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La vita di Giuseppe Di Vittorio

di Felice Chilanti

9. La sconfitta del "Tignoso"

Il principio dell'unità, base fondamentale della forza dei sindacati e del progresso dei lavoratori, è stato difeso e attuato con estrema decisione da Di Vittorio fin dall'adolescenza. Di Vittorio fece prevalere ovunque questo concetto: se una Lega o una Cdl decideva a maggioranza di aderire all'Unione sindacale italiana, bene: in caso contrario doveva restare autonoma senza mai scindere una sola Lega in due.
Anche in Puglia si era sviluppata ad esempio una tendenza anarchica favorevole alla scissione ma non ebbe successo.
In quel periodo, nel corso di numerosi convegni, Giuseppe Di Vittorio propose che l’intera Unione sindacale italiana entrasse in blocco a far parte della Confederazione generale del lavoro per conquistare la direzione e per dare così al movimento una organizzazione unitaria nazionale. Vennero le elezioni del 1913; e anche in questa occasione il movimento sindacale pugliese ebbe caratteristiche sue proprie. In Puglia le forze popolari lottavano per l’elezione di Salvemini. Contro Salvemini i grandi proprietari terrieri avevano mobilitato tutta la loro organizzazione feudale; in occasione di quelle elezioni i guardiani delle grandi aziende, con l'aiuto di pericolosi criminali, divennero i mazzieri pronti alla repressione violenta, alla intimidazione, all’atto terroristico, per impedire ai lavoratori e ai democratici di votare per il candidato antigovernativo per eccellenza: in quei tempi, Gaetano Salvemini. Proprio da quella esperienza Gaetano Salvemini trasse lo spunto per il suo violento opuscolo contro Giolitti dal titolo: «Il ministro della malavita». Vi era dell’esagerazione in quel libretto e vi era soprattutto l'attribuzione a Giolitti delle colpe dei grandi agrari meridionali, ma la denunzia era fondata.
Davvero durante quelle elezioni la malavita ebbe un suo ruolo sinistro; numerosi malandrini tratti dalle galere furono liberati, armati e posti di guardia ai privilegi dei signorotti, pronti a vibrare la coltellata al lavoratore socialista, al propagandista di Salvemini, al democratico.
L'Unione sindacale aveva la direttiva di astensione dalla lotta politica: noi siamo sindacalisti — dicevano — come tali senza partito, non partecipiamo quindi alle elezioni, non sacrifichiamo ad esse né un uomo né un soldo.
Ma Di Vittorio aveva già osservato in precedenza che dove il principio di non partecipazione alle campagne elettorali veniva applicato, gli agrari ne approfittavano e vincevano loro. Ogni sconfitta, anche elettorale, dei socialisti rappresentava direttamente una vittoria degli agrari, della reazione. Fu così che in contrasto con gli anarchici e con gli altri sindacalisti del Nord, Giuseppe Di Vittorio dette la direttiva a tutte le Leghe, le Camere del lavoro, i sindacati, di votare la lista socialista.
E non si trattò di una semplice indicazione; Di Vittorio partecipò personalmente alla campagna elettorale col coraggio che quella circostanza richiedeva. A Bitonto, presso Bari (già parte del collegio in cui era stato candidato Salvemini), si aggirava anche dopo la campagna elettorale un pericoloso malvivente, appositamente fatto uscire dal carcere, chiamato «il Tignoso», il quale aveva raccolto intorno a sé un gruppetto di compari, tutti specialisti del colpo di coltello. Il paese di Bitonto, dove Di Vittorio aveva fatto annunziare un comizio, era proprio in quei giorni dominato dal terrore del «Tignoso» e dei suoi. Subito dopo l'annunzio della manifestazione si era recato presso la Camera del lavoro di Bari un barbiere socialista di quel paese a dire: «Badate che a Bitonto non si può parlare! Nell'interesse di tutti è meglio rimandare il comizio».
Di Vittorio chiese invece di andare a Bitonto: vi si recò con alcuni compagni, proletari coraggiosi, armato del bastone che da qualche anno portava sempre con sé: era un bastone d'ebano, ricurvo, che gli era stato offerto in dono dai compagni braccianti di Minervino. Anche i suoi compagni portavano quel mezzo elementare di difesa.
Giunti nel paese tenuto sotto il dominio del «Tignoso» nel pomeriggio domenicale, un paio di ore prima dell'ora fissata per il comizio, Di Vittorio e i suoi compagni cominciarono a camminare lungo le strade: e subito, al loro passaggio, la gente se ne andava frettolosa: qualcuno salutava con un cenno del capo ma tutti si ritiravano nelle loro case.
La Lega contadina locale era ancora troppo debole. E la discussione coi dirigenti di quella organizzazione non diede frutti.
Giuseppe Di Vittorio ritenne che fosse quello il momento buono per spezzare la cortina di paura che i malandrini del «Tignoso» erano riusciti a creare. Verso l’ora del comizio vide venirgli incontro, attraverso il paese semideserto, un uomo solo: un tipo poco raccomandabile all’apparenza. Incontratosi con quello si sentì domandare: «Che cosa fai qui? Che cosa cerchi?».
“Chi sei? Che t'importa quello che io faccio qui?».
«Tu sei Di Vittorio e ti consiglio di ripartire subito».
«Sono venuto qui per tenere il comizio e lo terrò».
«Abbassa la voce guagliò, se non te ne vai, ti tiro una stilettata che ti faccio uscire il coltello dall'altra parte».
Immediatamente colpito da una gragniuola di legnate e di pugni, il malandrino cadde a terra gemendo. E come per incanto cominciarono ad aprirsi intorno porte e finestre e si udirono voci esultanti vicine e lontane: «Hanno battuto quelli del Tignoso! Il Tignoso scappa!».
L'uomo colpito infatti, rimessosi in piedi, si allontanò rapidamente. E come liberati da un incubo i lavoratori di Bitonto accorsero in grande folla, si radunarono davanti alla Lega e il comizio ebbe un successo imponente.
Era bastato un gesto di coraggio a ristabilire in quel paese la libertà di organizzazione e di lotta ch'era stata per tanto tempo soppressa dagli agrari a mezzo di quei «mazzieri», veri predecessori degli squadristi fascisti, che furono così ben descritti e bollati da Gaetano Salvemini.
In quello stesso anno il Comune di Cerignola fu conquistato dal socialismo e dal 1913, ininterrottamente, fino ad oggi, fino alle ultime elezioni del 1952, il Comune di Di Vittorio fu amministrato dalle forze popolari con maggioranze assolute aggirantisi attorno al 60 e al 70 per cento. La trasformazione profonda verificatasi nella società pugliese nei rapporti di forza tra le classi non era dunque un fenomeno provvisorio, ma una nuova realtà nella storia del Mezzogiorno d'Italia.
La Puglia che i giornali definivano «la regione degli eccidi cronici» era in realtà la regione dove il movimento popolare era stato portato vittoriosamente in avanti, dove le condizioni di lavoro erano grandemente progredite nel corso di cinque o sei anni e dove, pur mancando un'organizzazione politica efficiente, le grandi masse dei lavoratori ebbero una solida direzione sindacale.
Quella grande lotta per la vita aveva profondamente trasformato la stessa struttura della società: i sopravviventi rapporti sociali di carattere feudale erano stati spezzati. La grande azienda di tipo feudale del duca francese non potette resistere ai colpi del movimento dei braccianti e verso la fine del 1914 fu rilevata da una società finanziaria milanese. La nuova direzione della vasta proprietà latifondistica divise la terra in più lotti, parte vendendola e parte dandola in fitto o a mezzadria. Così al rapporto di tipo semifeudale subentrava un rapporto di tipo più direttamente capitalistico. Alla vigilia della prima guerra mondiale il progresso era riconoscibile anche negli aspetti più appariscenti della vita: a Cerignola non vi era più soltanto la bicicletta di Di Vittorio e della Lega, ma già in buon numero le biciclette correvano dalla città alla campagna: e Di Vittorio oggi ancora non può dimenticare di aver incontrato in campagna, nei primi mesi del 1915, un vecchio bracciante seduto a terra intento a consumare la sua colazione. Il vecchio chiamò presso di sé Di Vittorio e agitando un cosciotto di agnello arrostito gli disse: «Adesso anche noi qualche volta mangiamo la carne». Era arrivato agli ultimi anni della sua vita e per sfamarsi doveva lavorare ancora, ma sorrideva agitando il pezzo di carne, appariva felice.
Sopravvennero intanto fra uno sciopero e l'altro, diretti sempre a migliorare le tristi condizioni dei braccianti e degli operai pugliesi, i grandi avvenimenti del 1914: la famosa Settimana Rossa esplose la prima domenica di giugno e lo scoppio della guerra mondiale il 1° agosto.
La parola d'ordine era: «Al primo nuovo eccidio che si verifichi sciopero generale a oltranza in tutta Italia».
Su questa parola d'ordine, accettata con entusiasmo da tutte le correnti avanzate della classe operaia e con diffidente freddezza dai riformisti che dirigevano la Confederazione generale del lavoro era stata condotta una grande agitazione. L’eccidio che doveva determinare il grande sciopero si verificò ad Ancona il 2 giugno in occasione della Festa dello Statuto. Quattro lavoratori furono assassinati. Al diffondersi della gravissima notizia lo sciopero scoppiò spontaneo in tutta l'Italia assumendo un carattere di rivolta specialmente in Romagna e in molte località delle Marche dove il popolo, padrone della situazione, piantò sulle piazze “gli alberi della libertà e della repubblica».
All'inizio della Settimana Rossa Di Vittorio dirigeva a Bari un grande sciopero di muratori per le otto ore di lavoro. Era il primo sciopero dell'Italia meridionale per quella rivendicazione.

 

(www.rassegna.it, 12 luglio 2006)

BIBLIOGRAFIA

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