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Archivio
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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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13. Viaggio trionfale in Puglia |
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La notizia dilagò nella prigione, da una cella
all'altra, suscitando una manifestazione di esultanza: tutti i
lavoratori che si trovavano detenuti a Lucera gridavano il nome di Di
Vittorio, cantavano Bandiera Rossa, l’inno dei lavoratori. Era una
grande vittoria per il proletariato pugliese.
All'uscita dal carcere Giuseppe Di Vittorio trovò ad attenderlo una
folla enorme, uno sventolio di bandiere. Ma i lavoratori di Lucera
dopo la grande festa e dopo il comizio avevano bisogno subito di
Giuseppe Di Vittorio, appena uscito di prigione. Era in corso uno
sciopero dei braccianti e gli chiesero di trattenersi un giorno o due
per dirigere lo sciopero e condurre le trattative. Di Vittorio
naturalmente accolse quella richiesta e non appena liberato dalla
prigione si trovò a dover riprendere subito il suo posto di direzione
della lotta del proletariato pugliese.
Riuscì a promuovere un incontro con gli agrari per il giorno
successivo. Di Vittorio desiderava incontrarsi con quella gente: aveva
conservato una copia del giornale degli agrari della provincia di
Foggia che si occupava di lui.
Si leggeva in quel giornale, uscito nel corso della campagna
elettorale, che i braccianti e i contadini pugliesi facevano male a
«perdere la testa e rischiare anche la vita per Giuseppe Di Vittorio».
I poveri cafoni — proseguiva l'articolo — non sanno che Di Vittorio
possiede una grande villa nella contrada tale, vari conti in banca, ha
acquistato quindici o venti case e può considerarsi fra i più ricchi
signori della provincia.
Trovatosi faccia a faccia con gli agrari che avevano stampato quel
giornale, nel municipio di Lucera, per trattare la cessazione dello
sciopero, alla presenza di tutte le autorità, Giuseppe Di Vittorio
portò nella discussione un argomento risolutivo.
Aveva fatto i suoi calcoli e tutto sommato la differenza tra le
richieste degli scioperanti e le offerte dei padroni era lieve: per
tutta la zona interessata si trattava di una somma di pochi milioni.
Di Vittorio disse: «Voi sapete e l'avete pubblicato nel vostro
giornale, ch'io posseggo una villa, molte case e vari e nutriti conti
in banca. Ebbene mettiamoci dunque d'accordo; chiamate un notaio e in
cambio della vostra accettazione delle modeste richieste dei
lavoratori vi dichiarerò proprietari di tutti i miei beni». Gli agrari
vennero a trovarsi in una situazione morale di inferiorità e,
imbarazzati com'erano, dovettero accogliere le rivendicazioni dei
braccianti e si affrettarono a firmare il patto.
«Molti agrari — dice ora Di Vittorio — sono spesso gretti, egoisti,
crudeli, ma soprattutto essi sono ignoranti. Costoro non riescono a
capire un'azione morale qualsiasi, un gesto di generosità, non
riusciranno mai a capire perché un uomo si batte e lotta e va incontro
a gravi pericoli per il bene di tutti. Sempre essi penseranno che
quell'uomo sia mosso da un qualche interesse, da una avidità di
guadagno simile alla loro».
Portata a termine la sua missione a Lucera Giuseppe Di Vittorio compì
un lungo viaggio attraverso la Puglia, a Foggia, a Bari, a Taranto
suscitando ovunque grandiosi manifestazioni di esultanza popolare.
Il giornale La Voce Repubblicana pubblicò una corrispondenza da Bari
che diceva fra l’altro: «Neppure quando si è sposato nella nostra
città Vittorio Emanuele III si era vista una folla cosi imponente».
Ultimato il suo viaggio in Puglia Di Vittorio si recò a Roma. Vi era
certamente un'amarezza nel suo animo: il viaggio in Puglia non era
stato completo. Egli non si era recato infatti proprio nella città più
cara al suo cuore: a Cerignola, e lo aveva fatto per evitare scontri
luttuosi, nuovi sanguinosi incidenti.
Oltre cento lavoratori della sua città erano ancora in carcere.
Con ogni probabilità Giuseppe Di Vittorio avrebbe ulteriormente
rinviato la sua visita alla città natale se non fosse stato provocato.
Fu informato a Roma che il fascio di Cerignola aveva affisso un
manifesto a tutte le mura nel quale si diceva che Di Vittorio si era
recato in altre città della Puglia, ma che mai più avrebbe osato
mettere piede a Cerignola. «Da Cerignola Di Vittorio è bandito per
sempre»; con queste parole si concludeva il manifesto.
Giuseppe Di Vittorio ritenne che il viaggio a Cerignola non si potesse
più rimandare. Il manifesto del fascio era firmato anche da un
avvocatucolo che durante la guerra mondiale, quando Di Vittorio si
trovava a Cerignola in licenza, dopo essere stato ferito, si era
vantato di essersi fatto riformare procurandosi una malattia agli
occhi. Era appunto quell'autolesionista che gridava contro «il
traditore della Patria».
Bisognava dunque andarci per forza a Cerignola e per evitare incidenti
Giuseppe Di Vittorio decise di arrivare al suo paese senza avvisare
nessuno.
Qualche tempo prima i fascisti avevano assassinato a tradimento in
Puglia l'indimenticabile militante socialista Giuseppe Di Vagno. Dopo
questo assassinio le autorità avevano messo alle costole di Di
Vittorio un agente di scorta.
Alla stazione di Foggia bisognava attendere il trenino per Cerignola.
L'agente di polizia, evidentemente preoccupato, si avvicinò a Di
Vittorio e gli chiese dove avesse intenzione di recarsi. Era un agente
di origine barese e Di Vittorio lo consigliò di andarsene a trovare i
suoi parenti nella città natale.
L'agente indeciso sul da farsi e giudicando pericolosa la sua
situazione si recò a informare la questura di Foggia che il deputato
Di Vittorio era alla stazione ad attendere il trenino per Cerignola.
Il questore si precipitò alla stazione, scongiurò Di Vittorio di non
compiere quel viaggio e gli disse che il prefetto aveva una
comunicazione da fargli e lo pregava di recarsi da lui.
In prefettura vi era un gran fermento: tutti correvano lungo i
corridoi, i telefoni trillavano e quando Di Vittorio entrò col
questore nell'ufficio del colonnello dei carabinieri, di un magistrato
e vi trovò alcune facce spaurite: quella del prefetto appunto, quella del colonnello
dei carabinieri, di un magistrato e di vari funzionari di polizia.
Il prefetto non sapeva come regolarsi: scongiurò ancora Di Vittorio di
non recarsi a Cerignola e il giovane deputato ribatté che l'ordine
pubblico e la libertà di circolazione per i cittadini erano doveri che
riguardavano appunto quei signori.
Li invitò a non occuparsi di lui, ma il prefetto disse: «Nella stanza
accanto c'è l'onorevole Caradonna. Io gradirei un incontro fra di voi,
vorrei che vi metteste d'accordo al fine di evitare sanguinosi
incidenti».
Di Vittorio disse che non aveva nulla da chiedere a nessuno. Il
prefetto e il questore lo pregarono con tanta insistenza che dovette
accettare l'incontro.
Il Caradonna fu introdotto nell'ufficio del prefetto: i due uomini, il
capo dei lavoratori e il capo degli agrari, si trovarono così uno di
fronte all'altro.
Fu un colloquio breve e burrascoso. «L'onorevole Di Vittorio vuole
andare a Cerignola», disse il prefetto e Caradonna gridò concitato: «E'
impossibile. Di Vittorio non può andare a Cerignola perché tutti lo
odiano e nessuno vuole che egli metta piede in città». Giuseppe Di
Vittorio senza perdere la calma disse: «Io ci vado subito a Cerignola
e, se lo credi, vieni tu a impedirmelo». Ne derivò un piccolo
parapiglia, i due deputati furono tenuti lontani l'uno dall'altro; Di
Vittorio uscì sbattendo la porta e si avviò a passo lesto verso la
stazione seguito dal povero agente di scorta.
Contemporaneamente partiva dalla questura, con un automezzo, il
vicequestore accompagnato da una ventina di agenti in borghese armati
di moschetto.
Quando discese alla stazione del suo paese Giuseppe Di Vittorio sentì
levarsi sul piazzale il canto di Giovinezza. Diede un’occhiata e
vide che l'uscita era bloccata da circa trecento squadristi di
Caradonna.
Attese che gli altri viaggiatori fossero passati attraverso la piccola
folla di fascisti rabbiosi e quando fu certo di essere l'ultimo
passeggero ancora in stazione si avviò a sua volta verso quei
forsennati. Inutile dire che l'agente di scorta lo supplicava con le
lacrime agli occhi: «Quelli ci ammazzano onorevole, andiamo via».
Giuseppe Di Vittorio allora estrasse dalla tasca la pistola,
nell'altra mano impugnò il suo bastone e si avviò verso l'uscita.
L'effetto di quell'uomo che veniva avanti solo, deciso, calmo, fu
immediato. I fascisti smisero di cantare come stupiti e presi da un
senso misto di sorpresa e di rispetto. (continua) |
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(www.rassegna.it, 20 luglio 2006) |
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BIBLIOGRAFIA |
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Vittorio,
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Michele Pistillo,
Di Vittorio 1907-1924, Roma 1973. |
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| Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975. |
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La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
Luciano Lama, a cura di Fabrizio D’Agostini, Bari 1977. |
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Davide Lajolo,
Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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