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ragazze, accompagnatela al fiume dov'è costretta a
lavarsi ma distogliete lo sguardo dalle sue abluzioni, quindi datele
un nome: Zhang, e una nazionalità: cinese. Forse non sarà venuta al
mondo, come David Copperfield e ogni bambino sfortunato, "durante le
ore piccole di un venerdì notte", ma ha collezionato altre disgrazie.
A cominciare dalla nascita, dopo fratelli e sorelle, che l'ha
trasformata dal primo respiro in una "fuori quota" indebitando i suoi
genitori dinanzi a uno Stato che tollera solo figli unici e i fuori quota li multa. Dunque nata
con un debito, la piccola Zhang, e a 15 anni già in pellegrinaggio per
estinguerlo trovando l'unico mezzo a disposizione: la fatica.
Ogni tappa della massacrante "carriera" di questa giovanissima
lavoratrice potrebbe essere il capitolo di un romanzo dickensiano
sulla Cina contemporanea (attendiamo che qualcuno lo pubblichi):
inizia a Guangzhou fabbricando alberi di natale, sette giorni su sette
fino alle dieci di sera, tre giorni liberi all'anno, le mani intinte
nel solvente, le narici pregne di fumo, 60 dollari mensili di paga.
Non resiste: si trasferisce a Chenghai in una fabbrica di giocattoli
di quelle "tutti sotto lo stesso tetto", laboratorio, magazzino e
dormitorio in un solo edificio. Al primo piano si lavora, al secondo
dorme assieme ad altre dieci compagne, al terzo abita il padrone con
la famiglia; è qui che deve scendere al fiume per lavarsi i vestiti.
Un bel miscuglio concentrazionario di ordini, odori e sudori dal quale
fugge per approdare a una fabbrica di prodotti artigianali, dove però
la paga è bassissima, lavora fino alle 11 e mezzo della notte e il
cibo deve pagarselo da sola. Non è cosa. Di nuovo in fuga: colleziona
altre fabbriche di giocattoli, vestiti, dvd, ceramiche, ancora vestiti
finché resta incinta e ovviamente la licenziano. Poi l'assumono di
nuovo e il 25 marzo del 2004, durante il turno di notte, alle tre del
mattino, la mano le resta intrappolata in un rullo di ferro. Qualcuno
va a svegliare l'elettricista che dopo interminabili minuti la libera,
cercano un'auto per portarla all'ospedale, la macchina non arriva,
Zhang deve prendere un tassì e andarsi a ricoverare senza che nessuno
l'accompagni. La pelle della mano è morta da ore: la sottopongono a un
intervento di trapianto chirurgico che riesce perfettamente, ma
l'azienda non ne ha ancora pagato le spese. Oggi Zhang lavora in
un'agenzia di servizi a Shenzen, ha 21 anni ed è già piena di ricordi.
Zhang è solo una delle trenta giovani lavoratrici (dai 14 ai 30 anni)
intervistate nell'indagine Falling through the floor,
pubblicata pochi giorni fa in inglese dal China Labour Bulletin
(l'organizzazione fondata nel 1994 a Hong Kong dal sindacalista
indipendente Han Dongfang). L'inchiesta è stata condotta dal 2004 al
2005 nell'area di
Dongguan,
città iperindustrializzata della provincia di Guangdong, sul delta del
fiume Pearl. Una zona in cui si produce e vende di tutto, apparecchi
elettronici, tessuti, calzature, giocattoli, manufatti della filiera
cartaria, prodotti alimentari, laterizi. Dongguan ha raggiunto una
crescita annua del 22% e attira investitori dalle vicine Hong Kong e
Taiwan fino a Giappone, Corea del Sud, Singapore, Stati Uniti ed
Europa. Un immenso catino di soldi, traffici, fabbriche e forza lavoro
nel quale risiedono poco più di un milione di cittadini, ma transitano
e vivono oltre 4 milioni e mezzo di lavoratori immigrati da altre aree
della Cina e soprattutto dalle campagne. Tra questi sono andati a
indagare gli attivisti del Clb, ricavando storie di sfruttamento del
lavoro femminile i cui contorni individuali ci sono già in parte noti,
ma tessendone le trame in una foto di gruppo originale, completa e
utile.
Dall'indagine emerge che a Dongguan non si rispetta nessuno dei
capisaldi fissati dall'Organizzazione internazionale del lavoro nel
definire il diritto a un lavoro decente. Eppure la Cina fa parte
dell'Oil e ne ha ratificato le convenzioni. In quest'area - denuncia
il Clb - non viene rispettata neppure la legislazione del lavoro
cinese, che alcune tutele per le lavoratrici in linea teorica le
prevede. Ma nella giungla della produzione ad alta velocità valgono
altre regole, contano solo i rapporti di forza, e che capacità
contrattuale possono avere delle ragazzine immigrate dalle campagne,
contadine o figlie di contadine, ingaggiate in fabbriche e
fabbrichette dove il sindacato non ha cittadinanza? Solo in una delle
16 aziende prese in esame dall'inchiesta di Clb, infatti, è stato
consentito di formare un sindacato, peraltro non un'organizzazione
libera ma il Sindacato unico controllato dal partito e dal governo,
l'unico possibile in Cina. Per il resto regna la sopraffazione:
stipendi di molto inferiori al salario minimo garantito; straordinari
non pagati e obbligatori con medie di lavoro dalle 84 alle 98 ore
settimanali; nessun diritto a ferie, maternità, malattia; nessuna
possibilità di rivendicazione pena sanzioni o il licenziamento in
ambienti ispirati "al più stretto regime militare"; esposizione a
infortuni e sostanze tossiche in assenza delle più elementari norme di
sicurezza.
"Alcune settimane - rivela una delle donne intervistate - facciamo
straordinari ogni giorno, arrivando a 12-13 ore quotidiane. Il lavoro
inizia alle 8, ma alle 7.30 dobbiamo fare un allenamento in stile
militare sul campo. A mezzogiorno c'è la pausa, poi si va avanti fino
alle 23.30". "Ogni mese qualche ragazza sviene sotto la doccia per
l'esaurimento fisico - racconta un'altra lavoratrice -. Una compagna
invece è svenuta in laboratorio versandosi addosso tutto il solvente".
"Se t'infortuni l'azienda paga per le spese mediche, ma ricevi una
nota negativa e una decurtazione salariale. Dopo tre note negative
vieni licenziata e finché resti in ospedale ti tagliano lo stipendio
del 50%".
Molte di queste fabbriche appartengono all'esercito di subfornitori
che le grandi multinazionali dell'abbigliamento hanno disseminato per
il pianeta. Uno status che in teoria dovrebbe assicurare qualche
garanzia in più alle lavoratrici, visto che molte corporations
si sono dotate di codici di condotta e politiche di responsabilità
sociale promuovendo ispezioni sulle condizioni di lavoro in tutte le
fabbriche affiliate. Tuttavia l'indagine dimostra che a Dongguan
manager e proprietari raggirano gli ispettori costringendo i
lavoratori a dare false informazioni. I responsabili di Nike, Reebok e
consorelle dovrebbero leggere attentamente il rapporto: "prima delle
ispezioni il supervisore consegna un formulario a ognuno di noi -
racconta una lavoratrice -. A qualsiasi domanda ci facciano dobbiamo
rispondere utilizzando le informazioni del formulario. Ad esempio:
'iniziamo a lavorare alle 8.30, non lavoriamo la domenica, non
lavoriamo mai oltre le 21.30'. Non osiamo mai dire la verità, perché
il padrone sta lì davanti a noi e ci guarda".
Insomma un sistema di semischiavitù il cui paradosso, sottolinea il
rapporto di Clb, sta nel fatto che l'area di Dongguan è penalizzata
dalla scarsità di forza lavoro. Ci sono meno lavoratori di quanti ne
richiedano le fabbriche, il che dovrebbe dare alla manodopera una
qualche forza contrattuale. Se questo non succede, conclude
l'indagine, vuol dire che, a 15 anni dalla svolta per l'economia
socialista di mercato, in Cina non è ancora nato un mercato del
lavoro veramente libero. |