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Poznan e Budapest 50 anni dopo
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Il lato operaio del '56 |
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di Fernando Liuzzi |
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Il 1956 si presenta subito come un anno difficile:
la polizia torna a sparare, uccidendo un bracciante a Comiso e due a
Barletta”. Così scrive Antonio Carioti, giornalista al Corriere della
Sera, in un suo recente libro intitolato Di Vittorio. Diciamo la
verità. Ci siamo tutti un po’ dimenticati di quanto gli anni 50 siano
stati duri per i lavoratori. Duri in Italia, dove la Dc governava in
nome della Libertà. Ma anche più duri nei paesi dell’Est, dove gli
stalinisti governavano in nome del Lavoro. Analogamente, le
ricostruzioni dei drammatici eventi accaduti nel ’56, prima in Polonia
e poi in Ungheria, tendono a concentrarsi sul ruolo dei leader e degli
intellettuali. Si trascura, invece, il ruolo decisivo che ebbero, in
essi, i lavoratori dell’industria. Tutto comincia a Poznan, una città
polacca posta a metà strada fra Varsavia e Berlino. Tra le fabbriche
di questo polo industriale c’è anche la Zispo, nei cui capannoni circa
15mila addetti producono, come ha raccontato Adriano Guerra nel suo Di
Vittorio e l’ombra di Stalin (con Bruno Trentin, Roma, Ediesse 1997),
“locomotive, vagoni ferroviari e materiali militari”. Il 12 giugno –
nel clima del cosiddetto disgelo successivo alla morte di Stalin e al
XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica – gli operai
della Zispo si riuniscono in assemblea.
Il malcontento è diffuso. Nel giro di tre anni, a partire dal ’53, la
produttività è aumentata del 24,6%. E non grazie all’innovazione
tecnologica, ma grazie alle ripetute revisioni delle norme di lavoro.
Insomma, olio di gomito. Il salario medio, invece, è rimasto fermo. Il
23 giugno, in assenza di risposte alle richieste presentate, i
lavoratori della Zispo scendono in sciopero. Una delegazione viene
inviata a Varsavia. Passa qualche giorno. Della delegazione, nessuna
notizia. Si sparge la voce, poi rivelatasi falsa ma significativa di
una situazione, che i suoi membri siano stati arrestati. È il 28
giugno. In città c’è una Fiera internazionale che ha richiamato uomini
d’affari provenienti anche dai paesi occidentali. I lavoratori della
Zispo danno vita a una manifestazione di protesta. Qualcuno si
innervosisce. La polizia attacca i manifestanti. Per i metalmeccanici
della Zispo e per gli abitanti di Poznan è troppo. Dopo ore di
scontri, racconta ancora Guerra, “una folla immensa raggiunge le
prigioni, libera i detenuti e, rimessasi in marcia, dà infine fuoco
all’edificio che ospita la stazione radio”. Bilancio: più di 50 morti,
più di 100 feriti e 150 arresti.
La sensazione, provocata da quelli che passeranno alla storia come “i
fatti di Poznan”, è grande. In Italia, dove tutti sono abituati da
sempre a buttarla in politica, la destra gioisce. Non vede gli operai
che vogliono salario e libertà. Vede un regime comunista che
scricchiola dalle fondamenta. E a sinistra? C’è chi fa l’operazione
opposta. Come il leader del Pci, Palmiro Togliatti. Il quale già non
apprezza il modo dissacrante in cui il segretario del Pcus, Nikita
Krusciov, sta portando avanti il processo di destalinizzazione, e
ricava adesso motivo di allarme dalla rivolta di Poznan. Tanto che, su
l’Unità, pubblica un articolo significativamente intitolato La
presenza del nemico. Insomma, per le vie di Poznan non c’erano degli
operai in lotta, ma i soliti provocatori. Non così il segretario della
Cgil, Giuseppe Di Vittorio. Il quale fin dal 1953, pochi mesi dopo la
morte di Stalin, aveva affermato, da presidente della Federazione
sindacale mondiale, che la libertà sindacale e i diritti dei
lavoratori dovevano avere pieno corso “in tutti i paesi del mondo”. E
adesso si chiede, in un altro articolo pubblicato su l’Unità, perché
esista “un così profondo malcontento nella classe operaia di Poznan”.
E sottolinea poi che “anche nei paesi socialisti” i sindacati “hanno
il compito di difendere energicamente le giuste rivendicazioni” dei
lavoratori. Affermazioni di questo genere, a cinquant’anni da quei
fatti, ci appaiono ovvie. Ma allora ovvie non erano.
Il 6 luglio sul quotidiano polacco Trybuna Ludu esce un articolo che
prende spunto dall’intervento di Di Vittorio: “Bisogna accettare
questa critica amichevole e formulare l’autocritica in modo ancora più
aspro”. Il fatto è che in quei mesi, all’interno del partito al potere
a Varsavia, il Partito operaio unificato polacco, era in corso un duro
scontro politico tra l’ala stalinista e i rinnovatori. Le parole di Di
Vittorio diventano un’arma in mano ai rinnovatori che, alla fine,
riusciranno a prevalere. Il 20 ottobre Wladyslaw Gomulka, estromesso
anni prima come “revisionista di destra”, viene riportato al vertice
del partito. Nel suo primo discorso da segretario del Poup, Gomulka
afferma che “gli operai di Poznan, quando sono usciti nelle strade,
non hanno protestato contro il socialismo” ma contro le sue
“deformazioni”, e che sarebbe “una grande ingenuità politica” il
tentativo di “presentare la tragedia di Poznan come opera di agenti
imperialisti e di provocatori”.
Il 21 ottobre le parole di Gomulka, riportate dai giornali, hanno una
grande eco. In Italia, certo, ma anche, e soprattutto, in Ungheria. Il
22 ottobre gli studenti di varie Università magiare danno vita a una
serie di assemblee. Le richieste del Politecnico di Budapest e degli
intellettuali riuniti nel circolo Petofi si condensano in una
piattaforma in 16 punti. Si vuole, fra l’altro, il ritorno al potere
del Gomulka ungherese, Imre Nagy. Per il giorno dopo viene convocata
una manifestazione di solidarietà con il nuovo corso polacco. Alle 15
del 23 ottobre, la manifestazione inizia a Pest, sotto il monumento al
poeta nazionale, Petofi. La folla invoca Nagy, poi abbatte una grande
statua di Stalin, infine marcia – anche qui – verso la sede della
radio chiedendo che trasmetta gli slogan della manifestazione. La
polizia politica, l’odiata Avh, apre il fuoco sulla folla. In serata,
il Comitato centrale del Posu nomina Nagy capo del governo. Ma la
situazione è ormai precipitata: nel giro di poche ore si è passati da
una lotta interna ai partiti comunisti dell’Est a un’insurrezione
popolare. Il neosegretario Gero chiede l’intervento delle truppe
sovietiche.
Ma ecco il fatto nuovo: anche in Ungheria entrano in scena i
lavoratori dell’industria. Forse è ancora viva la memoria della
Repubblica ungherese dei Consigli: dopotutto, dal ’19 al ’56 passano
“solo” trentasette anni. Sia come sia, il 24 ottobre il sindacato
invoca la formazione dei Consigli operai nei luoghi di lavoro. Viene
proclamato lo sciopero generale contro l’intervento sovietico. Dai
sobborghi gli operai delle grandi fabbriche affluiscono nel centro di
Budapest. Saranno loro l’anima della resistenza armata. Il 25 ottobre
l’antistalinista Kadar sostituisce il conservatore Gero a capo del
partito. Il 28, come ha scritto Federigo Argentieri nel suo Budapest
1956. La rivoluzione calunniata (Venezia, Marsilio, 2006) Nagy
“riconosce il carattere nazionale e democratico dell’insurrezione,
annuncia il cessate il fuoco e l’avvio di negoziati con gli insorti”.
Il 30 Nagy forma un nuovo governo che comprende rappresentanti di
quattro partiti: comunisti, socialdemocratici, nazional-contadini e
piccoli proprietari. Una soluzione appare vicina. Nei giorni
dell’insurrezione si è venuto delineando un originale modello di
socialismo: alla democrazia politica parrebbe affiancarsi una sorta di
democrazia economica in cui ai Consigli operai spetterebbero funzioni
gestionali. Ma è solo un’ipotesi. Il 31 ottobre l’attacco
anglo-francese a Suez rovescia il quadro. Krusciov, che non vuole
farsi scavalcare dagli stalinisti, decide per il secondo intervento,
che inizierà all’alba di domenica 4 novembre. Le truppe sovietiche
riprendono il controllo dell’Ungheria. Alla fine, si conteranno più di
3mila morti. Kadar, che ha fatto appena in tempo a ripassare dalla
parte dei sovietici, riceverà da Krusciov il compito di guidare
l’Ungheria lungo una strada di più blande riforme economiche. Ma
qualcuno deve pagare. Nagy e Maleter, il suo ministro della Difesa,
vengono impiccati. Tra il ’57 e il ’59, circa 200 condannati fanno la
stessa fine. Tra loro, ricorda Argentieri, non pochi i giovani operai
come Peter Mansfeld, “diciottenne apprendista tornitore”.
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(www.rassegna.it, Rassegna sindacale, ottobre
2006) |
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