Luciano Lama
A cura di Maurizio Ridolfi

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del lavoro

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1986: il discorso d'addio alla Cgil

Biografia

Un leader pragmatico
e radicale

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Luciano Lama / A cura di Maurizio Ridolfi

La repubblica del lavoro

 

di Renato D'Agostini

Luciano Lama, a cura di Maurizio Ridolfi, Ediesse, 2006, pp. 424, euro 20,00 / Ricordare Luciano Lama a dieci anni dalla  scomparsa, il 31 maggio del 1996, per la Cgil non è soltanto un atto dovuto verso un dirigente che ha guidato l’organizzazione per sedici anni, dal 1970 al 1986, ma un’occasione di riflessione più che sul suo passato sul proprio futuro. Lama infatti rappresenta una generazione, quella della Resistenza, e il periodo della sua segreteria, dall’autunno caldo al

referendum sulla scala mobile con la fine dell’unità sindacale e la crisi del Pci, vede il punto massimo del potere del sindacato e nello stesso tempo la sconfitta di fronte all’avanzare delle ideologie neoliberiste.

Il pregio del libro curato da Maurizio Ridolfi è proprio nel contestualizzare la biografia di Lama sia in rapporto agli eventi politici che alle dinamiche sindacali.

A partire dal saggio di Massimo Lodovici, che ricorda l’ambiente familiare  della piccola borghesia della provincia emiliana, e il giovane Lama che di fronte al crollo del fascismo, come tanti suoi coetanei, sceglie, senza particolari percorsi di militanza politica, di partecipare alla lotta di resistenza. In questa scelta c’è, per lui come per tanti altri, l’adesione spontanea a un moto che sorge dalla società e che collega la ricostruzione democratica alla questione sociale. E che per Lama rimarranno punti di riferimento per tutta la vita: democrazia e lavoro, rapporto costante e continuo con la realtà sociale.

Luciano Lama “sindacalista per caso”, perché toccò anche a lui nei giorni convulsi della Liberazione esser “comandato” dal Cln ad assumere funzioni dirigenti, a ventitre anni divenne segretario della Camera del lavoro di Forlì. Era la nuova classe dirigente del paese.

Alexander Hobel, nel suo saggio, ricostruisce gli anni dal 1948 al 1969, anni in cui Lama vive con il gruppo dirigente della Cgil la ricostruzione del sindacato. Già nel ’48 è a Roma accanto a Di Vittorio, a lui dovrà la sua formazione di sindacalista e di politico. Quei princìpi  che lo avevano mosso verso la Resistenza ora diventano un’idea del sindacato: stretto rapporto tra lotte sociali e democrazia, unità dei lavoratori, autonomia. Si delinea nell’esperienza di questi anni una concezione del  sindacato che darà un connotato originale alla democrazia italiana. Di Vittorio, Novella, il gruppo dirigente della Cgil avevano maturato la convinzione che la fragilità dell’assetto economico e istituzionale richiedesse un ruolo particolare del sindacato nella difesa della democrazia, e quindi una funzione non limitata alla contrattazione e alla tutela nel mondo della produzione, ma una capacità di proposta che già dalla metà degli anni ’60 si delineava come politica delle riforme.

Toccherà a Lama dare corpo a questi programmi, costruire quel modello che generalmente chiamiamo sindacalismo confederale. Sono anni di profonde trasformazioni interne e internazionali (vedi il saggio di Sante Cruciani “Il sindacato e lo sviluppo economico tra mercato nazionale e orizzonte europeo”), sono gli anni della contestazione e dell’autunno caldo. Quell’idea di sindacato trova il suo riscontro di massa. E il sindacato è forse l’unica istituzione della società civile che entra in rapporto e gestisce la prorompente domanda di partecipazione e di diritti che scuote la società.

L’unità sindacale, la rivendicazione del sindacato come soggetto politico, il potere reale della confederazioni costituiscono una novità nell’assetto costruito dopo la Liberazione sul primato dei partiti.

È questo sindacato che deve affrontare la crisi economica degli anni ’70, i contraccolpi del radicalismo politico e del terrorismo nero e rosso (vedi il saggio di Lorenzo Bertucelli: “Luciano Lama. Sindacato, società e crisi economica”). E in questo contesto matura la svolta politica che avrebbe dovuto portare il Pci nell’area di governo. La necessità di dare uno sbocco alla forza del sindacato induce Lama a giudicare positiva la politica del compromesso storico lanciata da Enrico Berlinguer.

Si arriva così all’assemblea dei delegati dell’Eur a Roma, febbraio 1978, nella quale si propone una linea di sacrifici salariali in nome della ripresa economica e per la creazione di nuova occupazione.

Ma si entra in un vortice drammatico: 1978, assassinio di Aldo Moro, 1979, ritorno del Pci all’opposizione. La strategia sindacale cede il passo alla strategia politica. Il sistema politico si ricompatta, i partiti riprendono il loro primato, il Pci arroccato all’opposizione ritenta la via di una sua influenza diretta sulla Cgil. Si apre la strada alla sconfitta del sindacato dalla Fiat al referendum sulla scala mobile. Si chiude l’esperienza della Federazione unitaria. Dc e Psi al governo fino alla dissoluzione del sistema dei vecchi partiti.

Lama lascia la Cgil nel 1986 e vive da protagonista la nuova fase politica nel Pci e nelle istituzioni (vedi il saggio di Fabrizio Loreto: “L’impegno sul piano politico e istituzionale”). Il suo nome sarà proposto come segretario del Pci dopo Berlinguer e come presidente della Repubblica nel ’92. Dal 1987 al 1994 sarà vicepresidente del Senato, la massima carica istituzionale per un ex sindacalista fino a queste ultime elezioni.

(www.rassegna.it, 31 maggio 2006)

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