CENTENARIO

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Un convegno sulla Cgil e i fatti d'Ungheria

1956: il coraggio di Di Vittorio

Il testo
di Bruno Trentin

La lezione
di un grande riformatore

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La biografia
di Di Vittorio

Ungheria '56
I fatti

Dalla rivolta all'arrivo dei sovietici

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Un convegno sulla Cgil e i fatti d'Ungheria

1956: il coraggio di Di Vittorio

“Giuseppe Di Vittorio e i fatti d’Ungheria” è il titolo del convegno svoltosi a Roma il 12 ottobre, promosso dalla Fondazione Di Vittorio, dall’Associazione per il Centenario della Cgil e dal Sindacato pensionati italiani. I lavori, presieduti da Betty Leone, segretaria generale Spi-CGIL, sono stati introdotti dal presidente della Fondazione Di Vittorio, Carlo Ghezzi. Quindi hanno preso la parola Adolfo Pepe, direttore Fondazione Di Vittorio, Piero Boni, ex sindacalista, Antonio Carioti, giornalista, Luciana Castellina, giornalista, Piero Fassino, segretario Ds, Adriano Guerra, storico. Nel corso dell’iniziativa è stata data lettura di una comunicazione preparata per il Convegno da Bruno Trentin. Le conclusioni sono state affidate al segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani

Non poteva mancare, tra le tante iniziative per i cento anni della Cgil, un momento di riflessione per una ricorrenza determinante per la sinistra italiana e per la

stessa Cgil: i cinquanta anni dalla rivolta ungherese del 1956. Al centro della discussione la posizione assunta dalla Cgil – come è scritto testualmente in un documento del 26 ottobre del ’56 - di “condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici  di governo e di direzione politica che determinano il distacco tra dirigenti e masse popolari”.  Ancora oggi desta meraviglia la durezza del giudizio nei confronti del sistema sovietico tanto più se si tiene conto di un contesto storico che vedeva consolidarsi – lo ha ricordato il relatore Adolfo Pepe – la guerra fredda e la teoria della sovranità limitata. E, ha sostenuto Pepe, sorprende ancora di più che un atto tanto importante sia così poco considerato dalla pubblicistica e dalla storiografia politica.

Si determinò uno scontro tra Di Vittorio e il gruppo dirigente del Pci che segnò due modi diversi di intendere sviluppo sociale e democrazia e che portò la Cgil a difendere con nettezza la Costituzione repubblicana e ad inserirsi nell’orizzonte europeo (ad esempio sull’approvazione del Mercato comune, osteggiata dal PCI). Mentre solo nel 1986, con la presenza di Piero Fassino ai funerali simbolici di Imre Nagy a Parigi - come ha ricordato lo stesso segretario dei Ds - fu riconosciuto il carattere democratico della rivolta ungherese.

Né fu facile per dirigenti e quadri della Cgil accettare la “bozza Brodolini” sottoscritta da Giuseppe Di Vittorio  e dal suo vice,  Fernando Santi (lo hanno ricordato Piero Boni, Antonio Carioti, Luciana Castellina, Adriano Guerra).

A Milano si giunse a un compromesso sulle ore di sciopero indette a favore degli operai ungheresi, mentre la Camera del lavoro di Bologna votò contro il documento. Sta di fatto che, come ha scritto Bruno Trentin nell’intervento scritto per il convegno,  Di Vittorio “rompeva le liturgie del leninismo e spingeva il sindacato confederale in una dimensione politica”. Dunque un Di Vittorio che, lontano dai tentativi di relegarlo nel folclore nazional popolare,  rivela la sua statura politica. O - per dirla con Vittorio Foa, come  ha ricordato Carlo Ghezzi – si dimostrò un “maestro di politica”.

Tornare alla  vicenda ungherese, alle posizioni di Di Vittorio e del gruppo dirigente della Cgil rappresenta dunque – ha concluso Epifani -  non solo una rievocazione storica ma  l’occasione per ricordare che senza quelle scelte la Cgil non sarebbe diventata quello che è.

(www.rassegna.it, 12 ottobre 2006)

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