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La vita di Giuseppe Di Vittorio

di Felice Chilanti

6. La Lega acquista una bicicletta

Bisognava almeno procurarsi un mezzo di trasporto: una bicicletta. Solo qualche proprietario di terre possedeva la bicicletta a Cerignola. E per fare quella spesa fu necessario mettersi in tre, Di Vittorio, il capo della Lega Antonio Misceo e un altro giovane attivista di nome Fellitri. La bicicletta costava 25 lire, ma ognuno dei tre non disponeva che di cinque lire per quella spesa. Versando l'anticipo di quindici lire i tre riuscirono a farsi consegnare l'indispensabile mezzo di trasporto. In un comizio tenuto a Milano nel 1951 Giuseppe Di Vittorio ha ricordato questo episodio precisando fra l'altro che i tre comproprietari della bicicletta non ebbero mai la possibilità di completare il pagamento del loro debito.
E ben presto non vi furono più i denari per le gomme, per i copertoni e fu necessario arrangiarsi con pezze e stracci e fili di ferro. La bicicletta della Lega di Cerignola era divenuta, con l'uso, un arnese degno di venire esposto in un museo.
Essa fu molto utile però quando giunse ad esempio al Circolo giovanile una lettera dei giovani braccianti di Minervino Murge, Michele Veglia e Francesco Gugliotti, nell'anno 1911. Con quella lettera i lavoratori di Minervino chiedevano la presenza di Giuseppe Di Vittorio.
E Di Vittorio, a cavalcioni del cigolante arnese, una domenica di quell'anno raggiunse Minervino.
In quel paese, il primo maggio del 1898, vi era stata una grande rivolta, nel corso della quale i braccianti esasperati dalla fame avevano disarmato e imprigionato i carabinieri e avevano ucciso il capo degli agrari. Centinaia di lavoratori furono arrestati e si svolse a Trani un grande processo, nel corso del quale Enrico Ferri difese gli imputati.
Secoli di reclusione caddero sulle spalle dei braccianti di Minervino e dell'eroico fornaio Carmine Giorgio, accusato di essere stato il capo della rivolta.
In conseguenza di quell'avvenimento anche il movimento popolare era caduto: la lettera giunta al Circolo giovanile di Cerignola era la prima voce dei lavoratori di Minervino dopo un silenzio di anni.
Giuseppe Di Vittorio, quella domenica, tenne un comizio sulla piazza, illustrò le conquiste raggiunte a Cerignola e disse fra l'altro: «I vostri agrari e quelli di Cerignola vendono il loro grano o il vino allo stesso prezzo. Perché dunque voi dovete lavorare un maggior numero di ore e guadagnare di meno? Organizzatevi in grande massa, come i vostri fratelli di Cerignola, e otterrete anche voi gli stessi miglioramenti».
L'argomento ebbe un largo successo; ma non basta un comizio, anche bene argomentato, a spiegare il risultato di quella prima domenica di lavoro organizzativo svolto da Giuseppe Di Vittorio a Minervino Murge. Il fatto è questo: al termine di quella giornata era sorto a Minervino il Circolo giovanile e duemila braccianti si erano già iscritti alla Lega dei contadini che da molti anni dopo i fatti del '98 vivacchiava, impotente, all'ombra di un deputato radicale del tempo, l'avvocato Cotugno, che la considerava come una propria agenzia elettorale, e basta.
Questi dati dicono che la personalità di Di Vittorio aveva caratteristiche eccezionali. Il suo nome correva ormai dall'una all'altra città, la sua presenza era invocata ovunque e già a diciotto anni egli era considerato dai lavoratori pugliesi come un esperto organizzatore, una solida guida nelle lotte per il salario e per il pane.
Tornò a Minervino Murge la domenica successiva e fu accolto da una grande folla; migliaia di sguardi erano puntati sul giovane a trasmettergli altrettante speranze, altrettante volontà di riscatto.
Al termine della seconda domenica trascorsa a Minervino altri duemila lavoratori si erano iscritti all'organizzazione. Nacque così una forte Camera del lavoro, dal moto impetuoso suscitato dal giovane agitatore dopo tanti anni di passiva rassegnazione.
Il fenomeno aveva raggiunto una vastità così imponente e le esigenze organizzative erano così grandi che Giuseppe Di Vittorio fu indotto, qualche tempo dopo, a rimanere a Minervino quale segretario della Camera del lavoro che egli stesso aveva contribuito a creare coi giovani locali.
Questo vasto movimento sindacale si sviluppava in Puglia con forze proprie quasi completamente privo di legami nazionali e di orientamenti che non fossero la saggezza dei suoi dirigenti locali.
II Partito socialista non era molto forte nel Mezzogiorno e il solo aiuto che esso inviava al Nord era la presenza saltuaria e rara di qualche deputato che giungeva in occasione di grandi scioperi o quando nel corso della lotta cadeva qualche lavoratore ucciso dalla polizia. In quelle rare occasioni i deputati socialisti portavano una parola di incoraggiamento.
Giuseppe Di Vittorio ebbe notizia allora della lotta che si svolgeva nell'Italia settentrionale tra riformismo e sindacalismo, riuscì a venire in possesso della copia di un giornale dove i termini del contrasto erano esposti obiettivamente.
Il giovane rivoluzionario venne così a sapere che i dirigenti riformisti di alcune grandi Federazioni nazionali pretendevano che per promuovere uno sciopero i sindacati e le Leghe dovessero chiedere l’autorizzazione delle Federazioni stesse; i sindacalisti invece affermavano la tesi contraria, la libertà cioè di scioperare sulla base delle esigenze locali e immediate.
Giuseppe Di Vittorio, che aveva già maturato nella pratica una preziosa esperienza, considerò che dovendo chiedere prima una autorizzazione in Puglia non sarebbe stato possibile mai più fare uno sciopero.
Portò il dibattito nelle Leghe e nelle Camere del lavoro di Cerignola, di Minervino, di Bari, di Andria e di altri paesi; sostenne la tesi della lotta e persuase ad essa la grande maggioranza dei lavoratori: nacque così il primo legame tra il movimento pugliese e il movimento sindacalista.
A Cerignola e negli altri centri cominciò ad arrivare il giornale l'Internazionale che si stampava allora a Parma, diretto da Alceste De Ambris. Giuseppe Di Vittorio cominciò ad inviare corrispondenze dalla Puglia a quel periodico.
Entrato nel movimento sindacalista Di Vittorio ebbe i primi rapporti epistolari con Filippo Corridoni. Tra i due si stabilì una corrente di simpatia e una grande amicizia. Oggi ancora Giuseppe Di Vittorio difende la memoria di Corridoni contro la calunnia fascista, contro la speculazione fatta da Mussolini nel corso del ventennio.
«Corridoni non sarebbe mai stato un fascista — dice Giuseppe Di Vittorio —, egli era troppo onesto, coraggioso, leale. Non era un marxista ancora, ma certamente fascista non sarebbe diventato mai, giacché non si sarebbe mai posto al servizio dei trust e dei grandi agrari».
Per inviare le sue corrispondenze al giornale Di Vittorio aveva posto una condizione. I suoi articoli non erano certo scritti secondo le regole della grammatica e della sintassi: nemmeno l'ortografia vi era rispettata. La redazione del giornale aveva il compito di correggerli e, dopo la pubblicazione, di restituire a Di Vittorio i manoscritti con le correzioni. Se uno dei manoscritti non gli fosse stato restituito, Di Vittorio avrebbe interrotto la sua corrispondenza. (Continua)

 

(www.rassegna.it, 5 luglio 2006)

BIBLIOGRAFIA

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Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe lavoratrice della Lombardia, a cura di Maria Costa e Adolfo Scalpelli, con un saggio di Vittorio Foa, Milano 1992.
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