la sua difesa, il tentativo di
manomissione della Costituzione da parte delle destre va respinto con
la massima decisione. |