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Il gruppo cresce del 16,7%. Lavoratori: adesso nuovo contratto

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Fiat / Più occupazione e meno cassa integrazione

La vera anima della ripresa

di Sara Farolfi

La Fiat a un giro di boa. Quello di una ripresa su cui nessuno avrebbe osato scommettere, di un balzo consistente nelle vendite e di un ancora più marcato rialzo del titolo. La Grande Punto, la cui linea produttiva a Mirafiori è stata inaugurata la scorsa settimana, è riuscita a compiere quello che in molti definiscono un miracolo. “I segnali di ripresa sono buoni, anche dal punto di vista dell’occupazione, con una riduzione della cassa integrazione in tutti gli stabilimenti – commenta Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino –. Ora non va persa l’occasione per mettere a punto una strategia di lungo termine”.

Sottolinea Airaudo che, seppure in un quadro di ripresa in cui a trainare le vendite è stato il nuovo modello, quella di oggi resta comunque una “Fiat piccola”. In termini di quote di mercato si parla del 30 per cento per quanto riguarda l’Italia (soglia considerata come una sorta di dead line) e dell’6 per cento circa in Europa (mentre un tempo era l’8). “Siamo al fatto che ciò che pareva morto è resuscitato” – sintetizza Airaudo. Una soglia di sopravvivenza, in altre parole, che apre interrogativi rispetto sia alla proprietà (“per un’innovazione di prodotto servono risorse”) sia al governo nazionale (“affinché la ripresa si consolidi, occorre anche una politica industriale in grado di sostenerla”). E che nell’immediato, con la vertenza sull’integrativo del gruppo (il cui precedente risale a 10 anni fa), pone anche la questione di un risarcimento “a chi di quella ripresa è stato fattore decisivo”.

Sono loro, i lavoratori, ad avere pagato più di tutti i lunghi anni della crisi. Anche ora che la cassa integrazione si sta esaurendo a Mirafiori, con l’assorbimento degli ultimi cassaintegrati nelle linee produttive della Grande Punto, non va dimenticato che il settore dell’auto è stato falcidiato. Ad Arese, dove l’attività produttiva è in riduzione costante, restano 450 lavoratori in cassa integrazione; lo stabilimento di Termini Imerese, come del resto la stessa Mirafiori, è stato dimezzato; altri stabilimenti hanno subito fermate e molte aziende dell’indotto sono state costrette alla chiusura. “Abbiamo fatto sacrifici – sottolinea Mina Leone, delegata Fiom alle carrozzerie di Mirafiori – e ora sarebbe giusto che ci venisse riconosciuto qualcosa”.

A chiedere il rinnovo del contratto integrativo sono anche i lavoratori di altri settori produttivi del Gruppo Fiat. Settori che in questi anni non hanno vissuto la crisi pesante che ha attraversato il comparto dell’“auto”. Per la produzione di veicoli industriali (Iveco), di veicoli commerciali (Sevel), e di macchine per l’agricoltura (Cnh) sono stati anni di stabilità e in certi casi di crescita. Anni in cui gli utili che di lì provenivano sono serviti a risanare le perdite costanti dell’auto. “Integrativo subito” chiedono perciò. E stop al lavoro in somministrazione che in questi comparti, a differenza dell’auto, è utilizzato in dosi consistenti.

L’Iveco, che produce veicoli industriali in Italia (con stabilimenti sparsi su tutto il territorio nazionale) e all’estero (48 stabilimenti in 19 paesi) conta, solo nel segmento italiano, 12 mila dipendenti (32 mila complessivamente). Non sono stati anni di crisi gli ultimi, racconta Francesco Bertoli, delegato Fiom nello stabilimento di Brescia. La produzione viaggia sui 170 mila veicoli all’anno, gli utili ci sono ma a questi sono corrisposti solo investimenti di mantenimento o di adeguamento ad alcune normative europee. “Certo – precisa Bertoli – la concorrenza non è quella dell’auto. Ma investire in veicoli a minore consumo ed emissioni diventerà importante per stare sul mercato”. E aggiunge: “Ci sono tutte le condizioni per l’integrativo”. La discussione nello stabilimento di Brescia riguarda anche la stabilizzazione di 55 lavoratori interinali, ormai in somministrazione da due anni. Una settimana fa, poi, l’azienda ha richiesto una decina di sabati lavorativi di straordinario e, a fronte della risposta negativa dei lavoratori (“perché c’è una vertenza in corso”), è partita l’assunzione di 140 interinali che dalla fine di aprile stanno entrando in azienda per soddisfare quella produzione.

Alla Sevel, joint venture tra Fiat e Peugeot per la produzione di veicoli commerciali (i cosiddetti van), su oltre 5000 lavoratori (di cui 350 con contratti a termine), 1000 sono interinali. Anche qui, nell’unico stabilimento italiano (un altro è in Francia), nella Val di Sangro, il trend degli ultimi anni è stato decisamente positivo: 210 mila veicoli all’anno (che diventeranno 300 mila nel 2007), il lancio del nuovo Ducato (presentato l’11 maggio scorso) e un indotto che si sta allargando. “Abbiamo garantito alla Fiat una liquidità indispensabile in questi anni – spiega Antonio Teti –. Ora chiediamo l’integrativo e anche un percorso di stabilizzazione per i lavoratori atipici”.

Stesso discorso per la Case New Holland (Cnh), ex Fiat trattori, multinazionale il cui stabilimento più importante in Italia si trova a Jesi, dove operano 80 interinali su 1000 lavoratori complessivi. “Con una produzione di livello medio basso quanto a potenza, come la nostra, la concorrenza è minore”, spiega Valentino Moretti, delegato Fiom. Stime produttive alte dunque, anche per quest’anno, per un comparto in cui la domanda estera copre un terzo delle quote di mercato.

I lavoratori Fiat chiedono dunque di essere risarciti. Con l’integrativo, ma anche con una revisione della struttura del premio di produzione e con un recupero economico più ampio per gli addetti alla catena di montaggio (“esistono ancora, nonostante le vulgate correnti”, insiste Airaudo). Soprattutto, però – come sottolinea Mina Leone –, chiedono una strategia di lungo periodo all’azienda. Se si stanno tornando a fare utili – o se, in alcuni comparti, si sono fatti anche negli “anni bui” – in gran parte, ne sono convinti, si deve a loro.

 

(www.rassegna.it, Rassegna sindacale n.21, giugno 2006)

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