|
|
|
|
Elezioni e questione settentrionale |
|
Quella sinistra senza futuro |
|
|
 |
Indice
|
|
|
 |
Indietro
|
|
|
|
|
|
|
|
Elezioni e questione settentrionale
|
|
|
Quella sinistra senza futuro |
|
|
di Enzo Rullani* |
|
|
Una sinistra che non ha metabolizzato la fine del fordismo e il
passaggio a un’epoca in cui conterà più la professionalità del
lavoratore che non il posto fisso. Il rischio di una sinistra che non
crede all’autonomia del lavoro. Il vero federalismo è il passaggio di
competenze dallo Stato al cittadino, non la moltiplicazione delle
burocrazie, e l’ente locale deve organizzare la domanda, non l’offerta.
Intervista a Enzo Rullani.
Come si spiega la “forza” di Berlusconi, a maggior ragione se si dà
per scontata una certa delusione per i risultati dei cinque anni?
Dopo le elezioni tutta una corrente di riflessioni si è incentrata sulla
cosiddetta “questione settentrionale”. La questione è mal posta perché
non si tratta di una differenziazione geografica, e quindi culturale,
del paese. Al centro c’è un altro problema, molto diverso, che è quello
della mancata modernizzazione della sinistra e la sua conseguente
ridotta capacità di attrazione sui centri produttivi moderni. E’
chiaramente una questione dalla valenza nazionale, che esiste anche a
Roma, in Emilia Romagna, dove però viene compensata da altre cose, da un
bagaglio storico di appartenenza che in qualche modo resiste a tutto, da
una buona amministrazione, eccetera. E quindi lì il problema non appare,
non emerge. Negli altri posti, invece, come il Veneto, la Lombardia,
anche il Piemonte della crisi del fordismo Fiat, dove la sinistra non
aveva credenziali anticipate e doveva attrarre o recuperare a sé i nuovi
centri produttivi (che sono la modernità del sistema italiano) la sua
capacità di attrazione appunto è stata nulla. Ma questo non deve
meravigliare, perché in fondo il gioco, anche in negativo, di questi
cinque anni è stato che la sinistra ha vissuto di rendita sul fatto che
Berlusconi deludeva le attese e quindi creava comunque uno spostamento
di consensi. Vivendo di rendita sull’antiberlusconismo non si è posta
problemi che già dieci anni fa erano evidenti.
La sinistra non ha ancora cominciato a definire se stessa in un mondo
postfordista. Si spera che prima o poi lo farà. Fondamentalmente le sue
idee sono ancora inscritte in un universo di rapporti produttivi
centrati sullo stato fordista, sulle grandi corporation,
sull’organizzazione delle grandi rappresentanze di lavoro
standardizzato, di lavoro di massa mentre il mondo pian piano è
cambiato, non è più così. Di conseguenza i nuovi soggetti che emergono
si fanno rappresentare, nel bene e nel male, in altri modi, magari anche
un po’ improvvisati. Il leghismo, per esempio, è frutto anche di un
vuoto. Lo stesso discorso vale per Berlusconi, che è stato una proposta
politica più populista che di destra, e questo populismo ha trovato i
suoi aderenti in tutta una serie di interessi che non vedevano
un’alternativa più strutturata, più pensata, più duratura, e quindi
hanno preferito chi prometteva vantaggi spiccioli e a breve termine,
piuttosto che una sinistra che non prometteva niente.
Alla fine la sinistra ha perso la sua capacità di sognare il futuro, è
questo il punto. E per un movimento politico che per definizione è volto
al cambiamento del sistema, al disegno del futuro, ai sogni da
realizzare, perdere il segno del futuro per diventare solo segno della
saggezza o dell’ordinaria amministrazione (di quelli che non rubano e
però comunque non fanno niente di straordinario, aggiusteranno il
marciapiede) è la fine. Se non è capace di ricentrare la sua proposta
sul futuro, quindi su un sogno, e il suo desiderio è il mero ritorno
verso il passato -che tutti capiscono essere un’opzione impossibile- la
sinistra è finita.
Quindi questa immagine di conservatorismo, questa proposta, in fondo,
di puro “buon governo” che la sinistra dà, è proprio quella che passa e
che la fa perdere…
Passa anche perché alla fine Berlusconi chiama l’antiberlusconi. Il
fatto che il gioco anche comunicativo sia andato come voleva Berlusconi,
ha condannato la controparte a diventare l’antiberlusconi, a
contrapporre al governo dell’improvvisazione, il governo, tra
virgolette, della serietà, con tutto il grigiore che questo comporta. Ma
in questo modo la capacità di attrarre chi in qualche misura era
diffidente verso la proposta della sinistra fin dall’inizio diventa
ancora più scarsa. Può funzionare al centro dove non c’era diffidenza,
ma è una fiducia di vecchia data. Alla fine le proposte del
centrosinistra erano tutte redistributive. La riduzione di cinque punti
del carico contributivo, che è stata al centro della campagna
elettorale, è una proposta redistributiva. Vuol dire prendere i soldi da
alcuni e darli a qualcun altro. Ora, sarà giusta, non sarà giusta, ma
certo è difficile attirare consensi se tutti poi pensano che non saranno
tra quelli che ne beneficiano ma tra quelli che ci rimetteranno. Il
fatto è che la sinistra non può ridurre il problema dell’equità al
fattore redistributivo. L’equità va raggiunta facendo crescere quelli
che stanno più indietro e quindi in qualche modo portando il paese
avanti. Per questo bisogna guardare al futuro. Prendiamo anche un
operaio che lavora, che so, nel Nordest, mettiamo che adesso guadagni
mille euro, gli tagli il cuneo fiscale contributivo del 5%, su mille
euro sono cinquanta euro, metà all’azienda, metà all’operaio, sono
venticinque euro. E’ un sogno questo qui? Che tipo di sogno è? Sembra
più un attestato, una medaglia al valore: a te, valoroso operaio, do una
medaglia che vale venticinque euro. Ma poi il mondo è come prima.
Allora questo operaio secondo me crederebbe molto più volentieri a un
disegno per diventare più intelligente, più capace di muoversi, più
capace di produrre e quindi anche di tirar su, con le proprie forze, dei
redditi superiori, per i figli, per se stesso, eccetera. Se invece noi
ci avvitiamo nel discorso redistributivo siamo dentro al fordismo al
cento per cento, perché il fordismo funzionava così: la produttività la
fa la fabbrica, noi non ci preoccupiamo, se non di stare attenti che non
la faccia in modo troppo duro, troppo cattivo, e la politica si occupa
della distribuzione del reddito della fabbrica.
Oggi però non è più così, oggi la fabbrica da sola non sa garantire la
produttività, ha bisogno che la politica si dia essa stessa degli scopi,
dei fini di produttività, il che vuol dire che deve entrare nel modo di
funzionare del sistema. E quindi aiutare questo sistema a limitare le
sue falle. Allora ecco che nasce la speranza, nasce il futuro.
Il futuro non è più quello di riassegnare i soldi in un modo diverso.
Nell’ultima intervista (Una Città, n. 102, marzo 2002) che ti avevamo
fatto tu già dicevi che il futuro, dopo la fine del fordismo, è nella
difesa e nella costruzione della professionalità del lavoratore più che
del posto di lavoro. Anche qui si ha l’impressione di una sinistra che
fatica ad adeguarsi. Traspare sempre una nostalgia per le sicurezze del
passato...
Prendiamo l’esempio della precarietà, problema che le destre non hanno
assolutamente saputo affrontare. Basta guardare a cosa hanno fatto in
Francia, o anche in Italia con il tentativo di attaccare l’articolo 18.
Il motivo è semplice: se la precarietà di per sé significa togliere
qualcosa alla gente, ad alcuni, se non a tutti, senza dare a nessuno di
più, è una politica del tutto in negativo, è una politica dei sacrifici
che tu puoi forse chiedere se hai una grandissima credibilità e un
grandissimo credito, e poi forse neanche, perché in un sistema
democratico è difficile ottenere il consenso “per togliere”.
Ma una piattaforma centrata sul “come stavamo bene prima”, eccetera,
eccetera, è perdente, se non altro perché suona (e lo è) irrealizzabile.
Allora qual è il nodo fondamentale? E’ far vedere che se si rende più
mobile la funzione del lavoro, se si ampliano i suoi spazi di autonomia
e, quindi, anche di rischio (perché non c’è autonomia senza rischio) non
si avrà solo un lavoratore più precario, ma uno che fa carriera, capace
anche di farsi pagare di più.
La parola “rischio” a sinistra fa subito irrigidire …
Ma se tu vuoi un maggior potere di autodeterminazione, avendo più
controllo sui tempi, i modi e i luoghi del tuo lavoro, devi assumerti
una parte di rischio perché va a finire che devi essere pagato a
risultato più che a tempo. D’altra parte oggi le aziende hanno interesse
ad avere un lavoratore di questo genere, che si gestisce i problemi da
solo, che è in grado di autorganizzarsi e per questo si assume anche una
parte di rischio, e quindi sono disposte a pagare di più.
E comunque ci sono anche degli strumenti per affrontare i rischi, non
sono mica la maledizione divina! Il rischio significa semplicemente che
se le cose vanno bene il tuo reddito cresce, se le cose vanno male,
tirerai un po’ la cinghia, serviranno dei rimedi, che un po’ ti
costruirai tu e un po’ ti aiuterà la società. Nel postfordismo
l’assunzione di rischio è un qualcosa che le aziende sono disposte a
pagare perché il lavoratore che si assume dei rischi produce di più e
quindi una parte di questo prodotto in più toccherà a lui. Certo, il
rischio significa che ad alcuni, mettiamo il 10%, andrà male, e lì,
allora, va fatto in modo che l’altro 90%, che da questa cosa ha tratto
vantaggio, aiuti questo 10% a non uscire dalla partita, a rimettersi in
gioco.
Un commentatore francese, parlando della lotta contro il Contratto di
primo impiego, diceva che in Italia, a differenza della Francia, la
precarietà è “innata”…
Ma infatti. L’Italia la precarietà ce l’ha nel suo Dna perché quando un
paese ha quattro milioni di imprese vuol dire che, contando tre persone
a famiglia, ha dodici milioni di cittadini che rischiano, che alla fine
del mese se hanno fatto bene guadagnano, se hanno fatto male perdono. Un
paese come la Germania, dove le piccole imprese sono una percentuale
minima, può avere il problema della paura della precarietà, ma in Italia
siamo precari per definizione. Sono pochissime le posizioni sicure:
l’impiego pubblico, che non per niente vota tutto per il centrosinistra;
i pensionati, che votano per il centrosinistra, e forse gli operai delle
ultimissime grandi fabbriche, quelle sicure, quelle dei servizi. Tutti
gli altri sono precari perché il mercato li ha resi tali. Tocca a noi
farli diventare più che precari, imprenditori di se stessi, cioè capaci
di avere l’intelligenza, di assumersi l’autonomia e quindi anche il
rischio, per guadagnare di più.
Hai citato il pubblico impiego. Lì c’è un problema ancora più grave…
Quello della pubblica amministrazione è un altro grande bubbone che sta
dentro in pieno a questo discorso. Tutti ci lamentiamo che non ci sono i
soldi, che lo Stato è in deficit, ma il vero problema non è quello del
taglio dei costi, ma dell’aumento della produttività di quelli che ci
lavorano, che non sono produttivi anche perché non hanno possibilità di
prendere iniziative, perché la pubblica amministrazione è una grande
burocrazia, del tutto separata dai risultati. Prendiamo l’esempio della
riforma della scuola. Ma come si fa a fare le riforme della scuola senza
immaginare che i professori e gli studenti (avendo la possibilità di
sviluppare autonomamente delle cose nuove invece di dover obbedire al
ministero con programmi prefabbricati) possono arrivare a produrre
tre-quattro volte quello che producono adesso? E, nel caso, perché non
deve essere possibile che guadagnino anche due o tre volte in più? E’
così che si fa la riforma, associando l’obiettivo di maggiore
produttività, maggior rischio, maggiore autonomia e intelligenza alla
possibilità di avere qualcosa in più, non qualcosa in meno. Finché non
accenderemo la miccia della gente che vuole stare meglio, essere più
intelligente, avere più autonomia, costruire il proprio futuro, che
vuole migliorare quello che è e che sa, noi non riformeremo mai niente.
Alla fine lo Stato costa un sacco e non produce un accidente, perché è
costruito secondo criteri fordisti. Prendiamo un ospedale: è l’ultimo
esempio di fabbrica fordista; un esempio perfetto, con tutti i reparti
specializzati in una cosa diversa… sembra veramente di stare a Mirafiori.
L’ospedale è così perché fondamentalmente è impostato su una
idealizzazione burocratica e standardizzata di come si gestiscono le
malattie e i malati. Una riforma sanitaria intelligente avrebbe come
elemento propulsore i malati, gli utenti che, affiancati dal medico di
base, potrebbero costruire un sistema elastico in grado di seguire le
esigenze in modo differenziato, personalizzato, facendo così saltare una
struttura dell’offerta sanitaria oggi totalmente costruita su se stessa.
Lo ripeto, l’arretratezza della sinistra nasce dal non aver fatto i
conti con la fine del fordismo. La destra non è mica meglio in queste
cose, intendiamoci, ma stiamo parlando della sinistra. Ora, la fine del
fordismo è la fine di un modo di vivere, di un modo di pensare, di un
modo di essere intelligenti. E in Italia avremmo anche il vantaggio di
essere un po’ tutti anarchici… Invece cosa succede? Che, a livello di
piccole aziende, di lavoro autonomo, abbiamo 20 milioni di persone che
vivono in un sistema anarcoide, e poi altri 20 milioni fermi in un
sistema iperbloccato.
Nessuna delle due è la risposta giusta, perché bisogna che i piccoli si
aggreghino in qualche modo, e imparino a lavorare meglio assieme, e che
i milioni che invece sono bloccati, in gran parte dentro al settore
pubblico, ma anche nelle grandi aziende private, imparino il contrario,
a creare degli spazi di autonomia e di rischio al proprio interno.
I sindacati in questo ovviamente non riescono a essere propositivi…
Purtroppo rischiano di assumere certe posizioni solo per difendere se
stessi: difendono il ruolo di propaggine di un’organizzazione fordista
che non c’è più e di cui loro sono gli ultimi rappresentanti. Hanno
paura che nella trasformazione postfordista il loro ruolo diminuirà, ma
sbagliano, perché il ruolo del sindacato non è quello di rappresentare i
lavoratori in astratto, ma di migliorare le condizioni dei propri
rappresentati, e se per migliorare le condizioni dei propri
rappresentati bisogna cambiare anche il ruolo del sindacato, ben venga.
Se in certi casi il sindacato sparisse perché certi problemi sono stati
risolti, potremmo dire che il sindacato ha fatto bene il suo mestiere.
Paradossalmente il successo, in organizzazioni mutualistiche che tendono
a portare avanti interessi condivisi, può portare all’estinzione della
funzione dell’organizzazione stessa.
Ora, il sindacato non è che debba scomparire in generale, perché
ovviamente il lavoro avrà certo dei bisogni collettivi da portare
avanti, ma in certi casi, in certi momenti, per certe categorie, può
darsi benissimo che non serva. Che senso ha restare attaccati alla
vecchia concertazione che si è ereditata, se poi lo Stato fordista con
cui vai a trattare immaginando che governi i processi, in realtà non
governa un bel niente? Questo non è un modo di contribuire agli
interessi di fondo del lavoro.
Allo stato attuale, per esempio, se dovessimo dire quali sono gli
interessi del lavoro, siamo sicuri siano quelli tutelati da contratti
firmati dai rappresentanti sindacali con controparti che poi non
garantiscono quasi niente? Oggi il diritto fondamentale del lavoratore,
quello che apre al futuro, è quello all’apprendimento, un diritto del
tutto negato. Il concetto del lavoro dipendente è intrinsecamente
negatorio di questo diritto perché lavoro dipendente significa scegliere
di obbedire, di fare quello che serve all’impresa in cambio di un
salario, punto. Non c’è alcun diritto a mantenere viva la propria
professionalità.
Invece in un mondo che cambia rapidamente, in cui ciascuno di noi, nella
propria vita, cambierà mediamente cinque, sei, dieci volte lavoro, il
diritto a mantenere viva la propria professionalità è fondamentale. E se
questo comporta partecipare a corsi, fare esperimenti, avere rapporti
con una comunità professionale, o anche essere in contatto con altre
aziende magari concorrenti, questo va affermato. Oggi in qualche modo
l’azienda fa resistenza, ma in realtà è essa stessa la prima a voler
tenere un lavoratore che sa fare, a preferire patti di lungo periodo,
non a breve o brevissimo termine. Questo è il rimedio alla precarietà:
far diventare prezioso il lavoratore. E questo si fa con una battaglia
per l’apprendimento, per il diritto alla professionalità e al suo
mantenimento a prescindere dal lavoro che si fa in quel momento. Tutto
questo poi il sindacato lo dice, intendiamoci, però dopo, quando si va a
stringere, le soluzioni trovate non garantiscono nulla. Nessuno di noi
dipendenti ha questo diritto; solo i lavoratori autonomi che, essendo
autonomi, invece di andare al mare, la domenica possono fare qualche
altra cosa per imparare, se vogliono…
Anche qui resta una grande diffidenza da parte della sinistra: si
tende a pensare che i lavoratori autonomi siano tutti dei poveretti, dei
parasubordinati…
Infatti non si pensa ad aiutarli in niente, perché vengono visti come
un’anomalia, peggio, un’anomalia “concorrente”, che rovina il mercato
del lavoro, quello serio, salariato, normato. Le partite Iva vengono
considerate un fenomeno da contenere. Invece è proprio lì che tu vendi
la tua intelligenza, la tua autonomia, ti metti sul mercato, ti assumi
dei rischi e quindi, se sei bravo, puoi anche fare carriera e
assicurarti un buon reddito. Se invece non sei bravo, o non hai voglia,
ti accontenterai di avere poche possibilità. Ma toccherebbe allo Stato,
come pure al sindacato, aiutare questi lavoratori ad adottare il primo
atteggiamento, facendo vedere che impegnare energie e tempo sulla
propria professionalità frutta. Invece queste persone, pur avendo tanti
problemi, non godono di alcun servizio. Basta pensare, per fare un
esempio, al commercialista che porta via loro il 20% del reddito. Ma è
logico che il 20% del reddito di questi ragazzi che lavorano a partita
Iva, che quindi si assumono tutti i rischi del caso, se ne vada per
obblighi burocratici? E’ una cosa assurda.
Ma poi non esistono servizi organizzati che permettano loro di fare dei
corsi di formazione, di certificare quello che hanno imparato, per avere
un curriculum ordinato e garantito da qualcuno, con cui offrirsi a
un’azienda... Non esiste nulla, sono abbandonati a se stessi.
Quindi lo spazio per un programma della sinistra concreto e nello
stesso tempo capace di far sognare un futuro migliore ci sarebbe…
Se il postfordismo viene vissuto in negativo, tutto diventa una specie
di amaro calice da bere, e questo si avverte. Ma perché deve essere un
amaro calice? In realtà nel postfordismo staremmo meglio che nel
fordismo. Avremmo più spazi, avremmo un po’ più di rischio, certo, ma in
cambio di spazi di autonomia e di intelligenza.
A me non piace questa giaculatoria che i figli staranno peggio dei
padri. Voglio proprio vederlo. Non ci credo affatto, ma poi, anche se
stessero peggio per l’Istat, per reddito medio, avremo comunque una
società più colta, più intelligente, più capace di inquadrare il mondo.
Siamo arrivati a un livello in cui non conta tanto la quantità di
ricchezza quanto la qualità. Se uno avrà la possibilità di avere uno
stipendio decente e spazi di libertà sufficienti poi conterà l’uso che
ne farà.
Sul federalismo. Anche qui sembra che dobbiamo solo rigettare le cose
sbagliate che hanno fatto gli altri, ed è giusto, per carità, ma mai che
si senta un sentimento sinceramente federalista, che desideri
riavvicinare le decisioni al cittadino.
Il federalismo è uno dei tanti passaggi al postfordismo rimasti
disattesi e che oggi probabilmente finiranno in un disastro.
Innanzitutto è stato gestito non come un processo aggregante, ma
disgregante. La Lega se n’è fatta bandiera, ha imposto alla sua
coalizione di far dei passi e adesso l’altra metà del paese vuole
tornare indietro.
In secondo luogo il federalismo, fin dall’inizio, è stato inteso come un
passaggio di competenze dello Stato alle Regioni e ai Comuni. Ma nel
postfordismo il passaggio che conta non è dallo Stato alle Regioni,
dalle Regioni alle Province e dalle Province ai Comuni; è dallo Stato
agli utenti, alla gente.
Nel fordismo era l’offerta a dominare il mondo, sia in senso privato che
in senso pubblico; nel postfordismo deve diventare la domanda. Allora si
decentrerà, si farà del federalismo vero, solo togliendo competenze
all’offerta, cioè allo Stato, a tutte le grandi utilities pubbliche,
alle strutture politiche centralizzate, e portandole nelle mani dei
cittadini. E poi saranno i cittadini o gli utenti a riaffidare
competenze, soldi, compiti, missioni, a quelli che stanno più vicino a
loro, ai Comuni, alle Province, alle Regioni, ma mantenendo sempre la
possibilità di ritirar loro la delega qualora si verifichi che non
servono bene l’interesse del cittadino e dell’utente.
Insomma, il cittadino deve poter dire: “No, guarda Comune, tu gli asili
nido non li sai fare, io preferisco che li faccia la Provincia”, oppure:
“Io preferisco che li faccia il Comune accanto che è più bravo”, oppure:
“Io preferisco che li faccia un privato, che di asili nido ci capisce
più di te”. Quindi la legittimazione dell’ente locale non nasce dal
fatto che una legge ha stabilito che i servizi sono di sua competenza,
ma dalla sua capacità di rispondere meglio alla domanda del cittadino.
E, attenzione, perché una volta che si decide che una competenza è del
Comune, non gliela tirerà più via nessuno e quel servizio andrà fuori
dal mercato, cioè dalla possibilità per il cittadino di sottrarsi a
quell’offerta. Avremo fatto del sindaco un monopolista. Tutto questo
passaggio di competenze e di soldi finirà sicuramente in un disastro,
perché, invece che uno Stato solo, costoso e inefficiente, ne avremo
creati venti, a livello regionale, ugualmente costosi e inefficienti, e
così a livello provinciale e comunale. E alla fine mancheranno i soldi e
nessuno ci crederà più.
Insomma, il vero federalismo è spostare soldi e competenze dall’offerta
alla domanda, facendo in modo che gli enti locali diventino i
rappresentanti della domanda. Io non voglio che il Comune porti via la
spazzatura, ma che sia il rappresentante degli utenti che hanno bisogno
di avere un servizio spazzatura e in questa veste vada a cercare chi
offre il miglior servizio.
Oggi invece il Comune, e così tutta la parte pubblica, rappresenta
l’offerta, e questo penalizza la qualità e allontana la gente.
E’ pensabile che uno dica: “Sì, questo è un ospedale che magari non è di
qualità, curano un po’ male, ci si muore anche, però costa poco”?. Che
ragionamento sarebbe?
Eppure è il discorso che fa la politica quando accetta di offrire un
servizio di qualità scadente, declinante, per mancanza di soldi. E sarà
sempre più così, con il risultato che la gente si sentirà sempre più
insoddisfatta del servizio ricevuto e andrà a ricercare la qualità da
chi la dà.
Allora noi dobbiamo invece mettere in condizione gli ospedali, le
scuole, le università pubbliche, di essere più autonome, più capaci di
guadagnarsi, come dire, il consenso della gente, anche aumentando le
tariffe.
Per esempio un’università che pretendesse delle tasse ragionevolmente
alte dagli studenti, e però cercasse di diventare brava, o comunque
decente, non farebbe bene? Sarebbe una rivoluzione positiva perché
migliorerebbe l’offerta in quanto sarebbe in concorrenza con altre e
contemporaneamente lo Stato spenderebbe di meno perché basterebbe che
desse uno stipendio, un salario, una borsa di studio agli studenti privi
di mezzi per pagare le tasse. Però, a quel punto farebbe un investimento
vero sui giovani, mentre adesso spende soldi per tenere in piedi
strutture che non si sa bene a cosa servano.
Noi abbiamo il dovere di pensare a tutto il sistema dei servizi pubblici
come a un sistema ad alto valore aggiunto, che possa essere remunerato
se riesce a far bene il suo mestiere, e che abbia grandi margini di
autonomia se deve prendersi dei rischi. Contemporaneamente dobbiamo
saper gestire bene il problema della potenziale emarginazione di alcune
classi sociali che non hanno i mezzi per star dietro a questo servizio.
Ma è molto meglio avere un servizio di qualità in cui io finanzio la
domanda, piuttosto che finanziare l’offerta di un servizio gratuito di
qualità mediocre che la gente non vuole o non sente proprio. |
|
|
|
Articolo tratto dal mensile UNA CITTÀ n. 138 /
aprile 2006
Per ricevere copie saggio: segreteria@unacitta.it
Per abbonamenti: abbonamenti@unacitta.it
Redazione e Amministrazione:
47100 Forlì - via G. Matteucci, 8
Tel. 0543-21422
Fax 0543-30421 |
|
|
|
* Enzo Rullani, economista, è docente di Strategia
d’Impresa all’Università Ca’ Foscari di Venezia. |
|
|
|
(www.unacitta.it 25 maggio 2006 ) |
|
 |
|
|
|
|
LINK |
|
Segnala
questo articolo
|
|
|
|
|