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Giuseppe Di Vittorio ha dovuto abbandonare la
scuola a sette anni di età — frequentava la seconda classe elementare
— in seguito alla morte del padre. Fu un amaro distacco, nel dolore
della disgrazia. Il padre di Giuseppe Di Vittorio lavorava quale
«curatolo» (piccolo dirigente, bracciante specializzato con compiti di
fiducia) in una fattoria nella piana di Manfredonia. Durante l'inverno
del 1899 la piana di Manfredonia fu devastata da una paurosa
alluvione: il padre di Di Vittorio, nell'intento di salvare il
bestiame del padrone, si trascinò per la notte intera attraverso la zona
allagata.
Poi cadde ammalato e morì nel mese di marzo.
Subito dopo il funerale, siccome in casa non vi era nulla da mangiare,
la mamma di Giuseppe Di Vittorio prese per mano il ragazzo e lo
condusse dal padrone. Qui i due trovarono buone parole e una magra
ricompensa: dieci chili di favetta.
Era tanta la miseria di quella casa che il piccolo dono fu accolto
dalla madre e dal bimbo con un senso di sollievo. Ci si poteva sfamare
per qualche giorno e per qualche giorno ancora il bimbo poté frequentare
la scuola.
Era uno scolaro appassionato e intelligente; si era già fatto notare
più volte come il primo della sua classe e il vecchio maestro
Arcangelo Perreca lo amava, lo invitava nella sua casa, era lieto
dell'amicizia sorta tra il piccolo figlio del bracciante e i suoi
figli.
Lo scolaro Giuseppe Di Vittorio all'inizio dell'anno scolastico aveva
ricevuto, come tutti gli altri, il libro della seconda classe
elementare, ma dopo poche settimane di lezioni sapeva tutto il libro a
memoria dalla prima all'ultima pagina.
Il maestro Perreca aveva istituito un segno di distinzione che veniva
ogni giorno assegnato al miglior lavoro: si trattava di una bella
coccarda tricolore. Quasi ogni giorno la coccarda toccava all'allievo
Di Vittorio. Non mancarono i giorni di umiliazione, quando ad esempio,
irritati per quella bravura, i figli dei signorotti del paese, vestiti
bene e già imbevuti di mentalità padronale, rivolsero al bimbo parole
cattive. I bambini qualche volta sono anche crudeli. Quel giorno uno
dei ragazzi vedendo nell'abito di Di Vittorio una toppa più grande e
vistosa delle usuali disse rivolto agli altri: «Guardate che bella
coccarda si è messo oggi Peppino».
I dieci chili di favetta finirono. La madre aveva cominciato a lavare
i panni alla fontana, ma il guadagno era irrisorio: così per la
seconda volta prese il figlio per mano e lo condusse dal padrone. Il
suo povero sposo era morto a trentacinque anni di età e per vent'anni
aveva lavorato nella masseria dove aveva trovato la morte; il padrone
per la seconda volta le donò qualche chilo di favetta. Il bimbo
frequentò così la scuola ancora per una settimana. La terza volta,
quando il padrone si rivide davanti i due con la bisaccia e lo sguardo
implorante, disse: «Adesso basta». E fu una nera giornata.
A sette anni di età dunque Giuseppe Di Vittorio cominciò a guadagnarsi
il pane. Il maestro Perreca si era recato nella sua povera casa a
parlare con la mamma: le aveva detto che un ragazzo così intelligente
non doveva abbandonare la scuola, ma tutto fu inutile. Il bisogno era
più forte di ogni sentimento e di ogni speranza.
«Il distacco dalla scuola — ricorda ora Giuseppe Di Vittorio — fu una
grande amarezza. Amavo molto la lettura e ogni pagina di libro era
come una rivelazione per me. Avevo sete di quelle rivelazioni».
Ed ecco il bimbo al suo primo giorno di lavoro. La vita, nelle città
dei braccianti di Puglia, si svolgeva come assediata: Cerignola era
fra le più grandi città contadine pugliesi e l'immensa pianura intorno
era misteriosa per i ragazzini che non uscivano mai dall'abitato.
La mamma, una mattina, affidò il suo bambino a un vecchio contadino
che si recava nei campi a raccogliere i piselli. Era la prima volta
che il ragazzo si avventurava nell'immensa campagna. Ed era uno
splendente mattino di primavera.
In maggio, sotto il velo luminoso della brina, le vigne sono un mondo
incantato e meraviglioso; e i piselli di quel contadino erano appunto
nel folto di un vasto vigneto, illuminato dal sole. Il ragazzo era
come stordito da quella improvvisa bellezza, ubriaco di cielo e
d'aria, felice di quella scoperta di un mondo sconosciuto. Il
contadino gli aveva consegnato un paniere e un sacco: egli avrebbe
dovuto cogliere i piselli, colmarne il paniere e travasarli poi dentro
il sacco fino a riempirlo. Ma il contadino si era allontanato nel
verde folto e il ragazzo, rimasto solo, contemplava la grande bellezza
della circostante natura. Così il tempo passava. E quando dopo cinque
o sei ore il contadino chiamò presso di sé il ragazzo, con grande
sorpresa vide che il sacco era quasi vuoto.
«Tutti questi hai raccolto in tante ore?» chiese col volto scuro.
Il bimbo non sapeva come spiegare l'accaduto: non poteva dirgli: ho
ammirato il cielo e i campi, le foglie delle viti, le erbe, i colori,
gli uccelli in volo; ho ascoltato le voci della grande campagna ma non
ho raccolto che un solo paniere di piselli.
«Dovrei darti le botte», disse il vecchio contadino, «ma siccome non
mi sembri un testone voglio farti ragionare».
Ricordando oggi quell'episodio, Giuseppe Di Vittorio dice: «Fu quella
la prima lezione di economia politica che appresi».
«Sentimi bene — disse il contadino al ragazzo —, tu hai raccolto in
tutto due o tre chili di piselli; io vendo i piselli a due soldi al
chilo; in tutto io potrò ricavare vendendo questi che tu hai raccolto
quattro, cinque o sei soldi al massimo. Se questi quattro, cinque o
sei soldi io li do a te per ricompensare il tuo lavoro, io ho zappato,
seminato, zappato ancora e tutto in perdita; ho buttato via il seme e
per di più ho pagato invano il fitto. Se io dovessi darti sei soldi di
paga, questi tre chili di piselli a me costerebbero dodici soldi
almeno». E vedendo che il bimbo ascoltava con grande attenzione gli
chiese: «Hai capito?».
«Sì, ho capito, se mi vorrete ancora, domani, vedrete che riempirò
tutto il sacco».
Era un brav'uomo, un vicino di casa; il giorno dopo e nei giorni
seguenti il ragazzo di sette anni riempì infatti il suo sacco di
piselli e guadagnò i sei soldi di paga.
Ma subito dopo, nella stagione estiva e poi nell'autunno, il bimbo
conobbe la dura vita della grande masseria di Puglia. Entrò nel suo
destino di bracciante, all'età in cui tutti i ragazzi del mondo
dovrebbero soltanto giocare e frequentare la scuola.
La Puglia era allora tra le regioni del Mezzogiorno una delle più
arretrate e infelici. Il lavoro dei campi si svolgeva in condizioni di
semiservitù. Nessuno poteva immaginare che quel ragazzo di sette,
otto
anni avrebbe dato col suo lavoro e la sua lotta, nel vicino avvenire,
un così poderoso contributo alla distruzione del feudalesimo nella
immensa pianura del Tavoliere.
Giuseppe Di Vittorio conobbe il duro lavoro della zappa e della falce,
lontano dalla sua casa e dalla sua mamma; conobbe il sole cocente
sulla schiena, il dolore che la fatica lascia nei muscoli e nelle
ossa; conobbe la squallida vita di tutti i braccianti nelle sperdute
masserie.
Spesso era impossibile tornare la sera alla propria casa e tutti i
lavoratori erano costretti a trascorrere l'intera settimana sulla
terra. Nel mezzo delle grandi proprietà feudali sorgeva allora una
baracca di legno chiamata «la cafoneria» dove i braccianti si
rifugiavano a sera già inoltrata, dopo quattordici ore di lavoro a
consumare il solo pasto della giornata e a dormire sul pagliericcio
buttato sulla nuda terra.
La mattina mangiavano nei campi un po' di pane ed erba o pane e
cipolla; soltanto la sera nella cafoneria i braccianti trovavano
qualcosa di caldo. In fondo al dormitorio vi era un grande camino
fumoso e sopra il fuoco, attaccato al nero uncino, bolliva un
pentolone pieno d'acqua. Era soltanto acqua, con un po' di sale.
Quando rientravano i braccianti preparavano nella loro ciotola
chiamata in dialetto «cravatto» — un recipiente di terracotta senza
smalto — il pane spezzato, poi in fila passavano a prendere la loro
porzione di acqua salata che veniva versata sul pane. Il
rappresentante del padrone alla fine versava da un fiasco munito di
apposito misurino alcune gocce d'olio in ogni «cravatto» e quello era
il pasto di ogni giorno. La minestra si chiama «acquasale».
In primavera, quando nei campi era possibile raccogliere radicchi o
cicoria o altre erbe, nell'acqua i braccianti facevano bollire un po'
di verdura.
Poi, sui pagliericci maleodoranti, veniva l'assalto delle pulci, delle
cimici; era possibile dormire soltanto quando la stanchezza era più
forte di quelle torture.
Così il ragazzo Giuseppe Di Vittorio cresceva sul grande latifondo, in
quella vita aspra e selvaggia, al vento, al sole, alla pioggia.
Ma nella sua vita c’era una segreta ricchezza che gli altri non
possedevano: un amore ostinato e ardente per la lettura. Una sete
insaziabile di sapere. Nel vasto ambiente della cafoneria il lumino ad
olio non consentiva di leggere e Giuseppe Di Vittorio doveva
procurarsi non soltanto i libri ma anche la candela per poter leggere
durante la notte. Erano grandi le difficoltà che il ragazzo incontrava
per risolvere questi problemi. Era molto difficile trovare i libri
alla portata della sua misera borsa; il magro salario doveva servire
alla vita della mamma e della sorella; e la candela che si consumava
nel silenzio della cafoneria costava quasi quanto i libri.
Erano libri acquistati a caso, romanzi e novelle o testi di scuola:
talvolta testi difficili che il ragazzo non riusciva a capire e sui
quali trascorreva lunghe ore a meditare. Spesso chiedeva al padrone
lavori supplementari, faticava fino a notte inoltrata per poter fare
quelle spese.
Ogni notte, in fondo alla cafoneria di una masseria pugliese, vi era
dunque un ragazzo che leggeva, lui solo, in mezzo agli uomini
sprofondati nel loro sonno pesante.
Quella particolarità della sua vita suscitava interesse negli altri:
alcuni lo deridevano anche, ché in quella grande ignoranza la lettura
era considerata un lusso consentito soltanto ai padroni, altri si
interessavano invece alle sue letture e gli dicevano: «Raccontaci
quello che hai letto. Che cosa c'è scritto nel tuo libro?».
Spesso si formavano gruppi di braccianti ai quali Giuseppe Di Vittorio
narrava le storie lette; era come raccontare favole che quegli uomini
affaticati ascoltavano anche per lungo tempo. «Qualche volta — ricorda
Di Vittorio — inventavo addirittura delle trame fantastiche perché poi
mi lasciassero leggere in pace».
La madre di Giuseppe Di Vittorio era analfabeta e anche lei riteneva
che l'acquisto dei libri e della candela fosse un lusso o un inutile
spreco di denaro. Così il ragazzo quando tornava in paese, la
domenica, evitava di parlarle di quel suo segreto.
La mamma lavava i panni alla fontana e spesso si faceva anticipare i
dieci soldi del suo guadagno per poter mettere nel piatto la goccia
d'olio. Una lunga tradizione le precludeva ogni possibilità di
comprendere la sete di sapere di suo figlio.
Poi venivano i lunghi mesi della disoccupazione e allora era la fame.
Una volta il ragazzo si ammalò di malaria con febbri altissime e fu
costretto a interrompere il lavoro. Furono giorni assai tristi. Venne
la convalescenza; Giuseppe Di Vittorio si era appena alzato dal letto
quando la mamma gli disse: «Ora potresti cercarti un lavoro».
Era il grande bisogno che la costringeva a quella sollecitazione. Ed
era accaduto un fatto grave: il bottegaio, all'angolo della strada,
che vendeva il pane, la farina e il sale aveva tagliato i viveri che
la donna da tempo acquistava a credito.
Per più giorni il ragazzo malato non aveva mangiato che poco pane
asciutto e «acquasale» come nella masseria. E appena rimesso in piedi
e ancora vacillante per le febbri sofferte cominciò a recarsi sulla
piazza del paese in attesa di un lavoro, come altri disoccupati
facevano.
In quella stagione le possibilità di impiego erano discontinue. La
mamma di Giuseppe Di Vittorio attendeva la sera il ritorno del figlio
dalla piazza, seduta davanti alla soglia: quando lo vedeva giungere
accigliato capiva che il giorno seguente non avrebbe lavorato e allora
entrava nel tugurio a piangere.
«In quelle condizioni di esistenza — racconta oggi Di Vittorio — si è
formato in me il primo istintivo bisogno di giustizia, il primo
sentimento di rivolta contro l'ingiustizia sociale. Vedevo la
sofferenza della mamma e della sorellina; le vedevo coi pesanti
involti di panni sul capo e curve alla fontana tutto il giorno; e con
tutto questo non era possibile neppure sfamarsi».
I mezzi di lotta dei lavoratori erano allora rudimentali e quasi
inesistenti; erano sorte le prime leghe nel '901 o '902, quando
Giuseppe Di Vittorio aveva dieci anni di età; e già il bimbo aveva
assistito ai primitivi tumulti delle plebi prese alla gola dalla fame.
Quelle primitive organizzazioni di lotta per la vita erano sorte per
iniziativa dei braccianti che tornavano dal servizio militare, dalle
città del Nord. «Là c'è la tariffa — dicevano —, i lavoratori sono
uniti, fanno gli scioperi, chiedono l'orario di lavoro! Uniamoci anche
noi».
(Continua) |