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del movimento operaio internazionale. Ma parlarne
oggi, in modo non rituale o puramente celebrativo, per me significa
riaprire una riflessione critica a tutto campo sulla vicenda del Pci e
della sinistra italiana nel dopoguerra.
Qui mi limito solo a segnalare questa esigenza, che pure avverto da
molto tempo. Non credo di andare fuori tema, dunque, se mi chiedo fino
a che punto la sinistra italiana abbia realmente metabolizzato la
crisi di una vecchia cultura politica e dei suoi frutti più
avvelenati, come la fatale subalternità corporativa delle lotte
sociali, il primato del partito, l’impossibilità per il sindacato di
esprimersi come soggetto politico. La domanda è giustificata, se si
getta uno sguardo sui tormentati avvenimenti degli ultimi quindici
anni. Penso al sovraccarico di dispute astratte che hanno stressato la
discussione sulla forma e sul nome del partito: del lavoro, o
socialista, o riformista, o democratico. E alle difficoltà, invece,
incontrate dalla costruzione di un nuovo soggetto unitario in grado di
concorrere alla definizione di uno schieramento federato, in Italia e
in Europa, delle forze progressiste. Penso al modo in cui è stata
vissuta quella che chiamo la “fatica del progetto”, spesso vista come
una specie di “onere improprio” gravante su una politica identificata
– appunto – con il primato dei partiti e l’arte del governo.
A dire il vero, nessuno nega la necessità del progetto. Sono i suoi
eventuali obiettivi vincolanti a infastidire quanti concepiscono
l’“autonomia del politico” come la prerogativa esclusiva di una classe
dirigente che decide pragmaticamente in base agli umori dominanti
nella società civile. Penso, infine, all’imbarazzo che persiste nei
confronti di un passato che non andava rimosso o cancellato, ma
rivisitato e superato laicamente, almeno prima di dedicarsi con
frenesia ai cambi di nome. E prima che si allentassero i legami con
quel mondo del lavoro subordinato che è sempre stato la ragion
d’essere fondamentale di qualunque forza di sinistra. Un mondo in
incessante e radicale trasformazione, certamente, ma non in via di
dissolvimento dopo il crollo del comunismo sovietico.
Ecco perché, oggi, ricordo Di Vittorio. Perché, con la sua concezione
dell’autonomia del sindacato, del sindacato come soggetto politico, ha
saputo indicare una prospettiva riformatrice in cui proposta e
iniziativa di massa erano unite da un nesso inscindibile, capace di
vagliare la validità e la coerenza di ogni singola scelta politica in
un processo democratico che sfuggisse alle insidie del trasformismo,
del leaderismo e del consenso passivo verso i “capi”. L’autocritica
seguita alla sconfitta della Fiom alla Fiat nel 1955 ne è una
testimonianza limpida. “Anche se la colpa è al 99% del padrone, se c’è
un 1% che ci riguarda – disse al Direttivo della Cgil – è su questo
che io voglio lavorare”. E quell’1% non era piccola cosa. Si trattava
di riappropriarsi dei problemi della condizione operaia anche
attraverso nuove forme di democrazia e rappresentanza sindacale.
Questa linea si affermò dopo uno scontro aspro che investì l’insieme
del gruppo dirigente della Cgil, incontrando l’opposizione più dura in
Lombardia, in alcune zone del Mezzogiorno e nella Fiom nazionale, alla
cui direzione subentrarono Agostino Novella e Vittorio Foa. E si
affermò nonostante l’ostilità manifesta del gruppo dirigente del Pci,
diffidente nei confronti di una svolta che sostanzialmente sconfessava
la sua posizione ufficiale. Posizione che attribuiva la sconfitta alla
Fiat all’offensiva padronale e alla debolezza delle strutture
politiche e sindacali di Torino.
Il 1956
Il dissenso tra Di Vittorio e Togliatti esplose in tutta la sua
crudezza con i “fatti di Budapest” del 1956, come pudicamente vengono
ancora chiamati. Su quel dissenso e su quei fatti sono stati versati
fiumi di inchiostro. Anch’io ho cercato di darne una testimonianza
diretta in uno scritto che, insieme a un ampio saggio di Adriano
Guerra, è stato pubblicato alcuni anni fa (Di Vittorio e l’ombra di
Stalin, Roma, Ediesse, 1997, ndr). Ne riprendo solo alcuni
passaggi. La posizione critica assunta dalla Cgil nei confronti dei
“fatti di Poznan”, dove i lavoratori polacchi in sciopero subirono una
brutale repressione poliziesca (giugno 1956). Era la prima clamorosa
prova della frattura tra potere e società apertasi nel “socialismo
realizzato”. Il Pci e la sinistra italiana tacquero. La Federazione
sindacale mondiale (Fsm) cercò di isolare la Cgil dai sindacati
parastatali dei paesi del blocco sovietico. Solo il nuovo sindacato
polacco ringraziò Di Vittorio e la Cgil per aver difeso le ragioni
della protesta operaia. La ferma condanna (condivisa sia da Di
Vittorio che da Fernando Santi) dell’intervento armato dell’Urss nella
capitale ungherese: “La Segreteria della Cgil di fronte alla tragica
situazione determinatasi in Ungheria (…) ravvisa in questi luttuosi
avvenimenti la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici
di governo e di direzione politica che determinano il distacco fra
dirigenti e masse popolari” (documento del 26 ottobre 1956).
L’attacco a Di Vittorio da parte della Direzione del Pci, e
l’aggressione faziosa, in particolare, di Giorgio Amendola, Gian Carlo
Pajetta, Paolo Bufalini e Mario Alicata. Solo Luigi Longo si distinse
per la sua volontà di dialogo. E la figura di Longo va profondamente
riconsiderata, contro molte caricature che ne sono state fatte. Penso
alla sua analisi lucida e rispettosa dell’esperienza e dell’eredità
togliattiana, che però non ne ignorava i limiti e le contraddizioni;
ai primi contatti avviati (attraverso Giorgio Napolitano) con la Spd
di Willy Brandt; all’apertura di un dialogo con le forze di sinistra
che combattevano lo stalinismo (che andrà avanti fino alla
partecipazione “autorizzata” – mia e di Rosario Villari – al Convegno
internazionale di Venezia sull’opposizione nei paesi dell’est,
promosso dal Manifesto nei giorni immediatamente precedenti la
cosiddetta “Biennale del dissenso” del novembre 1977. Partecipazione
bollata da Armando Cossutta come antisovietica…).
L’attacco alla Cgil (che si sviluppò in tutte le sezioni del Pci), per
riprendere il filo del discorso, vide il suo culmine in una lettera di
Togliatti, nella quale informava il Comitato centrale del Pcus
dell’esistenza nel Pci di “gruppi” che sostenevano l’insurrezione di
Budapest. Nella lettera, inoltre, si sottolineava che tali gruppi
esigevano che l’intera direzione del partito venisse sostituita, con
Di Vittorio nuovo segretario. Questa denuncia di carattere delatorio
(nessun gruppo, come Togliatti sapeva bene, aveva avanzato la
candidatura di Di Vittorio alla segreteria del Pci né Di Vittorio
l’avrebbe mai avallata), tendeva evidentemente a delegittimare il
leader della Cgil fra i sovietici e, attraverso il loro intervento,
nella Fsm. La successiva dichiarazione di Di Vittorio (5 novembre
1956), volta a ridurre l’area del conflitto con Togliatti, ribadì
comunque la validità della presa di posizione della segreteria
confederale sui fatti d’Ungheria. E riaffermò la natura autonoma e
unitaria della Cgil (proprio mentre si profilava una rottura dei
rapporti fra Pci e Psi), e il suo diritto a esprimersi – al pari dei
partiti – sulla tragedia che incombeva sul movimento comunista.
Bisognerà attendere qualche decennio per l’ammissione di quella
tragedia da parte del Pci, prima con un’intervista ad Alessandro Natta
di Ugo Baduel su l’Unità (ottobre 1986), e successivamente con
la partecipazione di Piero Fassino ai funerali simbolici di Imre Nagy
a Parigi. La Cgil, in ogni caso, ne tirò tutte le conseguenze.
Innanzitutto rompendo con i sindacati di regime ungheresi, poi –
constatata l’irriformabilità della Fsm – scegliendo la strada
dell’autonomia. Una strada che porterà all’avvio di rapporti
sistematici con gli esponenti dell’opposizione in diversi paesi
dell’orbita sovietica, fino all’aperto sostegno dato a Solidarnosc
(movimento pur discutibile e complesso) ben prima del colpo di stato
del generale Jaruzelski. La rottura operata dalla Cgil nel 1956,
tuttavia, non fu un fulmine a ciel sereno.
Essa maturò dopo un lungo processo d’incubazione, scandito da una
serie di altri fatti: le lotte per il Piano del lavoro; il programma
di riforme elaborate anche mediante un confronto vivo con settori
importanti della cultura economica e sociale italiana; il grande e
articolato movimento di massa nelle campagne; gli scioperi a rovescio
per ottenere la costruzione di nuove centrali elettriche nel Sud; il
rilancio dell’azione rivendicativa contro le forme più odiose di
sfruttamento e di limitazione della libertà sindacale nell’industria
del Nord; la battaglia per imporre una politica di riconversione
dell’industria bellica. Insomma: un enorme patrimonio programmatico e
rivendicativo, che rispecchiava l’autonomia – anche culturale –
raggiunta dalla Cgil nel corso degli anni cinquanta.
Una tensione progettuale e una capacità di lotta che mettevano
oggettivamente in questione il monopolio dei partiti della sinistra
non solo sulla politica internazionale, ma anche sulla politica
economica e sul grande tema dei diritti individuali. Penso, ancora,
alla lungimiranza di Di Vittorio quando lanciò il grande obiettivo
dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Penso al dibattito sul
“Piano Vanoni” (concepito come risposta al Piano del lavoro):
occasione di un altro attacco del Pci all’approccio critico ma
costruttivo della Cgil (Amendola se ne lamentò fortemente sia al
Comitato centrale del partito sia in Parlamento), volto sempre alla
ricerca di un interlocutore, fuori da una logica di opposizione
subalterna. Lo stesso avvenne durante il confronto, duro ma
dialogante, con Pietro Campilli, presidente della Cassa per il
Mezzogiorno. Per non parlare delle divergenze sul “Piano Pieraccini”,
che aveva tra i suoi ispiratori intellettuali del rango di Giorgio
Ruffolo, su cui i deputati sindacalisti della Cgil si astennero,
nonostante il voto contrario del Pci. Mentre nel 1970 fu il Pci ad
astenersi sullo Statuto dei diritti dei lavoratori, che, su impulso di
Giacomo Brodolini e Gino Giugni, sanzionava con una legge dello Stato
le conquiste dell’“autunno caldo”.
Ora, quali sono state le ragioni di fondo – politiche e culturali –
alla base di questo rapporto conflittuale tra la Cgil e il Pci, fra un
grande leader sindacale come Di Vittorio e un grande leader politico
come Togliatti, protagonista della costruzione della democrazia
italiana e dell’inclusione – nel suo alveo – delle classi lavoratrici?
Un peso notevole, a mio avviso, lo hanno sicuramente avuto
preoccupazioni di natura tattica, per cui ogni presunta “deviazione
collaborazionista” della Cgil andava contrastata, in quanto rischiava
di incrinare l’assunto secondo cui senza il Pci l’Italia non poteva
essere governata. Ma il motivo essenziale, come già accennato, ha le
sue radici in un retroterra ideologico e teorico che risale agli
albori del movimento socialista. Sta in quel corpus dottrinario della
seconda e terza Internazionale che stabiliva una naturale – e rigida –
divisione dei compiti fra sindacato e partito. Fra il sindacato –
braccio del movimento sociale, e il partito – avanguardia (dei
“colti”) che interpreta i veri bisogni dei lavoratori, anche quando
essi non ne hanno piena coscienza (la rude razza pagana che sa
soltanto chiedere più soldi e se ne infischia dell’assetto
istituzionale dell’impresa, della società e dello Stato).
È vero che all’VIII Congresso del Pci la formula del sindacato come
“cinghia di trasmissione” del partito fu formalmente bandita. Ma certo
non fu bandito il principio del primato del partito nei confronti di
un sindacato visto – nella migliore delle ipotesi – come apprendistato
della politica, quasi ontologicamente inadatto a rappresentare un
interesse generale. E sto parlando di un sindacato, la Cgil, che è
stato un caso unico in Europa: una confederazione di categorie e di
Camere del lavoro.
Sono questi dogmi che hanno reso i partiti sempre più delle
organizzazioni autoreferenziali, e che, attraverso la cosiddetta
“delega salariale” al sindacato, li hanno allontanati da un’indagine
viva e profonda dei mutamenti della società civile, indispensabile per
ogni strategia politica.
Di Vittorio ha il merito storico di avere avviato la rottura delle
liturgie del leninismo, anche grazie a un’acuta percezione della
complessità del processo sociale, che spingeva obiettivamente il
sindacalismo confederale in una dimensione politica: le riforme di
struttura, le libertà e i diritti del lavoro, l’ampliamento della
rappresentanza ai disoccupati e ai sottoccupati. Sono dunque
inaccettabili le vulgate che lo relegano nella cerchia dei capipopolo
e dei tribuni dall’oratoria trascinante, o che vedono in lui soltanto
il grande bracciante autodidatta, ignorando la sua statura – politica
e culturale – di grande riformatore, affermatasi quando il Pci era
ancora assai lontano dal percepire l’esperienza catastrofica del
“socialismo reale”.
Per un rinnovamento democratico (veramente democratico) delle forze
socialiste, allora, occorre anche combattere questa mummificazione
della figura di Di Vittorio e, facendo tesoro della sua lezione,
occorre contrastare con fermezza tutte quelle derive culturali che
tendono a riproporre una separazione concettuale tra lotta sociale e
sedicente “vera politica”. Questa separazione ha avuto e ha tuttora
delle implicazioni rilevanti per la stessa autonomia sindacale, su cui
ha pesato, qualche volta drammaticamente, la gerarchia politica e
culturale che i partiti hanno sempre teso a esercitare sulle scelte e
sulla condotta del sindacato. Lo testimonia anche una lettura attenta
dei giornali di sinistra degli ultimi tre decenni, da cui si evince
una vistosa divaricazione fra la cronaca politica e le lotte sociali e
del lavoro. Un dato che rispecchia un collegamento fra partiti e
società segnato da una forte sottovalutazione degli specifici e
mutevoli contenuti del conflitto sociale, e delle implicazioni che
essi possono avere sulla configurazione della stessa forma-partito.
Si rifletta, in proposito, sulla parabola delle vecchie sezioni di
massa, strutture separate dal resto dell’organizzazione del partito
operaio, con il compito di seguire indifferentemente sindacato,
cooperazione e artigianato. Senza dimenticare, inoltre, che la pretesa
di guidare politicamente (ancorché “in ultima istanza”) le lotte
sociali prescindendo dalle loro concrete finalità, e prescindendo
dalla forza come dalle forme di rappresentanza del sindacato, è stata
utilizzata come un formidabile pretesto dai movimenti
extraparlamentari e dai gruppi estremisti per delegittimare il
sindacalismo confederale, e tentare di ricacciarlo nel tunnel della
disgregazione corporativa e del ribellismo sociale. Si rifletta,
infine, su un paradosso, attestato dalla stessa letteratura sulla
storia del movimento operaio italiano: mentre nei paesi anglosassoni e
in Francia, dove esiste ancora una robusta tradizione corporativa e un
rapporto subordinato del sindacato con la politica, la letteratura sul
movimento operaio non conosce, in generale, una scissione fra cultura
espressa dai movimenti sociali e politologia delle élites, in Italia,
nell’Italia delle cooperative e delle Camere del lavoro, questa
scissione è assai marcata.
E così, mentre abbiamo una letteratura sulla storia del movimento
sindacale (soprattutto della Cgil) di altissimo livello, abbiamo una
letteratura sulla storia dei partiti che ha adottato parametri e
spettri di analisi molto diversi, che hanno fondamentalmente
trascurato l’impatto delle lotte sociali (e dei loro contenuti) sul
sistema politico e sulla vita delle istituzioni. Due storiografie
parallele che non si incontrano mai e che rispecchiano una cultura
divisa. In conclusione, occorre riconsiderare la storia della Cgil di
Di Vittorio dal 1945 ad oggi sotto un duplice punto di vista: quello
dell’impegno per la ricostruzione, faticosa e contrastata, di un
sindacalismo non corporativo, non subordinato ai partiti ma capace di
dialogare con loro in ragione della sua autonomia politica e
culturale; e quello dell’impegno per la piena affermazione del valore
dell’unità sindacale, nella consapevolezza della portata che il
processo unitario può avere per lo sviluppo della comunità nazionale e
per la difesa creativa della Costituzione repubblicana. Questo vuol
dire rimettere Giuseppe Di Vittorio al suo posto nella storia politica
e sociale dell’Italia. |