|
|
|
|
Archivio
|
| |
|
La vita di Giuseppe Di Vittorio |
|
di Felice Chilanti |
|
|
|
11. Da una caserma all’altra |
|
|
|
Verso l'autunno del 1915 quando sul Carso, in
seguito agli attacchi frontali ordinati da Cadorna, il nostro esercito
fu duramente provato, vennero a mancare gli ufficiali. Cadorna allora
istituì il corso per aspiranti ufficiali e impartì severi ordini a
tutti i comandi dipendenti di reclutare per quei corsi ogni soldato
che avesse fatto la scuola media rintracciando anche quei militari che
«per imboscarsi» nascondevano il loro titolo di studio. Giuseppe Di
Vittorio, figlio unico di madre vedova, aveva diritto alla ferma
minore, della terza categoria: ma i suoi ufficiali, che censuravano la
posta dei soldati e leggevano quindi le lettere che egli scriveva, si
erano convinti che nascondesse il titolo di studio per sottrarsi
«all'ordine di essere ufficiale» per essere meno esposto al pericolo e
cercare l'occasione di imboscarsi come scritturale.
Il bersagliere Giuseppe Di Vittorio fu così chiamato dal capitano il
quale lo informò di averlo segnalato per il corso aspiranti ufficiali.
Ogni protesta del soldato fu inutile, ogni sua dichiarazione di non
avere il titolo di studio non fu creduta e una notte, quando già si
trovava in trincea, fu chiamato al comando e subito spedito a Cividale
al corso aspiranti ufficiali.
Di Vittorio si presentò al capitano e gli disse di aver frequentato la
seconda classe elementare e la terza alla scuola serale. L'ufficiale
aveva già letto il suo primo componimento sulla tattica e invitò
subito l'allievo Di Vittorio a non mentire, ricordandogli i pericoli
ai quali andava incontro sostenendo bugie così sfacciate.
Rimase al corso quarantacinque giorni e si qualificò ai primi posti: e
già comandava un plotone ed era alla vigilia della nomina a ufficiale
quando la bomba scoppiò.
Non si trattava però della questione del titolo di studio: le autorità
militari avevano chiesto informazioni alla polizia ed era giunta al
comando la voluminosa cartella contenente i suoi «precedenti
politici».
Il colonnello, furibondo, mandò a chiamare Di Vittorio e gli gridò:
«Come avete avuto il coraggio di presentarvi al corso? Voi siete un
senza Patria, un rivoluzionario».
Fra gli altri documenti vi era un articolo di Di Vittorio che aveva
pubblicato il giornale di Ferrara La Scintilla in occasione della
chiamata alle armi della classe 1892. Era un appello ai soldati a
rifiutarsi di sparare sui lavoratori. Per quell'articolo era stato
anzi condannato mentre si trovava in Svizzera.
Di Vittorio non aveva nulla da dire al colonnello; questi esaminando
la sua cartella di allievo e trovandovi ottimi punti gli fece una
proposta: «Voi avete una sola possibilità di rimanere al corso; fate
subito qui, in mia presenza, una lettera al Comando Supremo rinnegando
il contenuto di questo articolo!».
La risposta di Di Vittorio fu immediata: «Io non rinnego niente». E
allora il colonnello lo cacciò via gridando: «Tornerete al fronte!».
«Andrò anche all'inferno ma io non rinnego i princìpi della mia vita».
E siccome Giuseppe Di Vittorio era «un senza Patria» fu appunto
mandato in trincea. Trovò il suo battaglione decimato e durante
l'offensiva del 1916, sull'Altipiano dei Sette Comuni, alle pendici
del Monte Zebio, colpito da un proiettile, fu ferito tanto gravemente
da venire dichiarato inabile alle fatiche di guerra, dopo parecchi
mesi di ospedale e un intervento chirurgico per estrargli il
proiettile.
Giuseppe Di Vittorio aveva dunque compiuto il suo dovere di soldato ma
ora che i comandi militari conoscevano i suoi precedenti politici
cominciava contro di lui una lunga persecuzione.
Subito dopo la convalescenza fu trasferito a Roma al secondo
bersaglieri, a S. Francesco a Ripa.
Ma un giorno però, mentre se ne stava tutto solo leggendo l’Avanti!
sulla sua branda, fu chiamato al comando e vi trovò tre carabinieri e
un maresciallo.
«Prepara la tua roba che si parte per la Sardegna. E non protestare
altrimenti ti metto le manette».
Non c'era nulla da dire: tutto anzi era chiarissimo. Giuseppe Di
Vittorio fu scortato fino a Civitavecchia e messo sul piroscafo. Allo
sbarco in Sardegna trovò altri carabinieri ad aspettarlo e fu condotto
alla Maddalena dove c'era una compagnia di disciplina.
L'arrivo nel nuovo reparto fu piuttosto movimentato.
In occasione della prima adunata giunse a cavallo il capitano che
comandava quella compagnia e dato l'attenti ai soldati gridò:
«Chi è Di Vittorio?». Il nuovo arrivato fece sentire la sua voce
standosene in fila con gli altri: «Sono io», disse.
Il capitano allora si portò col cavallo di faccia a Di Vittorio e con
voce tonante prese a dire: «Sappi che qui i traditori della Patria
saranno trattati come si meritano».
Di Vittorio giudicò poco promettente quella presentazione e ribatté:
«Ma io sono stato ferito al fronte lo scorso anno».
Guardava dal basso in alto la persona dell'ufficiale, assai
elegantemente vestita; quel capitano non portava segni visibili dei
patimenti della guerra.
L'ufficiale, il quale voleva ostentare una grande conoscenza del mondo
politico, riprese: «Tu sei una di quelle carogne come Lazzari, uno di
quei traditori come Serrati, come Turati e compagnia brutta!» E quando
Di Vittorio cercò di ribattere gli intimò minacciosamente il silenzio.
Tutti i soldati avevano assistito a quella scena con spiegabile
interesse: tutti sapevano ora che il nuovo arrivato era un sovversivo.
E non appena l'ufficiale si allontanò, furono intorno a Di Vittorio, a
stringergli la mano, a parlare con lui.
Giuseppe Di Vittorio divenne così l'amico di quei militari puniti e
ben presto ebbe occasione anche di tutelarne i diritti.
Venne a sapere che uno degli ufficiali, fra i più severi, possedeva
alla Maddalena una campagna e che mandava i soldati della compagnia di
disciplina a zappare la sua terra senza pagarli.
L'isola di Caprera, dove sono tumulate le spoglie di Giuseppe
Garibaldi, è a breve distanza dalla Maddalena e i soldati chiedevano e
ottenevano il permesso di recarsi alla vicina isola a rendere omaggio
alla memoria di quel grande italiano.
Venuta la prima domenica anche Giuseppe Di Vittorio, che certo più di
ogni altro era ansioso di recarsi sulla tomba dell'Eroe del
Risorgimento, chiese il permesso di andare con gli altri.
Ma fu chiamato proprio dall'ufficiale della vigna, e si sentì dire:
«Oggi andranno tutti a Caprera ma non tu che sei un sovversivo e un
rinnegato».
Allora Di Vittorio non poté tacere e stringendo i pugni disse: «Io
sono un patriota, un ferito di guerra, un soldato italiano che ha
compiuto il suo dovere, non un traditore; mentre ci sono ufficiali che
utilizzano i soldati per zappare le loro terre, senza pagarli».
I due erano a quattr'occhi e l'ufficiale fattosi rosso in viso,
furioso e confuso balbettò: «Tacete, questa questione la regoleremo
dopo. Intanto potrei farvi processare per insubordinazione...».
Ora l'ufficiale trattava col voi il soldato.
«Sono stato processato altre volte, e del resto un processo come
questo mi piacerebbe davvero».
Di Vittorio poté osservare che l'ufficiale era tutto tremante. Aveva
capito!...
Passò una decina di giorni senza altre novità. Infine Giuseppe Di
Vittorio fu chiamato da un tenente il quale gli disse: «Abbiamo
ottenuto buone informazioni su di voi; peccato che siate un pericoloso
sovversivo. Tuttavia avete fatto il vostro dovere e così il comando ha
chiesto al ministero di mandarvi in licenza al vostro paese. Il ministero ha risposto affermativamente e voi potete partire restando
in attesa di nuova destinazione».
Giuseppe Di Vittorio tornò a Cerignola e vi rimase fino al maggio del
1917. Il giorno 1° maggio egli stesso celebrò la Festa del Lavoro
nella Casa del Popolo. Subito dopo fu chiamato dai carabinieri,
dovette vestire ancora la divisa e partire per Palermo, al 10°
reggimento bersaglieri, sua nuova destinazione. Dal fronte l'avevano
mandato a Roma; da Roma in Sardegna, dalla Sardegna in Puglia, dalla
Puglia alla Sicilia, sempre più lontano.
A Palermo funzionava una università popolare e Di Vittorio vi si era
iscritto: frequentava i corsi con grande assiduità ed ebbe modo di
studiare alcune materie scientifiche, storia, filosofia e letteratura.
Ma Palermo non era abbastanza lontana per Giuseppe Di Vittorio. E dopo
qualche mese ecco ancora i carabinieri in caserma, ecco richiedere di
lui con l'ordine di partire immediatamente.
«Dove mi portate questa volta?» chiese il soldato.
«In Libia», fu la risposta.
E infatti Di Vittorio partì: fu imbarcato a Siracusa e portato, di
porto in porto, sino all'ultimo approdo italiano, al confine con
l'Egitto: Porto Bardia.
Nel fortino vi era un battaglione di fanteria tutto il giorno occupato
a fare lavori di fortificazione nei dintorni: in quel periodo le forze
di occupazione italiane controllavano soltanto la fascia costiera ed
erano sovente attaccate dalle popolazioni locali.
Anche nel fortino di Bardia gli ordini per Di Vittorio erano di
tenerlo isolato dagli altri soldati: fortunatamente vi erano altri tre
militari nelle sue stesse condizioni, anch'essi socialisti e
rivoluzionari e fra di loro Aladino Bibolotti, militante socialista e
già conosciuto fra i giovani rivoluzionari dell'epoca, per aver
guidato coraggiose lotte dei lavoratori del marmo in Versilia.
Di Vittorio, Bibolotti e gli altri due giovani socialisti furono dal
comando isolati in un dormitorio appartato.
Anche laggiù, alla fine del 1917, giunsero confuse notizie della
grande Rivoluzione sovietica: per i quattro giovani rivoluzionari
furono giornate di passione e di entusiasmo. (continua) |
|
|
|
|
|
(www.rassegna.it, 14 luglio 2006) |
|
|
|
|
|
|
|
BIBLIOGRAFIA |
|
Anita Di
Vittorio,
La mia vita con
Di Vittorio, Firenze 1965. |
|
Di Vittorio l’uomo,
il dirigente, a cura di Antonio Tatò, 3 voll., Roma 1969. |
|
| Luciano Lama, Di Vittorio, Roma 1972. |
|
Michele Pistillo,
Di Vittorio 1907-1924, Roma 1973. |
|
| Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975. |
|
Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.
|
|
La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
Luciano Lama, a cura di Fabrizio D’Agostini, Bari 1977. |
|
| Unità e autonomia del sindacato nel pensiero di Giuseppe Di
Vittorio. Convegno unitario della Federazione Cgil Cisl Uil,
Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978. |
|
Davide Lajolo,
Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria
avventura di Giuseppe Di Vittorio, prefazione di Luciano Lama,
Firenze 1979. |
|
| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
lavoratrice della Lombardia, a cura di Maria Costa e Adolfo
Scalpelli, con un saggio di Vittorio Foa, Milano 1992. |
|
| Adriano Guerra, Bruno Trentin, Di Vittorio e l’ombra di
Stalin. L’Ungheria, il Pci e l’autonomia del sindacato, Roma
1997. |
|
| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
|
|