|
Nell’ultimo biennio, nel tessile-abbigliamento si
sono persi a Milano qualcosa come 1.500 posti di lavoro e hanno chiuso
più di un centinaio di imprese del comparto industriale, oltre ad
alcune centinaia dell’artigianato. Si tratta della parte più debole
della filiera, aziende a struttura familiare, quasi esclusivamente
terziste, vincolate alla crescita delle commesse, con scarsa
capitalizzazione e incapaci d’affacciarsi sui mercati esteri. “A
Milano, come in altre realtà del paese – spiega Valeria Fedeli,
segretaria generale della Filtea Cgil nazionale –, da almeno quattro
anni il sindacato dei tessili, attraverso accordi e tavoli di
confronto territoriali, si sta adoperando per individuare soluzioni
capaci d’agevolare il riposizionamento delle attività produttive a
fronte del processo di globalizzazione”. In questa logica, si ritiene
che chiudere o delocalizzare fuori dal territorio nazionale l’attività
delle tintorie industriali (sono una dozzina quelle di medie
dimensioni nel Centro-Nord del paese) significhi rischiare di perdere
la fascia a maggior valore aggiunto dell’insieme del settore:
trattandosi di un comparto intermedio nella filiera produttiva, che
trasforma il filato grezzo in un filato “nobilitato”, pronto a essere
utilizzato nei prodotti dell’abbigliamento e che per questo necessita
di essere localizzato in prossimità della parte finale della catena
produttiva dove si realizza il made in Italy.
Una valutazione, quest’ultima, che non è solo del
sindacato, ma anche dell’associazione di categoria, la Camera
nazionale della moda. “Nel caso Syntess – continua Fedeli –, la Filtea
milanese è partita dalla comprensione della situazione concreta di
questo comparto e di questa realtà produttiva, valutando che l’azienda
non soffrisse di un’effettiva crisi di mercato, come pretendeva la
precedente proprietà, che risultava interessata soprattutto alla
speculazione immobiliare. È questo il valore della sperimentazione, la
capacità del sindacato d’interpretare i processi reali e di
coinvolgere i lavoratori dell’impresa. A questo si è aggiunto il ruolo
esercitato dalle istituzioni locali, in particolare dalla Provincia di
Milano, che anziché distribuire fondi a pioggia ha scelto d’investirli
nel progetto. Certo, nessuno può dare la garanzia che l’impresa riesca
a rimanere sul mercato e restano aperti molti problemi, a partire
dalla possibilità di riconquistare i vecchi clienti che si erano
rivolti altrove durante la lunga fase di crisi. Senza contare che
quando l’impresa si sarà assestata occorrerà affrontare un nodo
importante, quello del rapporto tra proprietà e rappresentanza dei
lavoratori, ma penso che ci sia la cultura, la serietà e la capacità
di tenere distinti i ruoli tra i diversi soggetti coinvolti”.
Un giudizio positivo condiviso dal segretario
generale della Camera del lavoro di Milano, Onorio Rosati, che
sottolinea come “il sindacato dei tessili, non solo nel nostro
territorio, non si è chiuso in se stesso di fronte alla crisi epocale
attraversata dal settore, con scelte solo difensive, ma ha provato a
sperimentare soluzioni innovative, individuate con il metodo del
confronto con le associazioni imprenditoriali e le istituzioni locali,
che garantissero la continuità produttiva delle aziende in difficoltà
”. Non è un caso che l’accordo concluso nel 2005 con il ministero del
Lavoro, che ha esteso la cigs e la mobilità alle imprese del settore
con meno di 15 addetti, si sia poi tradotto nel successivo accordo con
la Provincia di Milano in un impegno a finalizzare i finanziamenti a
quelle imprese che avessero garantito la continuità o la ripresa
produttiva.
Il caso Syntess richiama anche un’altra questione,
quella della partecipazione dei lavoratori alle decisioni d’impresa.
“Manca in proposito nella Cgil – sottolinea Rosati – un
approfondimento adeguato alla complessità del tema, che non può essere
confuso, come spesso qualcuno fa, con quello dell’azionariato ai
dipendenti o della partecipazione di rappresentanti dei lavoratori al
consiglio d’amministrazione. La discussione di merito viene sempre
rimandata a tempi migliori. Credo invece che sia il momento giusto per
affrontarla”. |