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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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L’idea di scrivere una vita di Giuseppe Di Vittorio
non ha una paternità facilmente identificabile. Tutti gli scrittori e
i giornalisti democratici hanno posto quest'idea nei loro piani di
lavoro; tutti si propongono da tempo di porvi mano. La personalità di
Di Vittorio si è imposta all'attenzione di tutti gli italiani
soprattutto in questi ultimi anni, e il solo fatto di sapere che
l'uomo che ha raggiunto un così elevato posto nel mondo e che assomma
nella sua persona una così alta responsabilità era in gioventù un
bracciante pugliese suscita interesse e curiosità in un pubblico assai
vasto e non solo a sinistra.
E’ toccata a me la fortuna di poter tracciare un primo schema di biografia
di questo uomo eccezionale proprio nei giorni in cui i lavoratori
italiani festeggiano il suo sessantesimo compleanno.
Devo dire che non è stato facile raccogliere il materiale, soprattutto
quella parte che necessariamente ho dovuto trarre dalla voce viva di
Giuseppe Di Vittorio. E la difficoltà principale era questa: chiedere
a Di Vittorio di dedicare una parte della sua giornata a un biografo era
impresa imbarazzante. Un uomo che lavora dalle dieci alle quattordici
ore al giorno, che esce dalla Cgil come minimo alle dieci di sera, non
può accogliere quella richiesta col sorriso sulle labbra. Sono entrato
nel suo ufficio, alla Cgil, la prima sera, verso le ore 21, dopo una
lunga serie di appuntamenti rimandati che avevano addirittura messo in
imbarazzo la sua segretaria. Erano i giorni in cui il segretario
generale della Cgil, intervenendo alla Camera sul bilancio della
Difesa, difendeva il pane di 1.300 operai minacciati di licenziamento
dal ministro Pacciardi. Non era possibile insistere, non era possibile
protestare; non si poteva pretendere che Di Vittorio abbandonasse
l'aula di Montecitorio per concedere al modesto biografo che io sono
un tempo sì prezioso. E del resto la richiesta sarebbe caduta nel
vuoto.
Quella sera veniva appunto dalla Camera, dove aveva pronunciato il suo
discorso. Sono entrato nel suo ufficio con la complicità di un cortese
segretario e vi ho trovato i segretari Bitossi e Lama. Di Vittorio
riferiva ai suoi collaboratori sul discorso: «Mi hanno ascoltato con
molta attenzione e non hanno avuto il coraggio di interrompermi»
diceva.
Gli dissi che intendevo scrivere una sua breve biografia: la mia
richiesta cadde quasi nell'indifferenza, in un primo momento. Poi,
come conversando, Di Vittorio cominciò a ricordare episodi della sua
infanzia. Mi accorsi allora che la sua memoria aveva qualità
eccezionali: una memoria profonda e forte, lucida fino al dettaglio.
E fu una prima occasione fortunata.
La sera successiva tornai inutilmente a cercarlo: i giornali
annunciavano uno sciopero nazionale dei ferrotranvieri; mi portai
dalla sede confederale al Parlamento ma nemmeno lì potei incontrare Di
Vittorio. Venne più tardi ed era di ottimo umore. Aveva appena avuto
un colloquio col ministro Scelba sulla questione dello sciopero e
aveva strappato l'assicurazione di un intervento efficace per una
buona soluzione.
«Bisogna fare il possibile per evitare questo sciopero, per ottenere
giustizia ai tranvieri senza ricorrere a questa forma estrema di lotta —
disse —. I muratori, gli operai tutti, gli impiegati sarebbero
costretti a recarsi a piedi al lavoro con grande disagio». Diceva
queste cose con semplicità. Pensavo a coloro che gridano contro gli
agitatori, contro i cosiddetti fomentatori di scioperi. E considerando
che decisioni così importanti, aventi ripercussioni vaste nella vita
del paese, dipendevano in così grande misura dall'uomo che la sera
prima ci aveva raccontato la vita di un bimbo, figlio di braccianti,
costretto a lavorare a sette anni di età nel latifondo pugliese, non
potevo sottrarmi a una vera e propria emozione.
Con grande soddisfazione ho potuto osservare che ora Di Vittorio
riandava volentieri con la memoria al passato e volentieri rispondeva
alle nostre domande.
Ma la sera successiva ecco la questione di una grande industria del
Nord che poteva riaprire i battenti dopo una lunga chiusura, e la sera
dopo ecco sul tavolo di Di Vittorio l'accordo per i minatori di
Cabernardi e così di seguito. Per una settimana intera ci siamo
trovati ad ascoltare i ricordi della vita di un uomo posto oggi al
centro della storia politica del nostro paese; un uomo chiamato dalla
fiducia di milioni e milioni di operai e braccianti, impiegati e
contadini a decidere questioni riguardanti ognuna vasti settori della
vita nazionale: fabbriche, miniere, porti, la quotidiana esistenza di
migliaia di famiglie italiane.
La nostra breve biografia è dunque nata così: da sei colloqui con Di
Vittorio, ottenuti a tarda sera, nei ritagli di tempo, alla Cgil o
durante il tragitto, in automobile, tra la sede confederale, il
Parlamento, un ministero.
Molti furono i momenti di commozione profonda nel corso di questo
lavoro e voglio ricordarne due; due episodi, cioè, rievocando i quali
vedemmo dipingersi nello sguardo e nel volto di Di Vittorio una
commozione incontenibile.
Il primo episodio si riferisce a un tempo remoto, quando Giuseppe Di
Vittorio, ragazzo di otto o nove anni, fu costretto a interrompere il
lavoro perché ammalato di malaria. Le febbri, altissime, durarono più
settimane. E il ragazzo era il solo sostegno della sua famiglia poiché
il babbo era già morto da un paio di anni. Venuto a mancare il magro
salario nella sua casa, dove viveva insieme con la mamma e la
sorellina, qualche volta mancava il pane. Durante la convalescenza e
quando ancora non si reggeva bene in piedi si recava ogni giorno sulla
piazza del paese dove altri disoccupati aspettavano che qualcuno
venisse a chiamarli al lavoro. «Ogni sera — raccontò Di Vittorio — la
mamma attendeva il mio ritorno dalla piazza, seduta alla soglia della
misera casa: quando mi vedeva giungere accigliato capiva che il giorno
seguente non avrei guadagnato il salario e allora entrava nel tugurio
a piangere».
Il secondo episodio riguarda invece un'epoca vicina: l’anno 1941,
quando Di Vittorio, arrestato in Francia dai tedeschi, fu «tradotto»
con un lungo viaggio attraverso le prigioni di tutta Europa, nel
carcere di Lucera. In quella prigione egli era stato chiuso più volte
in gioventù, ma ora intorno alla sua persona i carcerieri avevano
tentato di fare il vuoto. Pur comportandosi con lui con grande
deferenza, lo avevano sottoposto, per ordini superiori, al regime di
sorveglianza.
Così il detenuto Di Vittorio veniva condotto ogni mattina all'aria,
nel cortile, tutto solo. Incontrava soltanto un gruppo di ragazzi del
carcere minorile nel breve tragitto tra la prigione e il cortile.
E tutte le mattine quei ragazzi, che sapevano trattarsi dell'onorevole
Giuseppe Di Vittorio, al suo passaggio si mettevano in fila e gli
facevano il saluto romano. Di Vittorio, che era assente dall'Italia da
molti anni, credeva che i bimbi traviati a causa della miseria dei
loro genitori irridessero alla sua persona e intendessero schernirlo.
Una mattina però i piccoli detenuti gli fecero avere un messaggio, un
foglietto di carta legato a un sassolino che lanciarono oltre il muro
dove Di Vittorio si trovava al passaggio. E il messaggio diceva: «Noi
non vi conosciamo ma i nostri padri ci hanno parlato di Voi. Noi siamo
detenuti per reati comuni ma il babbo ci ha detto che siamo qui in
prigione proprio perché anche Voi siete in prigione». Questo era il
significato di quel prezioso documento. Salutavano Di Vittorio
romanamente perché conoscevano soltanto quel saluto.
«Valeva la pena di aver lottato e sofferto in carcere, all'esilio, in
carcere ancora, col pericolo della stessa vita per avere, alla fine,
questo premio», disse Di Vittorio quella sera.
(Continua) |
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(www.rassegna.it, 21 giugno 2006) |
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BIBLIOGRAFIA |
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Michele Pistillo,
Di Vittorio 1907-1924, Roma 1973. |
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| Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975. |
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Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.
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La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
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Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978. |
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Firenze 1979. |
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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| Adriano Guerra, Bruno Trentin, Di Vittorio e l’ombra di
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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