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Rocchi e Maulucci: perché il sindacato è necessario

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Coop e finanza / Verso la democrazia economica

Rocchi e Maulucci: perché il sindacato
è necessario

di Anna Avitabile

Il rapporto tra sindacati e movimento cooperativo, tradizionalmente complicato, non appare in questi ultimi anni sotto il segno del “bello stabile”. Una delle ragioni di tale clima è determinata dalle modifiche normative apportate alla legge 142 del 2001 che regola la figura del socio lavoratore (l. 30 del 2003 e l. 47 del 2004). La discussione tra sindacati confederali e organizzazioni di rappresentanza del movimento cooperativo tesa a riaffrontare in termini concreti come interpretare e applicare la riscrittura della legge 142 non ha finora portato ad alcun risultato concreto, se non a una bozza di documento generale sui problemi del paese. “Le difficoltà – sostiene Nicoletta Rocchi, segretaria confederale Cgil – si fanno sentire appena si entra nel merito del funzionamento effettivo della democrazia sindacale e anche della democrazia economica”.

Al centro della discussione vi sono tuttora due temi che riguardano le cooperative di lavoro, e cioè i diritti sindacali e il trattamento economico per i soci lavoratori. “Per queste figure – continua Rocchi – risulta sostanzialmente inibita la contrattazione aziendale e l’intervento del sindacato sull’organizzazione del lavoro. Ma si potrebbe sostenere – come paradossalmente ho provato a fare – che se è vero che i soci sono l’azienda, avremmo due rappresentanze che si sovrappongono su di una sola testa, cioè il movimento cooperativo e il sindacato. Noi, come sindacato, potremmo anche rinunciare alla rappresentanza collettiva dei lavoratori soci a condizione che questi ultimi possano avere un ruolo effettivo e concreto nella conduzione dell’azienda, attraverso lo sviluppo di strumenti di democrazia economica e di democrazia d’impresa. Il discorso cade se questo ruolo non viene ad esercitarsi, soprattutto nelle imprese di grandi dimensioni dove si è creato un fossato tra il management e i soci lavoratori e dove la mancanza di un azionariato di riferimento ha prodotto l’inamovibilità dei gruppi dirigenti”.

Il tema delle relazioni sindacali s’intreccia dunque con le regole della governance dell’impresa cooperativa e con il mantenimento della sua identità originaria. “Se la coop – argomenta Marigia Maulucci, segretaria confederale Cgil – è assimilabile, come si dice, a una public company, vive tutte le contraddizioni che sono intrinseche a questo tipo d’impresa. Difatti la finalità della public company e l’interesse del manager sono la creazione di valore per l’azionista che, in questo caso, non è una persona fisica ma un insieme di persone, i soci, che non hanno possibilità d’intervenire sulle scelte dei manager e di contare nelle decisioni che essi assumono. E così non solo vengono meno i controlli sul management, ma viene a cadere anche la stessa esigenza di mutualità, di partecipazione, di realtà differente che ha caratterizzato all’origine la nascita dell’impresa cooperativa”.

I problemi nascono, secondo la dirigente della Cgil, dalla difficoltà di tenere assieme l’originaria impostazione mutualistica con un’impostazione di un’azienda che opera sul mercato. “Ad essere maggiormente penalizzati da questo incontro – aggiunge Maulucci – sono la partecipazione, la condivisione delle scelte e i controlli che rispetto a quelle scelte vanno esercitati. Perché i mattoni sui quali è costruito il sistema della cooperativa – una testa un voto, l’indivisibilità del patrimonio sociale e le caratteristiche dell’organizzazione aziendale – contraddicono in forma reale e concreta le finalità stesse di mutualità e d’interesse per i soci per le quali si costituisce l’impresa stessa”.

Eppure sarebbe preziosa la possibilità di realizzare un sistema avanzato di relazioni sindacali non solo come esperimento di democrazia per i lavoratori coinvolti, ma soprattutto come strumento capace di rispondere alla gravità dell’attuale crisi. “Non si gestisce la transizione del nostro sistema economico – conclude Maulucci – da un modello arretrato verso un modello più avanzato di specializzazioni produttive senza aver costruito un sistema forte di relazioni sindacali in cui siano previste sedi di condivisione delle scelte delle imprese”.

(www.rassegna.it, il Mese di Rassegna sindacale, gennaio 2006)

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