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Archivio
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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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7. La scoperta del vocabolario |
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«Qualche volta aspettavo con ansia la restituzione
del manoscritto con la speranza di non aver commesso errori e invece
ce n'erano sempre». «Quanta fatica mi è costata l'ignoranza!»
ripete
ancora oggi Di Vittorio. Egli era giunto alla giovinezza, si trovava
alla testa di un impetuoso movimento di decine di migliaia di
lavoratori, continuava a leggere, a studiare con accanimento e non
aveva ancora scoperto l'esistenza di un mezzo indispensabile per lo
studio e per la conoscenza della lingua: il vocabolario.
Giuseppe Di Vittorio allora non aveva mai visto un vocabolario e non
sapeva dell'esistenza di esso.
Quando, scrivendo una lettera o la corrispondenza per un giornale, si
trovava di fronte a una parola dalla sconosciuta ortografia, sfogliava
giornali e libri per lunghe ore nella speranza di trovare quella
stessa parola e di poterla trascrivere senza errori.
Fece la grande scoperta un giorno, di ritorno da Andria, dove si era
recato per partecipare a un convegno giovanile. La bicicletta era
ridotta ormai in condizioni tali da non potersi più usare e Di
Vittorio aveva fatto il viaggio in treno.
Sulla via del ritorno si trovò ad attendere la coincidenza alla
stazione di Barletta; aveva un’oretta di tempo e si recò a passeggio
lungo il bel viale della stazione. Vide una bancarella di libri e
naturalmente si fermò a guardarli. Per il giovane assetato di sapere
una bancarella di libri era una mensa imbandita: Giuseppe Di Vittorio
cominciò a chiedere i prezzi, a scorrere gli indici e a calcolare le
sue possibilità.
In un angolo del banchetto vi era un grosso volume che Di Vittorio
cominciò a sfogliare: era un libro vecchio, molto usato e anche
sudicio. Scorrendo le pagine scoprì che esso conteneva lungi elenchi
di parole e che accanto ad ogni parola era indicato il significato.
Fu una rivelazione per il giovane dirigente del movimento contadino
pugliese, amata guida di decine di migliaia di braccianti. Era il
libro che da tanto tempo cercava, lesse sulla copertina di esso la
nuova parola: vocabolario. Chiese al venditore il prezzo di quel
prezioso strumento di cultura. E Di Vittorio lo ricorda ancora quel
prezzo: lire 3,75.
Fu un grave colpo per lui: non aveva in tasca che una lira e
settantacinque centesimi, e con estrema amarezza confidò la cosa al
libraio.
«Datemi almeno due lire e cinquanta» disse questi. Ma Di Vittorio non
possedeva neppure un soldo di più. E già se ne stava andando
amareggiato quando il libraio lo richiamò:
«Nemmeno due lire volete darmi?».
«Se volete vi do la giacca, ma in tasca ho soltanto una lira e
settantacinque».
Alla fine il libraio accettò quel prezzo e consegnò a Di Vittorio il
vocabolario. Forse anche lui aveva bisogno di quel denaro subito, per
sfamare le sua famiglia. Quella notte Giuseppe Di Vittorio non dormì:
sfogliava e sfogliava il prezioso volume e ogni pagina era una ricca
miniera di conoscenze.
Il giorno seguente si munì di un notes e cominciò a segnarvi tutte le
parole sconosciute, udite negli incontri casuali, in treno, lette in
un giornale o in un libro, per apprenderne poi la sera il significato
consultando il vocabolario.
«Ricordo ancora alcune di quelle parole — racconta Di Vittorio — come
ad esempio idraulica, bigamia. Quando tornavo a casa ne apprendevo il
significato sul vocabolario e lo trascrivevo con parole mie sul notes.
Questo metodo mi aiutava molto. Con un metodo di poco diverso, molti
anni dopo ho imparato il francese».
E' molto difficile dare a un movimento di rivendicazione e di
riscatto, da poco sorto e al quale prendono parte decine di migliaia
di uomini, un indirizzo giusto, ma più difficile ancora è mantenere
quell'indirizzo, rafforzarlo, portarlo profondamente nella coscienza
delle grandi masse. Tanto più difficile è questo compito quando i
dirigenti sono pochi, pochi coloro che sanno leggere e scrivere,
leggere un giornale, scrivere una lettera.
Un giorno quando Giuseppe Di Vittorio dirigeva la Camera del lavoro di
Minervino Murge, si presentò a lui un giovanotto tutto agitato, uno
studente. Gli disse di essere un socialista e che suo padre, un
funzionario calabrese, gli aveva tagliato i viveri.
Di Vittorio ascoltò la storia del nuovo venuto e pensando alla necessità
di dare alla sempre più vasta organizzazione dei lavoratori dirigenti
intellettualmente evoluti e all'importanza che poteva assumere la
presenza di uno studente tra i dirigenti del movimento dei braccianti
di Puglia, accompagnò egli stesso quel giovane a Cerignola e lo
raccomandò ai compagni della Camera del lavoro della sua città.
Lo studente era lacero e denutrito: da molto tempo si aggirava da un
paese all'altro alla ricerca di un'occupazione.
Antonio Misceo, l'attivo capo della Lega di Cerignola, gli fornì
subito un vestito, un paio di scarpe e il resto, e lo alloggiò in una
cameretta della Casa del Popolo che i braccianti si erano già
costruita coi loro soldi e con tanti sacrifici.
«Eravamo così contenti — dicono ancora oggi i vecchi militanti di
Cerignola — di aver finalmente conquistato un intellettuale disposto a
fare l'organizzatore sindacale che in pochi giorni lo elevammo alla
carica di segretario della Camera del lavoro». Di Vittorio era allora
interamente assorbito dall'impetuoso sviluppo del movimento in tutta
la Puglia.
Un giorno i braccianti di Cerignola, esasperati perché i proprietari
continuavano a ingaggiare manodopera di paesi lontani allo scopo di
eludere l'applicazione dei patti di lavoro, decisero di reagire. Di
Vittorio era a Minervino Murge e l'agitazione di Cerignola fu diretta
dallo studente.
Era ancora l'amministratore del feudatario francese il più ostinato a
difendere gli ultimi privilegi del feudalismo nell'agro di Cerignola.
La linea di condotta da seguire in quella circostanza era stata
fissata negli anni precedenti quando i braccianti guidati da Di
Vittorio accettando di lavorare coi forestieri e col rispetto della
tariffa per tutti avevano vinto un'importante lotta.
Di Vittorio era lontano e questa volta i braccianti seguirono la linea
sbagliata, quella cioè della violenza contro i lavoratori dei paesi
vicini, sostenuta per pura demagogia dallo studente.
Così un fatale mattino partirono alcune centinaia di lavoratori,
esasperati dalla fame, raggiunsero il feudo del duca, tristemente noto
col nome di «Colapatella» e avvenne uno scontro selvaggio tra i
braccianti cerignolesi e i «forestieri». Fu compiuto così un
gravissimo e tragico errore. Un lavoratore «forestiero» fu ucciso,
altri furono feriti. Lo studente, che la sera prima aveva promesso
agli operai di recarsi con loro a compiere quell'azione, si guardò
bene dal mantenere la promessa, e quando seppe le tragiche conseguenze
della sua facile e folle demagogia, fuggì da Cerignola e non vi fece
più ritorno.
Il sanguinoso scontro fra i lavoratori fornì argomenti alla stampa
reazionaria che si affrettò a mandare sul posto inviati: l'organo
nazionalista L’idea Nazionale mandò addirittura il suo redattore capo,
Francesco Coppola, che trasse dal tragico errore materia per una lunga
campagna antisocialista, pubblicando una serie di articoli sotto il
titolo: «Orrori e menzogne del Marxismo».
Lo studente che aveva maggiore responsabilità del luttuoso scontro si
chiamava Luigi Razza. Grazie soprattutto alla breve esperienza di
pochi mesi fatta da «sindacalista» a Cerignola, col terribile
risultato che abbiamo visto, egli divenne molti anni dopo un capo
delle organizzazioni sindacali fasciste; Mussolini lo nominò
segretario generale della Confederazione fascista dei lavoratori
dell'agricoltura. Poco dopo fu anche ministro dell'Agricoltura.
E Giuseppe Di Vittorio un giorno, nel chiuso di una cella carceraria,
lesse in un giornale che proprio Luigi Razza, parlando a Bologna dove
si era verificato un conflitto analogo fra i lavoratori, aveva detto:
«E' finito il tempo selvaggio del socialismo quando i lavoratori
venivano scagliati contro i lavoratori».
Dopo il luttuoso scontro di Cerignola, Giuseppe Di Vittorio compì, per
tutti i paesi e per tutte le campagne di Puglia, un lungo viaggio di
pace; parlò ai braccianti dei maggiori centri pugliesi, come agli
operai di Bari e di Taranto, chiese loro di comprendere l'accaduto, di
perdonare la giovane organizzazione appena sorta e ancora difettosa;
incitò braccianti e operai ad affrettare la conquista dei contratti di
lavoro, garanzia di solidarietà e fraternità.
E fu questa una nuova occasione di sviluppo e di conquista di una più
matura coscienza per il proletariato pugliese. |
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(www.rassegna.it, 7 luglio 2006) |
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BIBLIOGRAFIA |
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La mia vita con
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Michele Pistillo,
Di Vittorio 1907-1924, Roma 1973. |
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| Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975. |
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Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.
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La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
Luciano Lama, a cura di Fabrizio D’Agostini, Bari 1977. |
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| Unità e autonomia del sindacato nel pensiero di Giuseppe Di
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Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978. |
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Davide Lajolo,
Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria
avventura di Giuseppe Di Vittorio, prefazione di Luciano Lama,
Firenze 1979. |
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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| Adriano Guerra, Bruno Trentin, Di Vittorio e l’ombra di
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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