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Un paese di nuovi ricchi con intere fasce di
popolazione impoverita, messe in ginocchio da un tasso d'inflazione
arrivato a una crescita complessiva del 23,7% negli ultimi 4 anni e da un'erosione del potere
d'acquisto che non si rimargina. Un paese che produce sempre meno (la
produttività del lavoro, nell'ultimo decennio, è calata del 10,8%). E
che (lo sanno anche i bambini, ormai) investe briciole in ricerca.
Questo il cupo ritratto dell'economia italiana che emerge dal
Rapporto 2006 Eurispes presentato oggi a Roma. Per il Presidente
dell'istituto di ricerca, Gian Maria Fara, l'Italia «non riesce a
trasformare la propria potenza in energia. E' un paese dalle grandi
risorse e dalle grandi potenzialità che non riesce a esprimere e ad
affermare un progetto di crescita e di sviluppo. Che non riesce ad
individuare un percorso originale al quale affidare il proprio futuro,
afflitto dalla difficoltà di attuare un’aristotelica trasformazione
della potenza in atto».
La ricerca segna il passo
«L’aspetto più macroscopico dell’andamento negativo della nostra
economia negli ultimi anni - sottolinea l'Eurispes nel Rapporto - è
l’allargamento del divario tra l’Italia e il resto del mondo e il
peggioramento del paese nella gerarchia della competitività nazionale
sullo scenario mondiale». L'istituto calcola che nel decennio
1994-2004 la spesa per la ricerca in Italia si è attestata su valori
intorno all’1% del Prodotto interno lordo annuo. Senza considerare i
paesi extra europei (il Giappone ha speso il 3,1% del Pil e gli Stati
Uniti il 2,6%), la Svezia (4%) e la Finlandia (3,5%), spendono in
Ricerca e Sviluppo più del triplo di quanto spende l’Italia. Oltre il
doppio, invece, spendono Danimarca e Germania (rispettivamente 2,6% e
2,5% del Pil).
E la produttività cala da dieci anni
In 10 anni la produttività del lavoro è calata del 10,8%. E l'Eurispes
evidenza che si prevede un andamento decrescente anche per il 2006 e
il 2007. «Nel periodo 2000-2005 - sottolinea il Rapporto - si è
registrato in Italia un clima generale di stagnazione e di decremento
dei valori dell’apparato industriale, con particolare riferimento ai
settori del cuoio e pelle (-31% in termini di valore aggiunto rispetto
al 2000), della produzione di macchine elettriche (-28,7%) e quello
dei mezzi di trasporto (-21,3%). Di pari passo, si è assistito al calo
generalizzato del numero degli addetti nel settore industriale a
livello nazionale con una riduzione del 2,7% dal 1999 al 2004 (-139.400
addetti)». Nel 2005, il tasso di crescita del Pil italiano soprattutto
a causa della negativa performance industriale si è attestato su
valori compresi tra lo 0,1% e lo 0,2%.
Consumi e potere d’acquisto
Le famiglie italiane hanno sperimentato nel corso del 2005 una
rilevante riduzione del proprio potere d’acquisto, un fenomeno che si
protrae ormai dal 2001. «Infatti - ricorda l'Eurispes -, sul fronte
dei consumi familiari in soli dodici mesi il credito al consumo ha
avuto una crescita del 23,4%, pari quasi a 47 miliardi di euro, nel
2005 e accentuando una tendenza già manifestata negli anni passati.
Se, da una parte, si è registrata un’impennata dell’indebitamento
delle famiglie italiane, dall’altra, non si è riscontrata una
altrettanto visibile crescita dei consumi pro capite che hanno
segnato, nell’ultimo biennio, incrementi modesti dell’ordine dell’1%
annuo».
Nel periodo 2001-2005 l’Eurispes ha calcolato una crescita complessiva
dell’inflazione del 23,7% con una perdita di potere d’acquisto delle
retribuzioni pari al 20,4% per gli impiegati, al 14,1% per gli operai,
al 12,1% per i dirigenti e all’8,3% per i quadri.
Aumentano le famiglie povere e a rischio povertà
In Italia, secondo l’Istat, vivono in condizioni di povertà relativa
ben 2 milioni e 674mila famiglie (l’11,7% delle famiglie residenti),
pari ad un totale di 7 milioni e 588mila persone (il 13,2% della
popolazione italiana). Oltre all’incremento del numero delle famiglie
povere (+ 300mila) l’Eurispes stima che circa 2.500mila nuclei
familiari siano a rischio povertà, l’11% delle famiglie totali, ben 8
milioni di persone. Il totale delle persone a rischio povertà e di
quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante: si possono stimare
circa 5.200.000 nuclei familiari, all’incirca il 23% delle famiglie
italiane e più di 15 milioni di individui, di questi quasi 3 milioni
sono minori di 18 anni (circa 1.700mila minori sono già poveri e i
restanti a serio rischio povertà).
Prove tecniche di sopravvivenza. Per oltre il 58% degli italiani i
soldi a propria disposizione non bastano ad arrivare a fine mese.
Questo ha significato negli ultimi anni un profondo cambiamento degli
stili di vita e comportamenti di consumo dei cittadini, costretti ad
attuare delle vere e proprie tecniche di sopravvivenza e riducendo il
livello di spesa per alcune voci. Per fronteggiare la carenza di
risorse, la stragrande maggioranza degli italiani ha operato tagli non
solo alle spese per il tempo libero (61,5%) e per viaggi e vacanze
(64%), ma anche alle spese destinate ai regali (72%) o ai pasti fuori
casa (oltre il 66%). Se il 74,4% ha limitato le uscite, molti hanno
cercato di trasferire all’interno del proprio microcosmo privato i
momenti di loisir solitamente consumati all’esterno: circa il 73%, ad
esempio, ha sostituito la pizzeria o il ristorante con cene a casa di
amici, il 63% ha rinunciato al cinema ed ha affittato un film da
vedere a casa, il 50,4% ha visto/acquistato in Tv la partita che
avrebbe voluto invece vedere allo stadio.
La mappa dei nuovi ricchi.
L’Eurispes ha analizzato la distribuzione della ricchezza in
Italia individuando quali categorie si sono maggiormente arricchite e
quali hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi economica. I
nuovi ricchi si devono cercare soprattutto nei settori finanziario,
assicurativo, immobiliare e dei servizi alle imprese: medi e grandi
azionisti, brokers e consulenti delle società finanziarie e
assicurative; medi e grandi azionisti delle società di telefonia fissa
e mobile, concessionari e rivenditori di servizi telefonici; medi e
grandi azionisti e manager delle aziende erogatrici di public
utilities; concessionari/rivenditori di spazi pubblicitari televisivi
e radiofonici e agenti pubblicitari del settore privato della
comunicazione. Ma anche commercianti all’ingrosso e al dettaglio;
imprenditori del settore dell’edilizia, immobiliaristi e agenti
immobiliari; produttori e rivenditori di beni di lusso; titolari di
centri estetici e beauty farm.
Anche diverse tipologie di liberi professionisti come avvocati e
consulenti legali dei settori finanziario, assicurativo e immobiliare,
medici specialisti e dentisti, commercialisti e tributaristi hanno
potuto sfruttare il ciclo economico di elevata inflazione adeguando
verso l’alto in maniera pesante onorari, tariffe e parcelle
professionali.
Tra chi ha perso bisogna annoverare innanzitutto i piccoli
risparmiatori, travolti da vere e proprie truffe finanziarie, alcune
componenti del piccolo artigianato e della piccola distribuzione, i
piccoli e medi imprenditori agricoli che non sono stati in grado di
consorziarsi per ridurre i costi e aumentare il loro potere
contrattuale nei confronti dei grossisti e dei rivenditori. La crisi
del manifatturiero tradizionale, ha coinvolto oltre agli imprenditori
di aziende non sufficientemente strutturate sul piano organizzativo,
anche le maestranze specializzate e le piccole imprese contoterziste a
conduzione familiare. Anche gli operatori dello spettacolo sono stati
colpiti dalla crisi economica e nell’ultima Finanziaria hanno visto
ridursi in maniera drastica il Fondo unico destinato a questo settore.
La difficile congiuntura - si legge ancora nel Rapporto - ha investito
in maniera rilevante ampie fasce di lavoratori dipendenti (impiegati e
operai), che in molti casi attendono da anni il rinnovo del contratto
nazionale di lavoro e, soprattutto, i lavoratori atipici e
parasubordinati, il cui numero è fortemente aumentato negli ultimi
anni grazie alle nuove riforme nel campo del diritto del lavoro. Tra
quanti hanno perso vi sono i pensionati che, oltre a subire una forte
perdita del potere d’acquisto, hanno dovuto farsi carico del
sostentamento di figli e nipoti che a causa della precarizzazione dei
rapporti di lavoro non riescono a far quadrare il proprio bilancio
familiare. |