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Archivio
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La vita di Giuseppe Di Vittorio |
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di Felice Chilanti |
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8. Il primo arresto |
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Nel 1911, quando aveva diciannove anni, Giuseppe
Di Vittorio compì il suo primo viaggio fuori della regione pugliese.
Era delegato a un congresso giovanile sindacalista che si teneva a
Firenze e per compiere quel viaggio furono vuotate le casse del
circolo.
Giunto alla stazione di Firenze ebbe un gran numero di sorprese: restò
come incantato ad ammirare i campanili e le cupole del fiore del
Rinascimento, ma ricorda ancora altri stupori: come ad esempio le
fontane, le fontanelle, i bagni, quel grande scorrere di acqua senza
economia. A Cerignola l'acqua si acquistava a barili.
Secondo gli accordi epistolari avrebbe dovuto incontrare alla stazione
dei giovani coi garofani rossi all'occhiello, ma non trovò nessuno. Così
raggiunse tutto solo la sede del Congresso, che si svolgeva in un
albergo di Fiesole.
Entrò nella sala dove già numerosi congressisti erano radunati dopo aver
presentato alla porta la carta che lo faceva delegato e subito andò a
sedere in un angolo, zitto zitto. Naturalmente là dentro non
conosceva nessuno: la sua presenza era stata notata tuttavia da vari
delegati, non perché era l'animatore del grande movimento contadino
pugliese, ma perché, ai primi di giugno, portava a braccio il
paltò.
Portava con sé quel pesante indumento perché a Cerignola si diceva che
in Alta Italia fa molto freddo e la sua mamma glielo aveva imposto.
Udì nomi conosciuti chiamati alla presidenza del Congresso e vide così
Filippo Corridoni, Tullio Masotti, Cesare Rossi e gli altri dirigenti
del Movimento giovanile sindacalista.
Era timido e non si presentò a quei personaggi famosi.
La seduta pomeridiana fu presieduta da Filippo Corridoni il quale
improvvisamente disse: «Dal Mezzogiorno non è arrivato nessuno. Il
compagno Di Vittorio aveva promesso di venire ma non si è visto».
Di Vittorio allora si alzò in piedi: «Ma io sono qui» disse. E tutti
lo guardarono con stupore. Era un giovanotto e Corridoni gli domandò:
«Forse tu sei il fratello?».
Poi lo festeggiarono tutti e fu oggetto dell’attenzione di tutti i
congressisti.
E la mattina seguente, facendo colazione nella saletta dell'albergo
insieme con gli altri congressisti, Giuseppe Di Vittorio fece un'altra
scoperta: questa volta si trattava di un cibo sconosciuto, il burro,
che non aveva mai visto prima.
Nell'ambiente dei sindacalisti incontrò anche delusioni cocenti in
quegli anni: ricorda ancora un suo incontro con Edmondo Rossoni
avvenuto nel 1911 o 12 a Modena in occasione di un grande sciopero
edile, diretto dai sindacalisti. Di Vittorio, che aveva potuto
analizzare da vicino la grande forza delle Camere del lavoro e delle
Leghe emiliane, disse allora a Rossoni, col suo entusiasmo semplice:
«Noi faremo presto il socialismo in Italia! Vedrai allora come sarà
bello il nostro paese».
L'altro lo guardò con scetticismo: «Ma tu ci credi davvero che verrà il
socialismo?». Per Di Vittorio fu un colpo assai duro.
«Ma come, ho sentito che anche tu ne parli nei tuoi comizi».
E Rossoni: «Ma cosa vuol dire! Se riusciremo a strappare qualche
miglioramento per i lavoratori sarà molto. Il socialismo probabilmente
non verrà mai». Da quel momento tra i due uomini vi fu un abisso.
Nella sua terra di Puglia intanto i contrattacchi della reazione
agraria si facevano più rabbiosi e più forti e vasto diveniva sotto la
guida di Di Vittorio il movimento di difesa delle conquiste già
raggiunte e di nuovo progresso.
Dai braccianti di Cerignola agli operai di Taranto e di Bari tutta la
regione pugliese era in movimento.
Di Vittorio fu ben presto preso di mira dalla polizia e dagli agrari
con particolare accanimento. Ovunque vi era una lotta dura, là si
incontrava il giovane agitatore; ovunque passava una linea di
pericolo, là Di Vittorio era presente.
Fu arrestato nell'autunno del 1911, al tempo della vendemmia, durante
uno sciopero molto aspro proclamato e guidato dai giovani di Cerignola
in contrasto con taluni dirigenti anziani della Lega, per le otto ore
di lavoro e per il pagamento del tempo occorrente al bracciante per
recarsi dalla città al luogo di lavoro.
Nel corso della notte giunsero grandi forze di polizia e l'ordine
gridato dagli ufficiali ai sottufficiali e da questi ai militari era:
«Arrestate Di Vittorio».
Fu riconosciuto alla testa di una colonna di dimostranti; i
carabinieri partirono alla carica, bloccarono la zona e riuscirono a
catturarlo.
Fu portato al carcere circondato da duecento carabinieri a cavallo e a
piedi. Dopo appena mezz'ora migliaia di persone erano ammassate
davanti alla caserma dei carabinieri reclamando la liberazione di
Giuseppe Di Vittorio. La grande folla fu più volte caricata e più
volte tornò all'attacco. Solo nel corso della notte i carabinieri,
aiutati da nuovi rinforzi giunti appositamente, riuscirono a
trasportare a bordo di una carrozza il detenuto Di Vittorio alle
carceri di Lucera.
Molti altri lavoratori, soprattutto giovani, erano stati arrestati e
tradotti nella stessa prigione. Di Vittorio ricorda ancora fra questi
Cela, Sellitri, Di Lena, Sallustio e tanti altri.
Quando fu chiamato dal giudice per il primo interrogatorio, Giuseppe
Di Vittorio, che per la prima volta si trovava davanti ad un
magistrato, non aveva alcun sospetto: egli era sicuro anzi che il
giudice, quale rappresentante della legge dello
Stato, della legge uguale per tutti, avrebbe inteso il pieno diritto
di tante decine di migliaia di lavoratori di battersi per il proprio
pane. Il giovane sindacalista non soltanto si affrettò ad assumersi
davanti al magistrato tutte le responsabilità, ma aprì a quell’uomo il
suo cuore.
Gli parlò con foga della generosità della lotta dei braccianti, gli
parlò dei suoi ideali, pronunziò parole dure contro gli agrari
sfruttatori del sangue e del sudore umano.
Il giudice stava ad ascoltarlo in silenzio. Attese che il giovane
avesse finito e poi disse: «Voi ve la prendete tanto contro i
proprietari delle terre, ne parlate come di nemici del genere umano.
Se non ci fossero i padroni, dove troverebbero occupazione i
lavoratori? Anche io e mio padre abbiamo beni al sole? Credete voi che
io sia un nemico del genere umano?».
Per Di Vittorio quella fu una rivelazione: sotto la toga del
magistrato non vi era dunque che un agrario con i suoi interessi e
anche col suo egoismo.
«Non tutti i magistrati sono agrari, naturalmente – dice oggi Di
Vittorio –, né tutti hanno la mentalità padronale. Anche in Puglia vi
erano allora e vi sono oggi degni amministratori della giustizia».
Nella prigione di Lucera fece un altro incontro di grande importanza.
Un giorno il cappellano si era affacciato alla cella e gli aveva
offerto qualche libro da leggere. Il movimento sindacale pugliese era
fortemente anticlericale come tutto il movimento proletario del tempo
e Di Vittorio fu subito scettico di fronte all'offerta del sacerdote.
Discusse brevemente intorno al contenuto dei libri che il prete gli
offriva e infine ne accettò uno più voluminoso degli altri, sempre con
qualche riserva, intitolato I Promessi Sposi.
L'impressione suscitata in Di Vittorio da quella lettura fu
indimenticabile. Egli si trovava in carcere per aver lottato contro
l'ingiustizia e quel libro denunziava soprusi di signorotti, fame e
patimenti del popolo.
Ancora oggi Giuseppe Di Vittorio non nasconde un sentimento di
riconoscenza verso quel cappellano. Tutte le volte che nella sua lunga
e travagliata vita si è trovato in carcere ha letto e riletto I
Promessi Sposi.
Fu trattenuto in carcere per tre o quattro mesi e poi rimesso in
libertà provvisoria perché non aveva commesso nessun reato che
comportasse un lungo carcere preventivo. Difensore di Di Vittorio e
compagni fu l'avvocato Adolfo Salminci, il difensore di Lionello Egidi
al famoso processo di Annarella e oggi, con Di Vittorio, membro del
Consiglio comunale di Roma, in un'altra lista.
La lotta si fece via via più cruda, la Puglia venne definita «la
regione degli eccidi cronici»: il bracciantato resisteva e andava
avanti.
Nel 1912 Giuseppe Di Vittorio fu eletto segretario regionale della
Federazione giovanile ed ebbe incarichi dirigenti di carattere
regionale nel movimento sindacale. In quell'anno fu pure costituita
l’Unione sindacale italiana e Di Vittorio fu eletto membro del
Consiglio nazionale.
Per tutto il periodo fra il 1910 e il 1915, fino cioè alla guerra
mondiale, il movimento sindacale pugliese, come abbiamo detto, aderiva
in gran parte all'Unione sindacale italiana. In quel periodo in molte
regioni il movimento sindacale era spezzato in due, da un lato la
Confederazione generale del lavoro diretta dai riformisti, che non si
occupava quasi affatto del proletariato meridionale, e dall’altro
l’Unione sindacale: in ogni città dove era sorto il movimento
sindacalista, in ogni paese era in atto la scissione: vi erano due
Camere del lavoro, due sindacati, due leghe, una sindacalista e
l’altra socialista. In Puglia invece il movimento sindacale guidato da
Giuseppe Di Vittorio non fu mai diviso. |
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(www.rassegna.it, 10 luglio 2006) |
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BIBLIOGRAFIA |
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Vittorio,
La mia vita con
Di Vittorio, Firenze 1965. |
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| Luciano Lama, Di Vittorio, Roma 1972. |
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Michele Pistillo,
Di Vittorio 1907-1924, Roma 1973. |
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| Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975. |
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Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.
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La Cgil di Di Vittorio 1944-1957.
Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da
Luciano Lama, a cura di Fabrizio D’Agostini, Bari 1977. |
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| Unità e autonomia del sindacato nel pensiero di Giuseppe Di
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Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978. |
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Davide Lajolo,
Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria
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Firenze 1979. |
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| Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe
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| Adriano Guerra, Bruno Trentin, Di Vittorio e l’ombra di
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| Antonio Carioti, Di Vittorio, Bologna 2004 |
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