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Archivio
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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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10. “Scrittore di lettere” |
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Lo sciopero generale si inserì impetuosamente
nell'agitazione già in corso e fu un'altra prova della grande
efficienza raggiunta dall’organizzazione sindacale di Bari e di tutta
la Puglia. Lo sciopero fu contrassegnato da violenti scontri della
folla con le forze di polizia.
Ne seguì una repressione feroce. Il capitalismo italiano e la
monarchia erano stati sorpresi e scossi nella loro secolare sicurezza;
per la prima volta forse avevano temuto la forza crescente del
movimento operaio e socialista italiano.
Finito lo sciopero generale, il 14 giugno, i riformisti cercarono di
sconfessarlo e Treves lo definì: «scatto di folle disorganizzate»
mentre Mussolini dalle colonne dell'Avanti! continuava la sua torbida
demagogia esaltando la violenza proletaria senza preoccuparsi di dare
alle masse una guida coerente, una indicazione di obiettivi e di
metodi.
La Confederazione generale del lavoro che aveva proclamato lo sciopero
generale, dopo un timido accordo con la direzione del partito
socialista, ne aveva ordinato la cessazione senza neppure interpellare
il partito.
Cessata la Settimana Rossa furono spiccati contro Giuseppe Di Vittorio
una decina di mandati di cattura: erano stati tirati in ballo un gran
numero di articoli del codice: attentato contro i poteri dello Stato,
costituzione di bande armate, incitamento alla rivolta ecc. Cominciò
una caccia spietata in ogni città e in ogni paese della Puglia per la
sua cattura.
Il giovane funzionario fu costretto a fuggire; riparò prima a Milano
ma anche a Milano i carabinieri riuscirono a mettersi sulle sue tracce
e allora espatriò.
Nell'estate del 1914 si rifugiò in Svizzera, a Lugano, insieme con altri
esiliati.
Fu quello, per il movimento operaio e socialista, un periodo di
divisione e di incertezze. Nelle file del sindacalismo serpeggiava,
insidioso, l’interventismo.
Quegli stessi dirigenti che si erano rifiutati di partecipare alle
campagne elettorali in favore di candidati socialisti, ora, grazie al
tradimento aperto di alcuni, all'ingenuità e agli errori di altri, si
schierarono in favore della guerra da De Ambris a Corridoni.
Talune parole d'ordine sapientemente lanciate esercitavano una
evidente suggestione sulla gioventù. Corridoni era interventista e
sosteneva che occorreva battere gli Imperi Centrali per far trionfare
il socialismo.
Intanto i nemici del movimento operaio, essendo riusciti a dividere i
capi del movimento sindacalista tra interventisti e neutralisti, non
riuscivano a scalzare il grosso dell'organizzazione dei lavoratori che
rimase compatta e fedele alla causa della pace.
Il traditore Benito Mussolini, pur facendo qualche recluta al suo
improvvisato interventismo, non riuscì a spezzare la saldezza del
Partito socialista.
Giuseppe Di Vittorio fu profondamente turbato non tanto dagli
argomenti degli interventisti quanto dal fatto che interventisti erano
diventati uomini nei quali egli aveva allora una grande fiducia come
De Ambris, Corridoni e Masotti. Egli rimase però fedele alla causa
della pace e riassume oggi con le seguenti parole quel periodo della
sua vita politica.
«Mi preoccupavo soprattutto delle conseguenze della lotta tra
neutralisti e interventisti sul movimento sindacale; tentai di
prendere iniziative di conciliazione, dissi a quei dirigenti che si
proclamavano interventisti che schierandosi con i neutralisti minavano
alla sua base l'unità dei lavoratori. Anch'io per breve tempo ero
rimasto scosso dall'argomento che occorresse distruggere gli Imperi
Centrali per battere la «reazione europea» e realizzare il socialismo.
Ma soprattutto mi illudevo che fosse possibile ancora salvare l'unità.
La questione era troppo grave e la mia illusione scaturiva dalla mia
debolezza ideologica e politica.
Dei nove mesi trascorsi in esilio in Svizzera Giuseppe Di Vittorio
serba un buon ricordo.
La Camera del lavoro gli aveva assegnato una paga di due lire al
giorno. Con una lira e cinquanta Di Vittorio riusciva a mangiare e a
dormire e gli restavano 50 centesimi al giorno, tutti da spendere in
libri.
«Mai ero stato bene come in esilio», ricorda sorridendo Di Vittorio. A
Lugano prese contatto con molti intellettuali che lo aiutarono a
studiare. Ricorda fra gli altri il giornalista Giuseppe De Falco che
dirigeva in Svizzera il periodico Il lavoratore ed era corrispondente
da quel paese dell'Avanti!
Il De Falco era pugliese di Corato ed era segretario della Cdl di Bari
e provincia. Egli fu per Di Vittorio un prezioso insegnante. Gli
consigliava le opere letterarie, gli correggeva i compiti. E per la
prima volta a ventidue anni di età Giuseppe Di Vittorio poté studiare
con metodo storia, geografia, lingua italiana, filosofia e anche
qualche materia scientifica.
Gli esiliati di Lugano lo ricordano ancora: non riuscivano a vederlo
che raramente a tarda sera perché Di Vittorio studiava in media quattordici ore al giorno.
«Fu quello il mio liceo — dice oggi Di Vittorio —. Quando ho
cominciato a studiare con metodo ho avuto la sensazione netta della
mia ignoranza e della mia piccolezza; mi pareva che fra me e il mondo
lussureggiante della cultura e dell'arte, del sapere, sorgesse un alto
muro, una barriera che mi divideva da una specie di paradiso terrestre. E
dopo aver ultimato lo studio di un libro mi pareva di essermi
arrampicato lungo quel muro e di aver potuto dare uno sguardo a quel
paradiso del sapere. Questa sensazione accresceva in me la passione
per lo studio. Durante l'esilio in Svizzera ebbi per la prima volta
una conoscenza del mondo e appresi i primi elementi di una vera
ideologia. Cominciai a studiare il Manifesto dei Comunisti e i primi
scritti di Lenin, del quale intesi parlare la prima volta a Lugano. E
questo anziché placare, accresceva sempre la mia sete di cultura».
A Lugano Giuseppe Di Vittorio lesse e studiò anche la Storia della
letteratura del De Santis e per la prima volta conobbe la vera, la
grande poesia.
La lettura del Leopardi suscitò in lui un'impressione così profonda
che il tempo e le vicende dure della sua vita non riuscirono mai a
cancellare. Amò anche la poesia del Carducci nel suo aspetto civile e
politico, ma il Leopardi fu da allora il suo poeta.
La lettura di quell'alta lirica lo inchiodò letteralmente al tavolo.
«Dopo aver letto per la prima volta A Silvia posai le sigarette sul
tavolo e dissi a me stesso: non fumerò più fino a quando non l’avrò
imparata tutta a memoria».
Tornò in Italia dall'esilio quando il governo avendo già deciso di
entrare in guerra decretò l’amnistia: i processi a suo carico erano
intanto saliti a quindici senza contare il processone per la Settimana
Rossa.
Giuseppe Di Vittorio ritornò in Puglia dopo dieci mesi di assenza e fu
accolto da calde manifestazioni di affetto e di entusiasmo. Alla
stazione incontrò ovunque folle di lavoratori ad attenderlo:
braccianti che avevano compiuto anche quindici o venti chilometri a
piedi per raggiungere la ferrovia.
«Non mi attendevo accoglienze così commoventi; ritenevo anzi di non
meritarle e quando i compagni come atterriti dalla parola “esilio”
mi domandavano: come si sta in esilio? io non sapevo cosa rispondere:
rispetto alla mia vita, ai duri sacrifici che avevo conosciuto,
l'essermi trovato a Lugano, col vitto assicurato, coi libri in
abbondanza e con tutto il tempo a mia disposizione per studiare,
quell'esilio pur sempre amaro, lontano dalla patria, dalla famiglia,
dai miei compagni e dalle nostre lotte, mi era apparso come il miglior
periodo della mia vita. Ai lavoratori pugliesi dovevo il piccolo
stipendio che mi aveva consentito di studiare, di poter dare qualche
sguardo nel giardino del sapere».
Venne la guerra.
«Non ero un interventista, come va dicendo Pacciardi — dichiara oggi
Di Vittorio —, ma quando la mia classe fu chiamata alle armi raggiunsi
a Napoli il mio reggimento di bersaglieri».
Era il Primo reggimento, formato in gran parte di soldati meridionali,
quasi tutti analfabeti.
I suoi compagni di battaglione si accorsero che egli sapeva scrivere
bene e cominciarono a rivolgersi a lui per mandare notizie alle
famiglie lettere d'amore alle ragazze e alle giovani spose.
Ai soldati piacquero molto le sue lettere e anche quelli che un poco
sapevano leggere e scrivere si rivolsero presto a Giuseppe Di
Vittorio. La sua fama di «scrittore di lettere» si allargò al
reggimento intero e venne a conoscenza degli ufficiali.
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(www.rassegna.it, 14 luglio 2006) |
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BIBLIOGRAFIA |
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Michele Pistillo,
Di Vittorio 1907-1924, Roma 1973. |
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| Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975. |
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Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.
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La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
Luciano Lama, a cura di Fabrizio D’Agostini, Bari 1977. |
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Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978. |
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Davide Lajolo,
Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria
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Firenze 1979. |
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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| Adriano Guerra, Bruno Trentin, Di Vittorio e l’ombra di
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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