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La vita di Giuseppe Di Vittorio

di Felice Chilanti

5…e i Caradonna abbassarono i fucili

I guardiani passarono al galoppo gridando: «E’ inutile alzare la testa! Zappate! Badate che siamo pronti a tutto! Guai a chi smette di lavorare!». Il caporale Luca, capo dei guardiani, urlava più forte degli altri. Ma i giovani cominciarono a gridare a loro volta: «Basta!» E' finito l'orario di lavoro! Smettiamo di lavorare!
I braccianti zappavano in lunghe file di venticinque lavoratori ognuna; nella vigna dove si trovavano i giovani con Di Vittorio erano più di quattrocento.
«Chi grida? Si faccia avanti!», urlò il caporale Luca. Ma si era portato con la sua cavalla presso la fila dove si trovava appunto Di Vittorio con i suoi compagni. Improvvisamente si sentì afferrare per le braccia. Fu atterrato e disarmato per primo.
L'azione fu compiuta secondo il piano; in pochi minuti tutte le guardie furono disarmate e dalla folla dei braccianti si levò una festosa acclamazione all'indirizzo di Di Vittorio e degli altri giovani del circolo. Così il lavoro fu interrotto all'ora giusta e i mille braccianti festosi si avviarono verso la città, preceduti dai giovani che portavano a tracolla i fucili, le cartuccere e gli «uncini» dei guardiani. Per la prima volta i braccianti avevano visto le guardie gettate a terra, disarmate, umiliate, vinte. I giovani cantavano. All'entrata nella città le donne uscite dalle case improvvisarono loro una grande festa.
Le armi furono depositate nella sede della Lega; poi furono consegnate al delegato di Ps al quale si esposero i fatti accaduti:
«Era finito l'orario di lavoro e i guardiani del duca volevano imporre con le armi di lavorare ancora. Siccome minacciavano spargimento di sangue li abbiamo disarmati».
Il delegato mandò a chiamare il pretore e venne anche, furioso, il signor Millet. I giovani di Di Vittorio avevano lottato e vinto per il rispetto del contratto di lavoro; il pretore riconobbe la piena legalità della loro azione di legittima difesa e si rifiutò di iniziare un procedimento giudiziario contro di loro.
Per la prima volta nella storia di Cerignola avveniva un fatto così importante: le guardie erano state disarmate e i giovani del Circolo non avrebbero subìto nessun processo. Fu quello un duro colpo per il feudatario straniero e anche per gli altri agrari; le guardie armate uscirono demoralizzate da quella esperienza.
La grande forza dei giovani e dei braccianti aveva costretto le autorità ad applicare onestamente la legge.
I vincoli feudali subirono un colpo forse mortale: da decenni, da secoli i lavoratori erano condannati ad obbedire e a subire percosse o il carcere se si ribellavano. Questa volta le percosse erano cadute sulle spalle dei loro nemici e degli agenti di essi.
Qualche tempo dopo anche i guardiani delle «masserie» si recarono alla Camera del lavoro e chiesero a Di Vittorio di organizzarsi per la difesa dei loro interessi. Così fu costituito un nuovo sindacato e Di Vittorio riuscì ad ottenere, anche per i guardiani, sensibili miglioramenti economici.
Seguirono poi grandi lotte negli anni successivi per le dieci ore per tutti i lavori del raccolto cerealicolo, poi per le otto ore più due di straordinario, infine per il pagamento della metà del tempo impiegato dai braccianti per recarsi dalla città alla masseria, un cammino di cinque o sei chilometri e anche più ogni giorno.
La lotta per le otto ore nella stagione estiva sarà condotta e vinta solo nel primo dopoguerra. Per l'inverno si giunse alla conquista dell'orario giornaliero di cinque ore e mezzo.
In pochi anni dunque col tributo attivo e la guida di Giuseppe Di Vittorio i braccianti di Cerignola avevano raggiunto grandi conquiste: la cittadella pugliese era all’avanguardia del progresso sociale in tutta la Puglia e nel Mezzogiorno.
Le grandi lotte di Cerignola avevano già un’eco nell'intera Italia meridionale e già se ne parlava nelle città operaie del Settentrione.
I grandi proprietari di terre reagivano con tutti i mezzi. I signorotti di Cerignola sapevano ormai che i contratti di lavoro sottoscritti con i rappresentanti della Lega occorreva rispettarli. Ma quei contratti riguardavano solamente i braccianti di Cerignola e non quelli dei paesi vicini. Così i proprietari cominciarono a ingaggiare i lavoratori fuori del Comune, pagandoli con salari più bassi, facendoli lavorare senza orario, tentando insomma di ristabilire il costume feudale con manodopera forestiera là dove la lotta della Lega e del Circolo giovanile di Cerignola aveva conseguito il successo.
Di fronte a questa manovra i lavoratori discussero a lungo sul da farsi: si affacciarono due tendenze contrastanti: alcuni volevano affrontare e bastonare i braccianti dei paesi vicini, ma il giovane dirigente Peppino Di Vittorio riuscì a far prevalere la seconda tendenza, quella giusta; riuscì a convincere tutti i lavoratori che occorreva lottare contro gli agrari, allargare a tutta la zona lo spirito di lotta e costringere così i proprietari a rispettare i patti.
Dopo lunghe trattative i signorotti di Cerignola dovettero accettare un accordo secondo il quale dove venivano ingaggiati lavoratori di altri paesi dovevano trovare occupazione, in uguale numero, i braccianti locali, a condizione, però, che la tariffa di Cerignola fosse applicata per tutti.
Non tutti valutarono subito la grande importanza di quell’accordo, di quel contratto diretto tra i braccianti protetti da contratti di lavoro e braccianti esposti all’avidità padronale.
Ancora una volta, dopo aver sottoscritto l’accordo, qualche proprietario tentò di sottrarsi all’applicazione di esso. E questa volta il tentativo fu compiuto dall'agrario Giulio Caradonna, padre di quel Giuseppe Caradonna che dirigerà più tardi il movimento fascista pugliese.
Quando alla Lega si seppe che Caradonna aveva ingaggiato a zappare in una sua vigna sita ad appena due chilometri da Cerignola un buon numero di braccianti del vicino paese di Canosa fu presa la decisione di andare nella stessa vigna, la mattina seguente, con un numero uguale di braccianti di Cerignola.
E la mattina seguente infatti Giuseppe Di Vittorio si pose alla testa d’una squadra di lavoratori e si recò con quelli a zappare la vigna di Caradonna.
Quando già il lavoro durava da un paio d'ore, ecco giungere sul posto i due figli dell’agrario, Giuseppe e suo fratello, che più tardi sarà questore fascista di Alessandria e di altre città italiane, entrambe armati di fucile.
«Fuori dalla vigna!» gridarono i giovani Caradonna agitando le loro armi. Ma la squadra di braccianti, capeggiata da Giuseppe Di Vittorio, era formata di proletari decisi e il giovane rivoluzionario si portò di faccia ai signorotti e disse loro, press'a poco:
«Sentite, abbassate quei fucili e discutiamo. Se proprio volete sparare, sparate pure. Poi vedremo che cosa accadrà. Io credo che sia meglio ragionare».
Di fronte all'atteggiamento deciso e calmo dei lavoratori, fra i due giovani Caradonna e il giovane Di Vittorio si svolse un lungo colloquio al termine del quale i due «padroncini» si trovarono completamente privi di argomenti. «Va bene, per oggi lavorate ma domani non fatevi vedere» disse il più grande dei due fratelli.
«No, noi verremo anche domani e fino a quando lavoreranno in questa vigna i braccianti di un altro paese, secondo l’accordo sottoscritto» fu la risposta di Giuseppe Di Vittorio.
Erano rapporti difficili quelli, rapporti di prestigio, di coraggio, di decisione. Bastava un solo attimo di scoraggiamento per rivedere sul latifondo l’ombra antica del servaggio di tipo feudale e per perdere ogni diritto conquistato col sacrificio e col sangue.
Durante i giorni di lavoro comune fra i braccianti di Canosa e quelli di Cerignola accadde un fatto molto importante: anche i braccianti di Canosa capirono che bisognava organizzarsi e lottare per far valere il proprio diritto alla vita. Così l'influenza dell'organizzazione e delle conquiste dei lavoratori di Cerignola cominciò ad allargarsi; e man mano che gli agrari andavano a reclutare più lontano braccianti da sfruttare, più lontano giungeva lo spirito della lotta.
Giuseppe Di Vittorio ebbe in breve una vasta popolarità in tutta la regione: i braccianti degli altri paesi, conosciuti sul lavoro, lo invitavano a tenere discorsi, a organizzare leghe un po' dovunque. Ma il giovane agitatore doveva faticare tutta la settimana per mantenere la sua famiglia e soltanto la domenica poteva recarsi a svolgere quel lavoro politico.
Al Circolo giovanile e alla Lega arrivavano intanto lettere da molti paesi, vicini e lontani e si presentò così la necessità di un minimo di attrezzatura per poter assolvere al nuovo più vasto compito.

 

(www.rassegna.it, 30 giugno 2006)

BIBLIOGRAFIA

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