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Archivio
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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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4. La sconfitta del duca di la Rochefoucauld |
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I due se ne andarono risollevati e la madre prima
di uscire disse:
«Canaglia mia figlia! Apposta si è lavata i piedi e le gambe ieri
sera»! Naturalmente l'avventura finì con un matrimonio e una
numerosa figliolanza.
Ma qualcosa di più importante accadeva intanto nell'organizzazione dei
lavoratori di Cerignola: il contributo di entusiasmo e di attività
portato dal Circolo giovanile alla Lega dei braccianti dava frutti
sorprendenti nell'organizzazione e nella direzione delle lotte del
lavoro.
Ancora oggi Giuseppe Di Vittorio ricorda il nome del bracciante
Antonio Misceo, capo della Lega: un lavoratore coraggioso e onesto che
fu il primo maestro di lotta del segretario generale della Cgil.
Antonio Misceo vive ancora, quasi ottantenne, a Cerignola e quando
parla di Di Vittorio dice: «Peppino l’ho cresciuto io».
Dal 1907 in poi le lotte del lavoro ebbero una direzione capace. Erano
lotte contro un regime di tipo feudale: in quell'anno fu
vittoriosamente compiuto un grande sciopero non ancora per stabilire
un orario di lavoro ma per poter «cessare il lavoro mezz'ora prima del
tramonto del sole».
La grande proprietà terriera era nelle mani di pochi signorotti i
quali esercitavano il loro potere dispotico servendosi di guardiani
armati. Erano costoro uomini senza scrupoli, spesso malandrini, che
mantenevano i lavoratori, con la forza, con la minaccia, in stato di
soggezione. Ogni guardiano aveva un cavallo, portava il fucile sulla
sella e la cartuccera alla cintura, in più era munito di un lungo
bastone di circa due metri chiamato uncino che consentiva di colpire a
distanza i lavoratori.
Il feudo meglio organizzato, più duramente tenuto sotto la vigilanza
dei guardiani, era di proprietà dell'aristocratico francese duca di La
Rochefoucauld i cui guardiani, oltre che del fucile e dell'uncino, si
servivano di cani addestrati ad avventarsi contro le persone.
Quest'apparato di forza era posto agli ordini dell'amministratore del
duca, il signor Millet. Il duca a Cerignola non si era recato mai:
scacciato quale feudatario dal suo paese dalla grande Rivoluzione
francese, cercava di perpetuare il feudalesimo di quel lembo di terra
italiana.
Il signor Millet usciva dal castello sulla carrozza aperta che nelle
grandi occasioni era trainata da quattro cavalli e scortata da paggi
in livrea; sua moglie era famosa a Cerignola perché da Parigi — si
diceva — le arrivava periodicamente una botte di acqua di colonia.
La Lega dei braccianti era diventata intanto una potente
organizzazione con quasi diecimila iscritti. Nel 1909 fu possibile
stipulare i primi contratti di lavoro di notevole importanza. Si
passava dai primissimi contratti rudimentali, come quello che
stabiliva la cessazione del lavoro mezz'ora prima del tramonto del
sole, a contratti più sostanziali che fissavano le ore di lavoro e il
salario. Si trattava di una prima e grande conquista; i padroni erano
stati costretti dalla forza organizzata dei braccianti a sedere
accanto ai capi dei lavoratori, allo stesso tavolo, in Municipio, alla
presenza del sindaco.
L'amministratore dell'aristocratico francese era alla testa delle forze
reazionarie. Nella primavera del 1909, dopo un grande sciopero,
Giuseppe Di Vittorio e il capo Lega Misceo erano riusciti a strappare
un orario di lavoro di nove ore per gli zappatori nelle vigne, in
primavera ed estate.
Era una grande conquista e l’accordo venne sottoscritto da alcuni
grandi proprietari della zona.
Il signor Millet non volle saperne: l'importante conquista dei
braccianti minacciava così di andare perduta e fu proclamato lo
sciopero generale. Erano scioperi molto duri: i braccianti bloccavano
le barriere intorno alla città e nessuno poteva uscire da essa,
nemmeno i proprietari.
Vennero i carabinieri, venne la cavalleria: vi furono feriti,
arrestati; la gente era esasperata. Con molti rinforzi di truppe
giunse un colonnello che proclamò lo stato di assedio. Poi mandò a
chiamare i capi della Lega. Era preoccupato della situazione e chiese
ai rappresentanti dei lavoratori che cosa volesse la gente di Cerignola.
II capo Lega Misceo gli spiegò che era stato firmato un accordo e che
soltanto il signor Millet non intendeva rispettarlo. Udendo quel nome
straniero il colonnello, che fino a quel momento non si era interessato
affatto né dell'orario di lavoro né del salario, tese l’orecchio e
domandò: «Chi è questo Millet?».
Di Vittorio intervenendo a sua volta spiegò che si trattava di un
francese; e intuendo nell'ufficiale il sentimento nazionale offeso
sottolineò il fatto che uno straniero agiva da nero tiranno del nostro
popolo.
«Sicché — si stupì il colonnello — tutta questa confusione è venuta
fuori per colpa di un francese». E subito acceso di giusto sentimento
nazionale offeso si affrettò a mandare due carabinieri a «pregare» il
signor Millet di venire in Comune. L'amministratore francese fu
regolarmente portato davanti all'ufficiale. E per la prima volta
quell'agente del feudatario straniero, toltosi il cappello, fu
costretto a trattare direttamente coi rappresentanti dei lavoratori.
Firmò il contratto e se ne andò.
La notizia si diffuse rapidamente per tutta la città e una folla
enorme, festante, accorse davanti al Municipio. Misceo e Di Vittorio
furono lungamente acclamati e dovettero parlare a migliaia e migliaia
di persone esultanti. Il colonnello guardava sbalordito Di Vittorio e
chiedeva intorno: «Ma chi è quel ragazzo?».
Poi se ne andò con la sua cavalleria e i suoi carabinieri. Lo sciopero
vittorioso era finito. L'organizzazione si rafforzava. La Lega superò
i diecimila iscritti e il Circolo ne contava più di mille.
Ma la mentalità e l'orgoglio feudali del signor Millet non si
arrendevano. Dopo qualche mese, lo stesso signor Millet, una domenica
mattina, fece circolare sulla piazza la voce che avrebbe assunto molte
centinaia di braccianti a patto che si impegnassero a lavorare dieci
ore anziché le nove fissate dal contratto. Era un periodo di
disoccupazione e di miseria e, stretti dal bisogno, molti piegarono la
testa e accettarono. Così ancora una volta era in pericolo il
principio del contratto di lavoro.
La proprietà dell'aristocratico francese era enorme, un terzo circa
della campagna di Cerignola: un migliaio di braccianti si recarono a
lavorare nell'immensa tenuta detta «Quarto» alle condizioni imposte
dal feudatario. I guardiani a cavallo vigilavano su tutto il fondo,
correvano al galoppo da un capo all’altro dell’immensa tenuta.
I giovani del Circolo giovanile decisero di dare battaglia. Discussero
a lungo il loro piano. Non bisognava accettare quella imposizione,
bisognava difendere le conquiste già raggiunte e andare avanti.
Giuseppe Di Vittorio, che lavorava allora in un'altra proprietà quale
innestatore specializzato — il progresso professionale era considerato
dai giovani socialisti e dai loro animatori come una delle condizioni
fondamentali del progresso sociale — lasciò l’occupazione e si recò
nella tenuta del duca insieme con gli elementi più coraggiosi del
Circolo giovanile. I giovani avevano studiato il piano con molta
attenzione, si erano divisi in gruppi di tre o quattro e ogni gruppo
aveva il compito di disarmare un guardiano.
Quando scoccò l’ora della fine della giornata di lavoro, i braccianti
che erano stati messi al corrente del piano di resistenza dei giovani
e che avevano ricevuto la direttiva di cessare il lavoro all'ora
stabilita dal contratto sollevarono il capo. (Continua) |
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(www.rassegna.it, 28 giugno 2006) |
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Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.
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La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
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Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978. |
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Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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Stalin. L’Ungheria, il Pci e l’autonomia del sindacato, Roma
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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