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Sessant'anni fa l'Italia era libera. Trent'anni
fa, il 27 aprile del 1975, Rassegna Sindacale (che
nell'occasione uscì assieme a Conquiste del lavoro e a Lavoro italiano,
i periodici della Cisl e della Uil) dedicava un dossier a cura di Aldo
De Jaco alla Resistenza e alla Liberazione. Al contributo dei
lavoratori a quelle giornate storiche. Quaranta pagine fitte di
storie, ricostruzioni e immagini. Ne riproponiamo una parte
in questo speciale. Un modo per rileggere e celebrare i fatti del
'43-'45. Ma anche un documento storico in sé: una lettura della
Resistenza che ci arriva direttamente dagli anni Settanta.
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Atto Primo |
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Gli scioperi del marzo 1943 |
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La sirena che ogni giorno, alle 10, faceva le
prove dell'allarme - come ce ne fosse bisogno con tanti allarmi 'veri'
e tanti bombardamenti
e i morti e i capannoni diroccati! - quella mattina del 5 marzo del
'43
non fece sentire il suo ululato: la direzione della Fiat Mirafiori
aveva saputo che a quel segnale gli operai avrebbero incrociato le
braccia e aveva preferito abolire del tutto il segnale. Tuttavia in
tre officine gli operai smisero lo stesso di lavorare e dopo tre
giorni, l'otto, lo sciopero «bianco» coinvolgeva ormai tutta la Fiat e
almeno centomila operai in tutto il Piemonte; e doveva durare cosi
fino alla fine di marzo.
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Atto Secondo |
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25 luglio 1943
Crolla il fascismo: si apre la via della pace? |
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Quando s'apprese la notizia, attraverso la radio,
che il cavaliere Benito Mussolini era stato arrestato e Badoglio lo
aveva sostituito — non si conoscevano in quel momento tutti gli
intrighi, i contrasti e le paure che avevano portato a quel "modo" di
liquidazione del fascismo e al proclama del «la guerra continua» —,
quando si sparse per l'Italia l'eco degli avvenimenti di Roma tutti
gli italiani, nelle fabbriche, negli uffici, nelle piazze, nelle
campagne, ne trassero subito la logica conseguenza: arrestato
Mussolini era finito il fascismo e finita anche la sua guerra. Paesi e
città si riempirono di gente che manifestava, una folla di mani si
levò a svellere i simboli della dittatura, ci si abbracciava per
strada, si cantava assieme, si rideva... I fascisti avevano nascosto
divise e camicie nere ma nessuno pensava in quel momento a vendicare i
venti anni di sofferenze, tutti pensarono invece a come uscirne e
dunque a come uscire subito dalla guerra, a come riappropriarsi della
propria patria semidistrutta. Dal 26 al 28 luglio gli operai, in
particolare al nord, scesero in sciopero generale, riempirono le
piazze per festeggiare la caduta del fascismo e chiedere pace. E la
monarchia e il suo governo di militari ebbero paura di questi cortei,
di questa folla in festa e diedero ordine di piantonare e difendere
gli uffici pubblici — comprese le sedi fasciste - e di sparare sui
manifestanti se si avvicinavano. |
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Atto Terzo |
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L'unità sindacale in Roma occupata |
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L'occupazione tedesca di Roma dura fino agli
inizi di giugno, nove mesi, e sono i mesi più difficili della lotta
antifascista che ancora non riesce a darsi una base militare
consistente e deve ricorrere all'azione, coraggiosissima ma limitata,
di piccoli nuclei (i «gruppi di azione patriottica») per porre le
prime pietre dell'edificio della resistenza. Sono nove mesi difficili
anche per le crisi all'interno del «comitato di liberazione», crisi
conseguenti allo scontro fra chi vuole concentrare ogni sforzo
immediato nella lotta armata e chi pensa già al futuro e ritenendo per
l'oggi di doversi limitare all'attesa della liberazione. |
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Atto Quarto |
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La difficile ripresa nell'Italia liberata |
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L'Italia liberata è anche l'Italia stravolta
dagli effetti della guerra, l'Italia massacrata dai bombardamenti,
affamata, corrotta, ferita dalle violenze dell'esercito in rotta e
dell'esercito avanzante, incapace di darsi un direzione efficace, di
ritrovarsi intorno a un uomo, una scelta, una bandiera. La storia
dell'Italia liberata comincia con una pagina di gloria: l'insurrezione
vittoriosa di Napoli contro i tedeschi, nelle quattro giornate di fine
settembre 1943 che concludono il martirio della città sottoposta per
venti giorni agli insulti e ai colpi di un nemico inferocito dal
sentirsi incapace di dominarla e non abbastanza forte per
distruggerla. Del resto prima di Napoli i tedeschi avevano dovuto
affrontare la ribellione nelle campagne intorno a Catania e Matera e
poi dovunque, in centinaia di episodi la gran parte dei quali Ia
storia di solito non ricorda (come il massacro di 200 contadini di
Acerra). |
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Atto Quinto |
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Scioperi e lotta armata nell'Italia del Nord |
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Bombardamenti a tappeto a Torino. La «Villa
Perosa» viene centrata dalle bombe e, nei capannoni, gli operai
muoiono a centinaia: erano stati chiusi dentro, reparto per reparto
per impedire che abbandonassero il lavoro per riparare nei rifugi. La
macchina della produzione bellica è più importante della vita degli
uomini che la servono. E' questa però la goccia che fa traboccare il
vaso già colmo per la miseria crescente, l'assillo del pane che manca
per i figli, il deprezzamento quotidiano della poca moneta che si
riceve: il 15 novembre 1943 i Comitati segreti di agitazione rivolgono
agli operai torinesi l'appello allo sciopero per ottenere un aumento
dei salari del 100 per cento, il raddoppio del quantitativo di generi
per minestra distribuito, la regolare distribuzione dei grassi, la
consegna di legna e carbone per difendersi dai rigori dell'inverno
incombente, un litro di latte per i bambini e il diritto di sospendere
il lavoro durante i bombardamenti. |
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|
(a cura di Davide Orecchio) |
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