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La Direzione della Fiamm Spa, storica azienda di
Montecchio Maggiore con stabilimenti in Usa, Brasile, Rep. Ceca,
India, Cina e Italia (Avezzano, Veronella, Almisano e Montecchio
Maggiore) e che occupa complessivamente oltre 3.000 dipendenti, ha
comunicato alle rappresentanze sindacali l’intenzione di non
rispettare più l’accordo sindacale sottoscritto un anno fa. Questo
accordo prevedeva il mantenimento delle produzioni nel Vicentino, un
piano triennale di investimenti, il rifinanziamento della società da
parte degli azionisti e un piano per ridurre i costi ed aumentare la
produttività. Adesso la Fiamm intende delocalizzare in Cina e nella
Repubblica Ceca le produzioni dello stabilimento di Almisano e di
quello di Montecchio Maggiore, con conseguente chiusura dei due
stabilimenti e perdita di circa 440 posti di lavoro. Per questo Fim,
Fiom e Uilm di Vicenza organizzano per il 10 giugno, in occasione
dello sciopero nazionale dei metalmeccanici per il rinnovo del
contratto, una manifestazione provinciale a Montecchio Maggiore per
dire forte e chiaro che con le delocalizzazioni non si risolvono i
problemi e per dire alle istituzioni e al governo che è loro preciso
compito intervenire di fronte a questi disastri e agire per evitarne
altri. "Noi ci opporremo a questa scelta aziendale - dichiarano i
sindacati -, perché causa una grossissima perdita per il nostro
tessuto industriale, impoverisce un territorio che le ha dato spazio e
risorse e soprattutto perché lascia senza un posto di lavoro circa 440
persone oltre ad almeno 150 che lavorano presso fornitori".
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Il prossimo 10 giugno Montecchio Maggiore
diventerà una delle piazze più importanti dello sciopero nazionale dei
metalmeccanici. Il senso di quest’importanza è dato dalla durissima
lotta sindacale aperta da Fim-Fiom-Uilm nella città castellana dopo
che, il 26 maggio, la Fiamm ha annunciato la chiusura degli
stabilimenti di Montecchio (segnalatori acustici per automezzi, 160
lavoratori) e Almisano (batterie per telecomunicazioni, 260
lavoratori). Restando in Veneto, non ci sono per il momento decisioni
simili riguardanti la fabbrica di Veronella, dove sono occupati altri
400 dipendenti. "Chiudere questi due impianti produttivi - afferma
Giampaolo Zanni, segretario generale della Fiom Cgil di Vicenza -
significa non solo mandare sul lastrico 410 famiglie, ma anche creare
grossi problemi a tutti i lavoratori dell'indotto di Fiamm nella zona
dell'Ovest Vicentino". Se si pensa che l’azienda della famiglia
Dolcetta tenta questo brutale “colpo di mano” a un mese dalla cessione
all’americana Enersys del ramo che produce batterie per carrelli
elevatori (altri 170 dipendenti, per ora al loro posto di lavoro i
sotto nuovi padroni nella sede storica di Montecchio, assieme ai 150
amministrativi del gruppo), il disegno è chiarissimo: cancellare la
presenza di Fiamm dalla provincia di Vicenza, per trasferire
totalmente in Asia e in Cechia (dove l’azienda possiede da tempo altri
stabilimenti) una produzione industriale nata nel Vicentino una
sessantina di anni fa, e oggi in grado di dare lavoro a circa 3.500
dipendenti sparsi in varie parti del mondo.
Ignorata la ripresa
“Abbattere il costo del lavoro è l’unico modo – spiegano in sintesi
alla Fiamm – per reggere l’urto della nuova concorrenza
internazionale, unita ai continui rincari delle materie prime”. Il
danno per la provincia berica, se questo “epitaffio” diventerà realtà,
si profila immenso: in termini di costi occupazionali, e con pesanti
ricadute sugli equilibri socio-economici di un vasto territorio, nel
quale vanno considerati gli altissimi rischi di chiusura o riduzione
del lavoro riguardanti tutte le piccole aziende sorte nell’indotto
generato dalla presenza di Fiamm, a cui destinavano parte
preponderante della propria produzione. Si calcola siano almeno 600 le
famiglie destinate a pagare sulla propria pelle, in termini di
sussistenza economica, le conseguenze di un disegno del genere.
Sconcerta il fatto che il piano prenda corpo all’indomani di altri più
lieti annunci, diffusi da Fiamm attraverso media come Sole 24 Ore
e Giornale di Vicenza. Ad esempio l’aumento di fatturato
relativo al 2004: 497 milioni di euro, pari all’1,2% in più. O anche
la ripresa di operatività dovuta al contenimento dell’esposizione
bancaria.
Per questo possiede tutte le caratteristiche di un fulmine a ciel
sereno la doppia chiusura messa sul piatto dall’azienda, suscitando da
parte di Fim Fiom e Uilm risposte sfociate in scioperi immediati e
presidio 24 ore su 24 degli stabilimenti, dove i lavoratori hanno
bloccato qualsiasi traffico, in entrata e in uscita, dei camion di
fornitori e clienti. “Nulla di quanto accaduto da un anno a questa
parte – conferma Maurizio Ferron, segretario provinciale della Fiom/Cgil
– poteva far immaginare una decisione del genere, che risulta ancora
più irrispettosa e lesiva nei confronti dei lavoratori, se si
considera cosa era stato concordato sul piano delle trattative
aziendali per fronteggiare le nuove sfide della concorrenza
internazionale”.
Sindacati traditi
I fatti a cui Ferron si riferisce trovano spiegazione nell’accordo che
Fiamm e sindacati confederali stipularono nel 2004, circa il piano di
ristrutturazione presentato dal gruppo. “Dopo due anni di perdite, e a
fronte di un’esposizione bancaria sempre più pesante – spiega
Ferron – convenimmo di andare incontro a determinate richieste
avanzate dall’azienda. Da qui l’utilizzo sostenuto della Cassa
Integrazione, e la messa in mobilità di almeno 120 lavoratori. Misure
pesanti, in cambio delle quali ottenevamo l’impegno a mantenere la
produzione nel territorio, e a garantire i maggiori livelli possibili
di occupazione”. Ora che i frutti dell’intesa sono sotto gli occhi di
tutti, conseguiti nonostante l’aumento massiccio delle spese per
materie prime (28 milioni di euro solo per il piombo acquistato da
Fiamm nel 2004), arrivano in rapida successione prima la notizia della
cessione a Enersys del ramo batterie per carrelli, e poi il piano di
trasferimento
in Cina e Cechia, con destinazione di una parte delle batterie per
telecomunicazioni anche alla sede americana del gruppo. “Alle
rappresentanze sindacali – precisa Ferron – l’azienda si è limitata a
giustificarsi in modo assolutamente generico, tirando in ballo il
permanere della crisi e la necessità di abbattere radicalmente il
costo del lavoro. E’ un atteggiamento che riteniamo inaccettabile.
A difesa del territorio
Cercheremo di impedire con ogni mezzo possibile, consentito dai
diritti dei lavoratori, l’attuazione di un disegno così nefasto per
l’intero territorio, soprattutto perché gli stessi numeri dichiarati
dall’azienda sono premessa al mantenimento della produzione nel Ovest
Vicentino”. Da qui il via a una lotta sindacale che, se da una parte
si annuncia lunga, dall’altra può contare sulla totale adesione dei
lavoratori, con inevitabile coinvolgimento di istituzioni (a
cominciare dal Comune di Montecchio Maggiore, passato nel 2004 al
centrosinistra), e partiti politici della sinistra. “Il primo
obbiettivo –conclude Ferron – è lo sciopero del 10 giugno, quando la
manifestazione provinciale dei metalmeccanici vicentini si terrà a
Montecchio Maggiore, coinvolgendo migliaia di lavoratori nella
solidarietà con i lavoratori della Fiamm”. |