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Cina / Un'indagine sulle condizioni di lavoro delle donne

Le fabbriche indecenti

 

di Davide Orecchio


immagine tratta da China Labour Bullettin

 

Prendete uno dei piccoli eroi di Charles Dickens e colorategli il pallore, sollevategli gli zigomi. Lasciate che le sbocci una voce femminile, distendetele gli occhi sulla linea dello sguardo. Fatele fabbricare giocattoli per 14 ore al giorno o scarpe e magliette per 12, oppure dvd per 40 dollari al mese, appisolatela in un dormitorio nella mansarda della fabbrica assieme ad altre trenta

ragazze, accompagnatela al fiume dov'è costretta a lavarsi ma distogliete lo sguardo dalle sue abluzioni, quindi datele un nome: Zhang, e una nazionalità: cinese. Forse non sarà venuta al mondo, come David Copperfield e ogni bambino sfortunato, "durante le ore piccole di un venerdì notte", ma ha collezionato altre disgrazie. A cominciare dalla nascita, dopo fratelli e sorelle, che l'ha trasformata dal primo respiro in una "fuori quota" indebitando i suoi genitori dinanzi a uno Stato che tollera solo figli unici e i fuori quota li multa. Dunque nata con un debito, la piccola Zhang, e a 15 anni già in pellegrinaggio per estinguerlo trovando l'unico mezzo a disposizione: la fatica.

Ogni tappa della massacrante "carriera" di questa giovanissima lavoratrice potrebbe essere il capitolo di un romanzo dickensiano sulla Cina contemporanea (attendiamo che qualcuno lo pubblichi): inizia a Guangzhou fabbricando alberi di natale, sette giorni su sette fino alle dieci di sera, tre giorni liberi all'anno, le mani intinte nel solvente, le narici pregne di fumo, 60 dollari mensili di paga. Non resiste: si trasferisce a Chenghai in una fabbrica di giocattoli di quelle "tutti sotto lo stesso tetto", laboratorio, magazzino e dormitorio in un solo edificio. Al primo piano si lavora, al secondo dorme assieme ad altre dieci compagne, al terzo abita il padrone con la famiglia; è qui che deve scendere al fiume per lavarsi i vestiti. Un bel miscuglio concentrazionario di ordini, odori e sudori dal quale fugge per approdare a una fabbrica di prodotti artigianali, dove però la paga è bassissima, lavora fino alle 11 e mezzo della notte e il cibo deve pagarselo da sola. Non è cosa. Di nuovo in fuga: colleziona altre fabbriche di giocattoli, vestiti, dvd, ceramiche, ancora vestiti finché resta incinta e ovviamente la licenziano. Poi l'assumono di nuovo e il 25 marzo del 2004, durante il turno di notte, alle tre del mattino, la mano le resta intrappolata in un rullo di ferro. Qualcuno va a svegliare l'elettricista che dopo interminabili minuti la libera, cercano un'auto per portarla all'ospedale, la macchina non arriva, Zhang deve prendere un tassì e andarsi a ricoverare senza che nessuno l'accompagni. La pelle della mano è morta da ore: la sottopongono a un intervento di trapianto chirurgico che riesce perfettamente, ma l'azienda non ne ha ancora pagato le spese. Oggi Zhang lavora in un'agenzia di servizi a Shenzen, ha 21 anni ed è già piena di ricordi.

Zhang è solo una delle trenta giovani lavoratrici (dai 14 ai 30 anni) intervistate nell'indagine Falling through the floor, pubblicata pochi giorni fa in inglese dal China Labour Bulletin (l'organizzazione fondata nel 1994 a Hong Kong dal sindacalista indipendente Han Dongfang). L'inchiesta è stata condotta dal 2004 al 2005 nell'area di
Dongguan, città iperindustrializzata della provincia di Guangdong, sul delta del fiume Pearl. Una zona in cui si produce e vende di tutto, apparecchi elettronici, tessuti, calzature, giocattoli, manufatti della filiera cartaria, prodotti alimentari, laterizi. Dongguan ha raggiunto una crescita annua del 22% e attira investitori dalle vicine Hong Kong e Taiwan fino a Giappone, Corea del Sud, Singapore, Stati Uniti ed Europa. Un immenso catino di soldi, traffici, fabbriche e forza lavoro nel quale risiedono poco più di un milione di cittadini, ma transitano e vivono oltre 4 milioni e mezzo di lavoratori immigrati da altre aree della Cina e soprattutto dalle campagne. Tra questi sono andati a indagare gli attivisti del Clb, ricavando storie di sfruttamento del lavoro femminile i cui contorni individuali ci sono già in parte noti, ma tessendone le trame in una foto di gruppo originale, completa e utile.

Dall'indagine emerge che a Dongguan non si rispetta nessuno dei capisaldi fissati dall'Organizzazione internazionale del lavoro nel definire il diritto a un lavoro decente. Eppure la Cina fa parte dell'Oil e ne ha ratificato le convenzioni. In quest'area - denuncia il Clb - non viene rispettata neppure la legislazione del lavoro cinese, che alcune tutele per le lavoratrici in linea teorica le prevede. Ma nella giungla della produzione ad alta velocità valgono altre regole, contano solo i rapporti di forza, e che capacità contrattuale possono avere delle ragazzine immigrate dalle campagne, contadine o figlie di contadine, ingaggiate in fabbriche e fabbrichette dove il sindacato non ha cittadinanza? Solo in una delle 16 aziende prese in esame dall'inchiesta di Clb, infatti, è stato consentito di formare un sindacato, peraltro non un'organizzazione libera ma il Sindacato unico controllato dal partito e dal governo, l'unico possibile in Cina. Per il resto regna la sopraffazione: stipendi di molto inferiori al salario minimo garantito; straordinari non pagati e obbligatori con medie di lavoro dalle 84 alle 98 ore settimanali; nessun diritto a ferie, maternità, malattia; nessuna possibilità di rivendicazione pena sanzioni o il licenziamento in ambienti ispirati "al più stretto regime militare"; esposizione a infortuni e sostanze tossiche in assenza delle più elementari norme di sicurezza.

"Alcune settimane - rivela una delle donne intervistate - facciamo straordinari ogni giorno, arrivando a 12-13 ore quotidiane. Il lavoro inizia alle 8, ma alle 7.30 dobbiamo fare un allenamento in stile militare sul campo. A mezzogiorno c'è la pausa, poi si va avanti fino alle 23.30". "Ogni mese qualche ragazza sviene sotto la doccia per l'esaurimento fisico - racconta un'altra lavoratrice -. Una compagna invece è svenuta in laboratorio versandosi addosso tutto il solvente". "Se t'infortuni l'azienda paga per le spese mediche, ma ricevi una nota negativa e una decurtazione salariale. Dopo tre note negative vieni licenziata e finché resti in ospedale ti tagliano lo stipendio del 50%".

Molte di queste fabbriche appartengono all'esercito di subfornitori che le grandi multinazionali dell'abbigliamento hanno disseminato per il pianeta. Uno status che in teoria dovrebbe assicurare qualche garanzia in più alle lavoratrici, visto che molte corporations si sono dotate di codici di condotta e politiche di responsabilità sociale promuovendo ispezioni sulle condizioni di lavoro in tutte le fabbriche affiliate. Tuttavia l'indagine dimostra che a Dongguan manager e proprietari raggirano gli ispettori costringendo i lavoratori a dare false informazioni. I responsabili di Nike, Reebok e consorelle dovrebbero leggere attentamente il rapporto: "prima delle ispezioni il supervisore consegna un formulario a ognuno di noi - racconta una lavoratrice -. A qualsiasi domanda ci facciano dobbiamo rispondere utilizzando le informazioni del formulario. Ad esempio: 'iniziamo a lavorare alle 8.30, non lavoriamo la domenica, non lavoriamo mai oltre le 21.30'. Non osiamo mai dire la verità, perché il padrone sta lì davanti a noi e ci guarda".

Insomma un sistema di semischiavitù il cui paradosso, sottolinea il rapporto di Clb, sta nel fatto che l'area di Dongguan è penalizzata dalla scarsità di forza lavoro. Ci sono meno lavoratori di quanti ne richiedano le fabbriche, il che dovrebbe dare alla manodopera una qualche forza contrattuale. Se questo non succede, conclude l'indagine, vuol dire che, a 15 anni dalla svolta per l'economia socialista di mercato, in Cina non è ancora nato un mercato del lavoro veramente libero.

(www.rassegna.it, 16 ottobre 2006)

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Il Rapporto Falling through the floor

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