Il 60mo della liberazione

La Resistenza non fu la battaglia di pochi

Le iniziative
del sindacato

Gli scioperi
di marzo '44

La testimonianza di Nella Marcellino

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Liberazione / Il sessantesimo anniversario

La Resistenza non fu la battaglia di pochi

di Carlo Ghezzi
Presidente Fondazione Di Vittorio

Sessant’anni fa, il 25 aprile del 1945, il Comitato di liberazione nazionale dichiarava l’insurrezione. Il nostro paese riconquistava la libertà e la democrazia. Lunedì prossimo il sessantesimo anniversario di quella data  verrà celebrato con manifestazioni in tutta Italia, la più importante delle quali, come sempre, si svolge a Milano e verrà conclusa dal capo dello Stato.

Il fascismo aveva usato la violenza e aveva giocato sulle divisioni e sugli errori dei partiti democratici, era riuscito a imporsi su una democrazia fragile che aveva espulso dalla vita dello stato le masse di orientamento socialista e quelle cattoliche. La Resistenza fu resa possibile e più forte dal fatto che le grandi forze popolari seppero trovare la loro unità e coinvolgere tanti italiani.

È assurda la descrizione che taluni commentatori fanno di un paese dove vi sarebbero stati pochi fascisti, pochi antifascisti e una massa grigia, inerte, indifferente, la stragrande maggioranza della popolazione. La Resistenza fu combattuta da 250.000 partigiani, ma fu sorretta  dai 650.000 militari italiani internati perché si rifiutarono di servire nella Repubblica di Salò. Resistenza fu la scelta di una parte dell’esercito italiano di schierarsi con gli Alleati e che fu pagata con massacri come quello di Cefalonia. Furono la rete dei militanti del Cln operanti nelle nostre città, nei luoghi di lavoro, il contributo dato da tante parrocchie, dai 250 sacerdoti deportati e dai 210 fucilati. Con la Resistenza erano solidali tante famiglie angosciate per i loro cari al fronte a combattere una guerra perduta, i sofferenti per la mancanza dei generi di prima necessità con i prezzi alle stelle, in città sottoposte notte dopo notte ai bombardamenti, mentre molti lavoratori e macchinari venivano deportati in Germania per alimentare le traballanti capacità produttive della macchina bellica tedesca. Resistenza fu la partecipazione di oltre un milione di lavoratori agli scioperi del marzo 1944.

Il fascismo ci aveva precipitato nell’avventura più tremenda, la guerra. Nell’incertezza presente in quelle stagioni in molti ceti sociali sulle prospettive dell’Italia, si mobilitarono solo i lavoratori. Con gli scioperi del 43 e del 44, le più grandi manifestazioni di massa mai viste in nazioni occupate dai nazisti, che impressionarono la stampa internazionale, venne dato un colpo formidabile al fascismo. I lavoratori assunsero quelle iniziative che li fecero divenire classe dirigente, che permisero loro di svolgere una funzione nazionale, che li resero protagonisti dei destini del paese.  Mussolini e Hitler compresero la portata di quegli avvenimenti e di quegli scioperi e ne ordinarono una repressione spietata. Sono stati poco più di 40.000 gli italiani che hanno subito la deportazione nei campi di concentramento. Vi finirono e morirono oltre 12.000 lavoratori.

Dopo gli scioperi del marzo ’44 le forze del lavoro si riorganizzarono con la stipula del Patto di Roma che rifondava la Cgil unitaria e che la faceva divenire uno dei pochi punti fermi in un paese squassato dagli sbandamenti dell’8 settembre, dalle ferite che la tragedia della guerra aveva inferto alla nostra società. Questo patto  evitava il rinascere di diversi sindacati contrapposti e segnati dalle divisioni degli anni venti, il pericolo della frantumazione sindacale nella ricostruzione, nella interlocuzione con gli alleati. Il sindacato unitario costituì invece un riferimento per i lavoratori del Nord occupato dai nazisti, che si riorganizzavano unitariamente e  sostenevano la Resistenza.

Il contributo del lavoro è stato immenso, ha segnato la storia del nostro paese fino alla stesura della Costituzione, che al primo punto afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La definizione di quella Costituzione nata dalla Resistenza ha posto il suo patto fondante su quelle radici sociali. Oggi è attaccata. In un’Europa che si sta dando tra molte difficoltà una sua Costituzione, l’Italia è l’unico paese che tenta di cambiare la propria, mettendone dichiaratamente in discussione il patto fondante, i valori, le radici. Coscienti di quanto sia costata all’Italia e ai lavoratori la riconquista della democrazia, come negli anni successivi il suo consolidamento e la sua difesa, il tentativo di manomissione della Costituzione da parte delle destre  va respinto con la massima decisione.

 

(www.rassegna.it, 21 aprile 2005)

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