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La Fiat a un giro di boa. Quello di una ripresa su
cui nessuno avrebbe osato scommettere, di un balzo consistente nelle
vendite e di un ancora più marcato rialzo del titolo. La Grande Punto,
la cui linea produttiva a Mirafiori è stata inaugurata la scorsa
settimana, è riuscita a compiere quello che in molti definiscono un
miracolo. “I segnali di ripresa sono buoni, anche dal punto di vista
dell’occupazione, con una riduzione della cassa integrazione in tutti
gli stabilimenti – commenta Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di
Torino –. Ora non va persa l’occasione per mettere a punto una
strategia di lungo termine”.
Sottolinea Airaudo che, seppure in un quadro di
ripresa in cui a trainare le vendite è stato il nuovo modello, quella
di oggi resta comunque una “Fiat piccola”. In termini di quote di
mercato si parla del 30 per cento per quanto riguarda l’Italia (soglia
considerata come una sorta di dead line) e dell’6 per cento circa in
Europa (mentre un tempo era l’8). “Siamo al fatto che ciò che pareva
morto è resuscitato” – sintetizza Airaudo. Una soglia di
sopravvivenza, in altre parole, che apre interrogativi rispetto sia
alla proprietà (“per un’innovazione di prodotto servono risorse”) sia
al governo nazionale (“affinché la ripresa si consolidi, occorre anche
una politica industriale in grado di sostenerla”). E che
nell’immediato, con la vertenza sull’integrativo del gruppo (il cui
precedente risale a 10 anni fa), pone anche la questione di un
risarcimento “a chi di quella ripresa è stato fattore decisivo”.
Sono loro, i lavoratori, ad avere pagato più di
tutti i lunghi anni della crisi. Anche ora che la cassa integrazione
si sta esaurendo a Mirafiori, con l’assorbimento degli ultimi
cassaintegrati nelle linee produttive della Grande Punto, non va
dimenticato che il settore dell’auto è stato falcidiato. Ad Arese,
dove l’attività produttiva è in riduzione costante, restano 450
lavoratori in cassa integrazione; lo stabilimento di Termini Imerese,
come del resto la stessa Mirafiori, è stato dimezzato; altri
stabilimenti hanno subito fermate e molte aziende dell’indotto sono
state costrette alla chiusura. “Abbiamo fatto sacrifici – sottolinea
Mina Leone, delegata Fiom alle carrozzerie di Mirafiori – e ora
sarebbe giusto che ci venisse riconosciuto qualcosa”.
A chiedere il rinnovo del contratto integrativo
sono anche i lavoratori di altri settori produttivi del Gruppo Fiat.
Settori che in questi anni non hanno vissuto la crisi pesante che ha
attraversato il comparto dell’“auto”. Per la produzione di veicoli
industriali (Iveco), di veicoli commerciali (Sevel), e di macchine per
l’agricoltura (Cnh) sono stati anni di stabilità e in certi casi di
crescita. Anni in cui gli utili che di lì provenivano sono serviti a
risanare le perdite costanti dell’auto. “Integrativo subito” chiedono
perciò. E stop al lavoro in somministrazione che in questi comparti, a
differenza dell’auto, è utilizzato in dosi consistenti.
L’Iveco, che produce veicoli industriali in Italia
(con stabilimenti sparsi su tutto il territorio nazionale) e
all’estero (48 stabilimenti in 19 paesi) conta, solo nel segmento
italiano, 12 mila dipendenti (32 mila complessivamente). Non sono
stati anni di crisi gli ultimi, racconta Francesco Bertoli, delegato
Fiom nello stabilimento di Brescia. La produzione viaggia sui 170 mila
veicoli all’anno, gli utili ci sono ma a questi sono corrisposti solo
investimenti di mantenimento o di adeguamento ad alcune normative
europee. “Certo – precisa Bertoli – la concorrenza non è quella
dell’auto. Ma investire in veicoli a minore consumo ed emissioni
diventerà importante per stare sul mercato”. E aggiunge: “Ci sono
tutte le condizioni per l’integrativo”. La discussione nello
stabilimento di Brescia riguarda anche la stabilizzazione di 55
lavoratori interinali, ormai in somministrazione da due anni. Una
settimana fa, poi, l’azienda ha richiesto una decina di sabati
lavorativi di straordinario e, a fronte della risposta negativa dei
lavoratori (“perché c’è una vertenza in corso”), è partita
l’assunzione di 140 interinali che dalla fine di aprile stanno
entrando in azienda per soddisfare quella produzione.
Alla Sevel, joint venture tra Fiat e Peugeot per
la produzione di veicoli commerciali (i cosiddetti van), su oltre 5000
lavoratori (di cui 350 con contratti a termine), 1000 sono interinali.
Anche qui, nell’unico stabilimento italiano (un altro è in Francia),
nella Val di Sangro, il trend degli ultimi anni è stato decisamente
positivo: 210 mila veicoli all’anno (che diventeranno 300 mila nel
2007), il lancio del nuovo Ducato (presentato l’11 maggio scorso) e un
indotto che si sta allargando. “Abbiamo garantito alla Fiat una
liquidità indispensabile in questi anni – spiega Antonio Teti –. Ora
chiediamo l’integrativo e anche un percorso di stabilizzazione per i
lavoratori atipici”.
Stesso discorso per la Case New Holland (Cnh), ex
Fiat trattori, multinazionale il cui stabilimento più importante in
Italia si trova a Jesi, dove operano 80 interinali su 1000 lavoratori
complessivi. “Con una produzione di livello medio basso quanto a
potenza, come la nostra, la concorrenza è minore”, spiega Valentino
Moretti, delegato Fiom. Stime produttive alte dunque, anche per quest’anno,
per un comparto in cui la domanda estera copre un terzo delle quote di
mercato.
I lavoratori Fiat chiedono dunque di essere
risarciti. Con l’integrativo, ma anche con una revisione della
struttura del premio di produzione e con un recupero economico più
ampio per gli addetti alla catena di montaggio (“esistono ancora,
nonostante le vulgate correnti”, insiste Airaudo). Soprattutto, però –
come sottolinea Mina Leone –, chiedono una strategia di lungo periodo
all’azienda. Se si stanno tornando a fare utili – o se, in alcuni
comparti, si sono fatti anche negli “anni bui” – in gran parte, ne
sono convinti, si deve a loro. |