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Dalla banlieue al cpe |
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Un solo movimento generazionale? |
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Francia / Dalla banlieue al cpe
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Un solo movimento generazionale? |
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di Alessandro Coppola |
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La banlieue dal mito alla storia.
La vicenda della banlieue francese è la storia della trasformazione
di spazi della modernità in ghetti in una società che non si è mai
realmente ripresa dal trauma della crisi degli anni settanta e dalla
relativa dura ristrutturazione produttiva. Nati per risolvere
definitivamente la grave questione abitativa della Francia del decollo
economico, i grandi insediamenti di edilizia sociale si configuravano
come conquiste della modernità e dell’inclusione sociale. Classe operaia
e piccola borghesia potevano finalmente accedere a tutti i confort della
vita contemporanea: spazio privato segnato dal modello consumistico in
ascesa, servizi pubblici efficienti a partire da una vasta rete di
trasporto fra i nuovi centri e le città storiche, disegno urbano
realizzato secondo i dettami del movimento moderno allora al suo apogeo.
Con gli anni 70 il panorama muta improvvisamente: la crisi porta con sé
la disoccupazione immigrata e la caduta delle organizzazioni operaie, il
fenomeno del ricongiungimento familiare proprio in un momento di
difficoltà pone le basi per la nascita di nuove generazioni di francesi
d’origine straniera (provenienti soprattutto dalle ex colonie), la
piccola borghesia inizia ad abbandonare le banlieues impaurita dalle
difficoltà crescenti ed attratta dal nuovo mito della casa unifamiliare.
Le banlieues diventano quindi i luoghi in cui diversi gravi fattori di
rischio si combinano dando l’idea di un vero e proprio vuoto sociale:
dispersione scolastica, piccola delinquenza, disoccupazione, violenze e
crisi familiare. Nel 1981, poco dopo il trionfo di Miterrand e
l’insediamento del primo governo socialista, esplodono le prime rivolte
nell’agglomerazione di Lione. Il tema della violenza urbana e
dell’insicurezza – su cui specula il FN di Le Pen ai suoi primi successi
elettorali – è al centro del dibattito politico. Una vasta rete di
associazioni laiche di banlieue (fra cui sos-racisme) fa propria la
bandiera dell’antirazzismo e dell’eguaglianza delle opportunità per le
popolazioni, soprattutto giovani, d’origine immigrata. Nel 1983 una
lunga marcia – in gran parte formata da giovani d’origine nordafricana -
attraversa il paese ed arriva all’Eliseo dove Mitterrand ne riceve una
delegazione. In quegli anni, dopo le prime sperimentazioni realizzate
sotto la presidenza di Giscard, viene messa in opera la cosiddetta
Politique de la ville, un insieme di strumenti sociali ed urbanistici
volti a migliorare la vita in banlieue ed integrare le popolazioni in
difficoltà. In quasi trent’anni si sperimentano approcci diversi che
danno vita ad una grande quantità di strumenti che fanno della Politique
de la Ville un centro di spesa ed una questione politica di assoluta
rilevanza.
Un paese diviso
È da questa lunga storia che arriviamo all’oggi: dopo il sostanziale
fallimento di decenni d’intervento ci si trova di fronte all’evidenza di
un problema le cui vere origini si trovano altrove, al cuore del
funzionamento della società francese. Disoccupazione di massa,
disgregazione delle reti di solidarietà ed integrazione, razzismo
latente e discriminazione dei francesi d’origine coloniale nell’accesso
al lavoro, nella scuola e nelle relazioni con le istituzioni pubbliche.
In questo mix possiamo individuare l’origine di quanto accaduto alla
fine del 2005 e – non occorre dimenticarlo – di quanto già accaduto con
una certa regolarità seppure in forme meno estese ma talvolta più
cruente a partire degli anni ottanta. Se i fattori di crisi hanno
origine nel medio periodo, Chirac e la destra al potere – nonostante il
ripetuto impegno a lottare contro la fracture sociale – non hanno
contribuito a mitigarli. Al trattamento sociale della banlieue (con un
tocco di propaganda securitaria…) portato avanti dalla sinistra e di cui
l’attuale maggioranza stigmatizzava i fallimenti, è stata sostituita una
politica certo ambiziosa ma tutta centrata sul solo aspetto del degrado
fisico dei quartieri, mentre la riduzione della polizia di prossimità,
dei cosiddetti emplois-jeunes e dei fondi per le associazioni di
quartiere hanno contribuito all’ulteriore degradarsi della situazione
sociale.
Nel 2005 si contano 752 Zus (Zone urbane sensibili - aree caratterizzate
da forte disoccupazione, basso livello d’istruzione,
sovrarappresentazione di giovani e famiglie numerose, difficoltà
d’accesso alle cure sanitarie e bassi livelli di proprietà
dell’alloggio) rispetto alle 148 del 1984, a descrizione di una enorme
questione sociale che ha il proprio epicentro nelle regioni di Lille,
Parigi, Lione e Marsiglia. I numeri sono impietosi: disoccupazione al
20,7% nelle Zus ed al 10,3% nel resto del paese, gli studenti
in ritardo di due anni rispettivamente al 7,0% ed al 3,4%, il reddito
medio annuo di 19.000 euro e 29,527 euro, 6,5 centri sanitari ogni 5000
abitanti nelle Zus, 14,6 nel resto della Francia. L’inadeguatezza del
sistema politico di fronte ad una tale emergenza che, almeno nel caso
francese, mette in discussione il “mito” del modello sociale europeo è
evidente. Sconvolta nel giro di pochi anni da tre fortissimi traumi
quali la sconfitta di Jospin alle presidenziali del 2002 a favore di Le
Pen, la vittoria del no al referendum europeo ed ora la più grave
rivolta dai tempi del maggio ’68, la République si scopre sempre meno
capace di sintonizzarsi con il corpo della società francese. Destra e
Socialisti sono accomunati dall’essere deboli, divisi e quasi del tutto
assenti nei luoghi della disperazione sociale e fra i francesi di
origine immigrata. Un primo passo potrebbe consistere nel chiamare le
cose con il loro nome: discriminazione razziale, questione sociale,
divaricazione fra discorso ufficiale e dura realtà delle banlieues,
permanenza di una questione coloniale nell’immaginario (e nella realtà
concreta) del paese. Il secondo passo dovrebbe forse essere una grande
capacità di creatività politica e di mobilitazione democratica delle
coscienze attorno ad un progetto di convivenza in grado di costituire
un’alternativa vera sia ai deliri securitari di Sarkozy sia alla cupa
disperazione dei casseurs.
Una transizione, ma verso cosa?
Da qui l’impressione, piuttosto diffusa, che il movimento contro il CPE
sia stata la replica, nelle classi medie, della rivolta delle banlieue a
descrizione di una generazione che si articola fra chi si sente già
precipitato in una situazione di esclusione – principalmente i giovani
di banlieue – e gli altri che invece – seppure non ancora finiti in
fondo al burrone – vi si sentono però pericolosamente vicini, sospesi su
quell’argine che divide la loro origine familiare, confortata
dall’appartenenza dei propri genitori alla generazione dei baby boomers
integrata e garantita, da un futuro interpretabile come un’infinita
transizione non si sa bene verso cosa. Ad essere messe in discussione
sono prima di tutto le immense aspettative diffuse dalla scolarizzazione
e dall’accesso di massa agli studi universitari a fronte di un sistema
produttivo ed istituzionale che non è in grado di assorbire la
generazione più qualificata della storia europea. Un vero e proprio
tappo generazionale che in Francia – come in Italia di cui peraltro
tacciamo più per senso del pudore che per coerenza nei confronti del
tema dell’articolo che state leggendo - ha fatto schizzare le differenze
salariali fra i neoassunti ed i cinquantenni dal 15% del 1977 al 40% di
oggi e l’età media di un titolare di mandato politico e sindacale dai 45
anni del 1982 ai 57 del 2000.
Si tratta prima di tutto di un’immane sottrazione di creatività sociale
e potenziale di trasformazione ad una società in affanno che sembra
voler riconoscere alle nuove generazioni esclusivamente un ruolo di
consumatori o al massimo studenti ma non di soggetti attivi. Per questo,
non occorre tanto guardare alle evanescenti simulazioni rivoluzionarie
della Sorbona, vale a dire alla protesta di quei ragazzi che
oggettivamente appaiono più lontani dal burrone di cui abbiamo parlato,
ma ad una mobilitazione di massa che ha trovato in qualche università di
provincia – Rennes e Poitiers per esempio – il proprio insospettabile ed
imprevedibile epicentro.
La notizia di questi giorni non è che anche le oramai irreperibili
classi medie si trovano a soffrire la tremenda incertezza di una
transizione senza fine – verità già dimostrata in occasione del
referendum europeo come delle ultime tornate elettorali – ma che le
relative giovani generazioni hanno deciso di dare un’espressione
collettiva ad una frustrazione radicale che, fino ad oggi, si era
manifestata solo nella forma di un’assai personale angoscia individuale
o nelle devastazioni dell’autunno precedente. Ancora più importante è la
possibilità – tutta da dimostrare – che qualcuno si metta all’opera per
tendere una corda fra il burrone in cui sono già finiti i giovani di
banlieue e l’argine su cui pericolosamente si sono ammassati con il
passare degli anni anche moltissimi giovani delle ex classi medie e
popolari. Per ora – al di là di un qualche collegamento realizzatosi fra
sommovimenti di banlieue e manifestazioni urbane – si tratta di una
possibilità ancora tutta da realizzare.
In questi giorni non sono mancate le voci di chi, dalla disperazione di
una Francia beur – quella dei cosiddetti quartieri sensibili – in cui la
disoccupazione giovanile è al 40% (vale a dire il doppio della media
nazionale) ha segnalato come il CPE non rappresenti per loro una grave
emergenza per la quale mobilitarsi, stante la loro permanente situazione
di discriminazione e relegazione. Male che vada – avranno pensato molti
dei ragazzi protagonisti delle rivolte di novembre – si tratterà di
un’altra trovata del tutto inutile a darmi un qualche straccio di posto
in questa società. Quindi, si tratta di una possibilità tutta da
costruire e che sta sulle spalle dei giovani che si sono mobilitati.
Speriamo che ancora una volta la Francia sappia stupirci. |
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(www.rassegna.it, il Mese di Rassegna sindacale,
aprile 2006) |
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