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Archivio
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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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14. Trincee a Bari |
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Giuseppe Di Vittorio passò tra di loro, lentamente,
guardandoli in viso. Nessuno osò fiatare: solo quando Di Vittorio era
già lontano un centinaio di metri si udì qualche grido isolato: «Via
da Cerignola! Non deve metterci piede!».
Ma Di Vittorio a Cerignola c'era già; alcuni muratori che lavoravano
nei pressi della stazione lo riconobbero, abbandonarono il lavoro e
accorsero intorno a lui; anche i bambini intenti ai loro giochi lo
avevano riconosciuto e in pochi attimi tutta Cerignola sapeva che era
arrivato.
Per raggiungere la sua casa doveva attraversare tutto l'abitato e al
suo passaggio ognuno lasciava la sua occupazione e accorreva a
festeggiarlo; gli artigiani chiudevano le botteghe, le donne,
piangenti di commozione, andavano ad abbracciarlo.
Il quartiere dove egli abitava fu invaso da quella marea di popolo
esultante. Al vicequestore che gli trotterellava accanto Di Vittorio
diceva: «Glielo dica al prefetto che a Cerignola mi odiano tutti».
Fu una ondata di entusiasmo che travolse il terrore fascista: Giuseppe
Di Vittorio parlò a quella grande folla invitando tutti alla calma, a
evitare incidenti. E, venuta la sera, si accorse che il quartiere dove
sorgeva la sua casa era ancora affollato; tentò di mandare alle loro
abitazioni i lavoratori ma nessuno si mosse.
Un’intera popolazione vigilava sulla sua vita, voleva proteggerlo; i
braccianti organizzarono dei turni di guardia perché in ogni ora del
giorno e della notte la vita di Di Vittorio fosse protetta.
E siccome nessuno lavorava più Di Vittorio decise di ripartire dopo un
paio di giorni per Roma. Alla Camera dei deputati era stata chiesta
l'autorizzazione a procedere contro di lui per i fatti di Cerignola.
La questione più ancora che per lui era di grande importanza per oltre
cento famiglie di braccianti che attendevano ormai da tempo il ritorno
dei loro cari: mariti, padri, sposi, detenuti nelle carceri di Lucera.
Fu relatore sulla richiesta d'autorizzazione a procedere il deputato
del Partito popolare Merizzi il quale, analizzati i fatti, concluse
che il processo intentato contro Di Vittorio e quei braccianti non era
che una montatura della polizia.
Forte della relazione del deputato cattolico, approvata dalla Camera
dei deputati, Giuseppe Di Vittorio si recò immediatamente dal
procuratore del re, gli sottopose il documento facendogli notare che
si trattava di un giudizio sul processo, dato dai legislatori
italiani. Qualcosa di molto importante era accaduto per i cento
braccianti ancora carcerati: del loro processo si era parlato a Roma,
al Parlamento: non bastava più contro di loro la testimonianza del
padrone, sacra fino a quel giorno per i marescialli dei carabinieri e
spesso per i giudici del tribunale; e non erano più soli a difendersi,
con le testimonianze della povera gente che i marescialli dei
carabinieri e spesso i giudici del tribunale consideravano prive di
ogni valore giudiziario nei confronti della testimonianza del padrone
che era «necessariamente» la verità.
Ora si trovava implicato nello stesso processo il deputato Di Vittorio
e un altro deputato alla Camera aveva dichiarato trattarsi di una
montatura della polizia. Quei braccianti non erano più abbandonati a
se stessi, al pregiudizio delle autorità secondo le quali i «signori»
avevano sempre ragione e i cafoni sempre torto. La nuova situazione
aveva messo in fuga le vecchie ombre dalle aule del tribunale di
Lucera: vi era un rapporto nuovo tra gli uomini, davanti alla
giustizia. E in pochi mesi quasi tutti i detenuti furono liberati.
Soltanto sette furono i condannati a pene non eccessivamente gravi.
L'elezione a deputato di Giuseppe Di Vittorio fu dunque una vera e
grande vittoria per il proletariato pugliese.
Malgrado la crescente violenza fascista, l'organizzazione sindacale
dei braccianti si manteneva assai forte e il suo spirito combattivo
era sempre deciso. Quello che mancava ancora era una direzione
politica nazionale efficiente e giusta; una visione politica
storicamente capace di condurre in modo giusto e organizzato la lotta
contro il fascismo.
Il Partito comunista italiano era già stato costituito, con la
scissione di Livorno, ma la presenza in Puglia di dirigenti
bordighisti ritardò il processo di chiarificazione.
Giuseppe Di Vittorio, al tempo dell'Alleanza del lavoro (costituitasi
con tutte le forze politiche e sindacali di sinistra per fronteggiare
la violenza fascista), aveva organizzato a Bari un forte movimento di
Arditi del Popolo.
Le formazioni degli arditi erano costituite di giovani proletari
combattivi e di vecchi lavoratori rivoluzionari, uomini decisi a
battersi fino al sacrificio supremo contro il fascismo. La forza di
attrazione di questo movimento era già così grande che aderirono ad
esso anche gruppi di dannunziani, gli stessi che avevano preso parte
all'impresa fiumana.
Si trattava di giovani studenti e ufficiali che trovatisi di fronte
alla necessità di scegliere tra le squadre fasciste agli ordini degli
agrari più egoisti e retrivi e il movimento degli Arditi del Popolo
erano stati istintivamente portati ad affiancarsi a questi.
Le trattative con quei giovani furono condotte da Giuseppe Di
Vittorio, nella Camera del lavoro di Bari dove alcuni ufficiali
dannunziani si erano spontaneamente recati a cercare l'alleanza coi
lavoratori.
Chiesero una garanzia che fu facile dare loro: chiesero cioè che nel
movimento degli Arditi del Popolo e dei lavoratori in genere non vi
fosse alcun indirizzo «antipatriottico e antinazionale». Fu facile per
Di Vittorio dimostrare che il movimento operaio e contadino pugliese,
così come quello di ogni altra regione d'Italia, in lotta per
difendere la libertà minacciata dal fascismo e far avanzare la Patria
sulla via del progresso sociale, era la sola forza patriottica e
nazionale esistente nel paese. Quella alleanza ebbe una grande
efficacia e rafforzò il prestigio della Camera del lavoro e degli
Arditi del Popolo; i giovani ufficiali portarono nelle file degli
operai anche utili elementi di tecnica militare assai importanti nella
lotta contro lo squadrismo fascista.
Giuseppe Di Vittorio ricorda che molti di quegli ufficiali divennero,
in seguito a quella esperienza, dei militanti della classe operaia;
molti di essi più tardi aderirono al Partito comunista italiano.
Il proletariato pugliese seppe battersi coraggiosamente contro lo
squadrismo fascista. Bari e la Puglia erano tenuti solidamente dalle
organizzazioni dei lavoratori.
In quei giorni, il ministro degli Interni del governo Giolitti mandò a
chiamare Di Vittorio e gli chiese se il prefetto De Vita cacciato dai
fascisti di Bologna avrebbe potuto essere trasferito tranquillamente a
Bari dove la Camera del lavoro dominava la situazione.
«Se il prefetto De Vita non è soltanto accusato dai fascisti di essere
un antifascista ma lo è davvero, venga pure a Bari che vi sarà bene
accolto» assicurò Di Vittorio al ministro.
E non appena fu annunziato a Bari l’arrivo di quel prefetto i fascisti
ordinarono, con un manifesto, la mobilitazione delle loro squadre
davanti alla stazione per impedire l'ingresso in città del
funzionario. La Camera del lavoro allora, per iniziativa di Giuseppe
Di Vittorio, ordinò subito la sospensione del lavoro e migliaia e
migliaia di proletari si recarono alla stazione: il prefetto raggiunse
la sua sede senza il minimo incidente.
Vittoriosamente il proletariato pugliese ha condotto lo sciopero
dell'agosto 1922 proclamato dall'Alleanza del lavoro.
A Bari la manifestazione toccò momenti di grande acutezza nel corso di
cinque giorni di durissima lotta. I tre quarti della città furono
praticamente dominati dalle forze proletarie: gli operai di Bari
Vecchia avevano scavato trincee ed eretto barricate nei punti
nevralgici della città; venti guardie regie, che erano in servizio
alla sede della Camera del lavoro, vennero a trovarsi prigioniere in
Bari Vecchia.
Il prefetto telefonava a Giuseppe Di Vittorio chiedendo il rientro
delle guardie che intanto erano state regolarmente nutrite e ben
trattate dalla Camera del lavoro.
I fascisti intanto ripetevano i loro assalti alle posizioni dei
lavoratori e venivano ricacciati. In seguito a una serie di trattative
e di reciproci impegni tra la prefettura e la Camera del lavoro fu concordato il
rientro in Bari Nuova delle venti guardie, la sera del secondo giorno.
Esse furono accompagnate da Di Vittorio fino al limite della trincea.
Erano giunti intanto rinforzi dall'Emilia: si trattava degli
squadristi di Arpinati, della cosiddetta «Decima Legio». I nuovi
venuti attaccarono con grande violenza, riuscirono a conquistare
qualche posizione anche per alcuni atti di indisciplina degli Arditi
del Popolo. Poi vi fu un contrattacco, una violenta sparatoria, un
susseguirsi di assalti, i fascisti furono ancora ricacciati e
lasciarono una trentina di prigionieri nelle mani degli operai.
Erano giovanetti di Bologna che furono condotti nella sede della
Camera del lavoro, dove Di Vittorio li interrogò. «Perché siete venuti
a Bari?», chiese.
«Perché abbiamo avuto questo ordine», risposero.
«Perché siete fascisti?». «Perché ci hanno detto che il fascio è coi
lavoratori».
Tremavano di paura, i comandanti avevano detto loro che se fossero
caduti prigionieri degli operai, sarebbero stati sgozzati ad uno ad
uno.
E per due giorni di seguito non fecero che ringraziare Di Vittorio del
buon trattamento ricevuto: e dirsi pentiti di quel che avevano fatto e
promettere che mai più avrebbero preso parte alle azioni dello
squadrismo fascista.
Furono liberati alla fine dello sciopero generale, conclusosi con
onore per i proletari baresi.
Questa era dunque la situazione delle forze popolari antifasciste in
Puglia quando venne la marcia su Roma.
Due giorni dopo l'occupazione della capitale, che era stata compiuta
il 28 ottobre, i fascisti a Bari non contavano ancora nulla.
E venne la dura lotta delle Leghe dei braccianti, dei sindacati degli
operai, delle Camere del lavoro contro il fascismo al potere. (fine) |
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(www.rassegna.it, 24 luglio 2006) |
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BIBLIOGRAFIA |
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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