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«Le notizie che riuscivamo ad avere sulla
Rivoluzione Sovietica — ricorda Di Vittorio — ci portavano in quel
remoto angolo della Libia la sensazione precisa che tutto il mondo
fosse sconvolto e sulla via della rivoluzione liberatrice, che avrebbe
garantito la pace, il benessere e la dignità umana a tutti i popoli.
Ricordo che per noi fu come l’accendersi di una grande luce di
sicurezza; eravamo certi che quella fiamma liberatrice si sarebbe
estesa a tutta l'Europa. A Porto Bardia con Aladino Bibolotti facevamo
già i piani per la rivoluzione socialista in Italia e ricordo che su
due punti eravamo completamente d'accordo: l'unità sindacale e la
necessità di creare il vero partito della rivoluzione».
Quando, finita la guerra, Giuseppe Di Vittorio rientrò in Puglia era
matura in lui la certezza che fosse possibile far trionfare il
socialismo in Italia.
Il movimento riprese con crescente vigore, raggiunse uno sviluppo
enorme. Di Vittorio assunse la direzione della Camera del lavoro di
Bari e provincia.
Fu quello un periodo di grandi speranze, di esaltazioni, e anche di
troppo facile fiducia in alcuni uomini che non la meritavano.
Il fascismo si affacciò coi suoi atti di violenza nelle regioni
agrarie dove più forte era stata la reazione padronale alle prime
conquiste economiche e civili dei braccianti italiani e precisamente
in Emilia e in Puglia. In tutte e due le regioni i rapporti di classe
avevano raggiunto una fase acuta: in Puglia si era verificato
addirittura il trapasso da una struttura dell'economia agraria di tipo
semifeudale al capitalismo moderno.
I primi movimenti fascisti in Puglia furono tali da non destare serie
preoccupazioni per il movimento dei lavoratori.
Solo quando apparve chiaramente che il fascismo aveva ottenuto la
complicità dei governi della polizia si profilò quale pericolo serio
un feroce strumento repressivo impiegato nell'intento di ricacciare
indietro la società italiana di qualche secolo.
Il primo fascio costituito a Cerignola nel 1921 ebbe la sua sede nella
stessa sede degli agrari. Il maggiore esponente dell'organizzazione
fascista fu subito l'agrario Giuseppe Caradonna.
Il 19 febbraio 1921 i fascisti commisero in Puglia il loro primo
omicidio. Era in corso a Bari una dimostrazione di protesta contro la
disoccupazione: squadre fasciste intervennero contro i disoccupati e
uccisero un operaio.
La Camera del lavoro di Bari convocò un Convegno regionale e fu deciso
uno sciopero generale di protesta in tutta la regione.
Lo sciopero riuscì compatto ma i fascisti avevano preordinato un piano
di provocazione che le organizzazioni operaie non avevano previsto.
Il giorno stesso dello sciopero generale, a Cerignola, i carabinieri e
gli squadristi fascisti insieme dettero l'assalto alla Casa del
Popolo.
I fascisti agirono con le spalle protette dai carabinieri che
impedirono con le armi ai lavoratori di difendere la loro sede.
La parola d'ordine delle Leghe era allora: «Non accettare battaglia
con le forze di polizia e difendersi dall'aggressione delle squadre
fasciste». La polizia conosceva questo ordine e si limitava così a
proteggere l'azione dei fascisti ben sapendo che i lavoratori non
l'avrebbero attaccata.
Quello stesso giorno un gruppo di braccianti esasperati, recatisi per
protestare in una fattoria di Caradonna, trovarono al pascolo una sua
cavalla. Uno degli scioperanti, in un momento di esasperazione,
accoltellò la cavalla, senza pensare a quale sfruttamento avversario
avrebbe dato luogo quel gesto di stupida crudeltà.
La ferita della cavalla di Caradonna suscitò subito l'indignazione di
quelle stesse autorità che avevano assistito indifferenti
all'uccisione di un lavoratore. Fu il pretesto offerto ai fascisti per
scatenare una violenta reazione.
Anche in quella occasione essi non attaccarono direttamente ma sempre
preceduti dai carabinieri. In tutte le città della Puglia vi furono
violenti scontri, numerosi incidenti, lavoratori e fascisti feriti: i
lavoratori si difendevano bene, rintuzzavano la provocazione, spesso
mettevano in fuga i loro aggressori. La conseguenza di tutto questo fu
un’improvvisa azione notturna della polizia e dei carabinieri,
condotta col metodo del rastrellamento che portò all'arresto di
centinaia e centinaia di lavoratori.
Giuseppe Di Vittorio, riuscito a sfuggire al primo rastrellamento, si
recò a Cerignola; anche qui la polizia cominciò a dargli una caccia
spietata; tuttavia, fuggendo da un casolare all’altro nel cuore della
notte, egli poté dirigere ancora la lotta dei braccianti in vaste zone
della regione.
Anche questo episodio può dare un'idea della popolarità di Di Vittorio
e dell'amore dei lavoratori per lui: egli riuscì allora, braccato da
interi reparti dei carabinieri che rastrellavano Cerignola casa per
casa, a sfuggire all’arresto per un mese e mezzo. Una notte fu
perquisita la casa dove egli si trovava; il carrettiere che lo
ospitava lo nascose nel suo carretto pieno di paglia.
Dopo quarantacinque giorni fu sorpreso e arrestato e condotto subito
al carcere di Lucera; il giudice istruttore lo informò che era stato
accusato di avere attentato con la violenza ai poteri dello Stato.
Ancora e sempre la massima accusa.
Quando Giolitti, allora presidente del Consiglio, sciolse il
Parlamento e indisse le elezioni per il 15 maggio del 1921, Giuseppe
Di Vittorio si trovava nel carcere di Lucera sotto quella grave
imputazione.
II Partito socialista che affrontava in Puglia la campagna elettorale
in condizioni difficili offrì a Di Vittorio la candidatura. Il giovane
dirigente, in carcere, era la bandiera del movimento sindacale e
popolare pugliese, il simbolo di una lunga lotta vittoriosamente
combattuta, l'uomo che aveva condotto i lavoratori a difendersi, e a
battersi contro il terrore dei mazzieri prima e dei fascisti poi. I
fascisti avevano deciso di fare qualunque cosa perché i voti dei
lavoratori andassero a chiunque ma non a Di Vittorio. Su questa
questione consideravano impegnato il loro «onore di squadristi». Nelle
loro sedi avevano giurato davanti ai gagliardetti che Di Vittorio non
sarebbe stato eletto deputato.
Ma sbagliarono i loro calcoli, sbagliarono il loro piano d'azione, non
tennero conto del fatto che la popolarità di Di Vittorio non si era
sviluppata con tanto entusiasmo soltanto a Cerignola ma in tutte le
Puglie.
I fascisti concentrarono le loro squadre a Cerignola, dove nel corso
della campagna elettorale riuscirono effettivamente a impedire i
comizi socialisti per Di Vittorio.
Il giorno delle elezioni, compiacenti sempre le autorità e la forza
pubblica, gli squadristi di Caradonna, a piedi, sui camion, a cavallo
imposero alla città di Di Vittorio lo stato d'assedio. L'ordine che i
fascisti avevano era semplice: impedire ai lavoratori di votare e
servirsi dei loro voti per portare in Parlamento Caradonna.
Ogni sezione elettorale era circondata dalle squadre fasciste. Non
appena gruppi di contadini della periferia tentavano di avvicinarsi
per votare, gli squadristi accorrevano e li disperdevano con le armi.
I braccianti della Lega e i giovani del Circolo si organizzarono:
formarono dei gruppi di centinaia di coraggiosi proletari, veri e
propri battaglioni, nell'intento di scortare gli elettori fino alle
sezioni elettorali. I dirigenti delle organizzazioni popolari avevano
ordinato di fare il possibile per poter esercitare il diritto di voto;
nessun proletario doveva ricorrere alle armi.
Uno speciale servizio di vigilanza costituito di giovani
rivoluzionari, i più vicini a Di Vittorio, costringeva i braccianti a
privarsi anche dei bastoni che portavano con sé dalla campagna. I
lavoratori sapevano che malgrado la feroce violenza dei nemici quella
poteva diventare una giornata di grande vittoria.
I lavoratori disarmati tentarono così più volte di raggiungere i seggi
elettorali assediati dai fascisti in armi: affrontarono serenamente le
percosse, le legnate, i pugni, gli insulti; riuscirono anche a
travolgere senza far uso della violenza, con la sola pressione del
loro numero, alcune squadre fasciste. Allora, sotto lo sguardo delle
forze dello Stato, gli squadristi di Caradonna aprirono il fuoco e
nove lavoratori furono assassinati.
Fra le vittime, un'intera famiglia, i Bancone, padre, madre e figli,
che, sotto la scorta dei lavoratori, avevano raggiunto una sezione
elettorale, tutti insieme, sul loro carretto trainato da un mulo. E lì
trovarono la morte.
All'apertura delle urne di Cerignola risultò che Giuseppe Di Vittorio,
nel paese dove più era amato, dove più aveva lottato, dov'era nato,
dove vivevano i suoi parenti, non aveva ottenuto neppure un voto. E
con quei voti Giuseppe Caradonna fu eletto deputato.
Di Vittorio era in carcere a Lucera e fu subito informato di quanto
era accaduto al suo paese: non pensava neppure lontanamente di poter
essere stato eletto coi voti degli altri centri della Puglia. Ma il
suo era un errore: in ogni località, in ogni città, specialmente a
Bari, ad Andria, a Minervino, migliaia di lavoratori avevano votato
per lui.
Passarono diversi giorni prima che il risultato fosse noto. Le
autorità carcerarie avevano sottoposto Di Vittorio a un regime di
rigoroso isolamento; il detenuto era solo nella sua cella e di tutta
quella vicenda sapeva soltanto che nove suoi compagni e un'intera
famiglia, gente che egli conosceva fin dall'infanzia, erano stati
massacrati.
Il 22 maggio 1921 fu chiamato dal direttore del carcere e non appena
entrato nel suo ufficio vide che l'uomo si inchinava davanti a lui ed
era cerimonioso; si sentì dire: «Onorevole, ho l'incarico di
comunicarle che è stato eletto deputato al Parlamento». (continua) |