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Il 24 marzo del 1976 i militari presero il
potere. Era il quinto colpo di stato nel giro di pochi decenni. Ma
sarebbe stato diverso da tutti gli altri. Anche da quello avvenuto tre
anni prima in Cile, dove la repressione era stata violenta e spudorata,
così che l'opinione pubblica mondiale l'aveva potuta condannare. I militari argentini impararono la lezione e scelsero un’altra via: nessuno doveva accorgersi di nulla. Massacrarono gli oppositori di nascosto. Inventarono la desaparición: più di trentamila persone scomparse nel nulla, mai tornate. Un’intera generazione di giovani argentini. Di morti senza cadaveri. Poi vennero le madri di Plaza de
Mayo, le ''pazze'' che osarono sfidare il potere invocando il ritorno
a casa di figli e nipoti scomparsi. Resisterono a ogni violenza,
sfilando tutti i giovedì dinanzi alla sede del governo dittatoriale.
Nel 1983 tornò la democrazia, ma i repressori, salvo poche
eccezioni, non furono mai condannati. Ecco perché, a 30 anni di
distanza, questa storia non può essere archiviata.
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In questa storia l'Italia è coinvolta fino in
fondo: lo spiega bene, Giovanni Miglioli, presidente
dell'Associazione Il ponte della memoria ed esule in Italia
dagli anni settanta,
nell'intervista
video concessa a www.100annicgil.it. C'è molto del
nostro paese nel colpo di stato che sconvolse l'Argentina trent'anni
fa, il 24 marzo del 1976. Basta guardare i nomi dei primattori
della Giunta militare: Viola, Massera, Galtieri, Agosti. Sono di
origine italiana, quei nomi. La stessa origine di molte vittime. Dei
Carlotto, dei Boitano, dei Marelli, dei Borzi. Si
potrebbe proseguire per pagine e pagine. Chiunque lo voglia, può
verificare quanto questa storia sia anche la nostra scorrendo la lista
delle vittime sul
sito
dedicato ai desaparecidos: dietro molti di quei giovani e
bellissimi volti
che compongono
il
muro della memoria c'è una radice italiana. Una generazione
di figli e nipoti di immigrati. Il 40 per cento degli argentini, del
resto, ha origini italiane.
"Dal 1976 al 1978 - ci ha raccontato Miglioli - furono presentate
più di 1600 denunce all'ambasciata italiana di Buenos Aires
riguardanti persone scomparse con passaporto italiano". Ma nessuno
fece nulla per loro. Roma non si mosse. Eppure, solo tre anni prima,
il governo e l'opinione pubblica italiani avevano riservato ben
altro sdegno al massacro avviato da Pinochet in Cile. Perché il
golpe argentino non suscitò nulla di simile? I motivi sono molti.
Innanzitutto le trame della Loggia P2 di Enrico Gelli, cui i
militari golpisti erano in gran parte iscritti. Gelli coltivava
relazioni solide con certi ambienti argentini. Ed era stato tra gli
artefici del ritorno di Perón nel 1973. Inoltre le maggiori imprese
italiane avevano interessi importanti in Argentina, e ogni
convenienza a che si instaurasse un rapporto di collaborazione col
nuovo regime. A ciò si aggiunga che le vittime dei militari non
erano i socialisti cileni, ma guerriglieri, giovani guevaristi e
montoneros, persone politicamente "sospette" agli occhi dei grandi
partiti di sinistra occidentali, comunque meno identificabili dei
compagni di Allende; e che il massacro si compì lontano dall'occhio
dei media: gli oppositori venivano sequestrati di notte, condotti in
centri clandestini e lì torturati fino alla morte. Questo spiega, in
gran parte, il silenzio che circondò la strage.
Solo in pochi colsero quanto stava accadendo e si adoperarono per
salvare quante più vite possibile. Forse è superfluo ricordare la
figura di Enrico Calamai, il giovane viceconsole italiano a Buenos
Aires che salvò centinaia di persone espatriandole in Italia
nonostante l'ostruzionismo del Ministero degli Esteri. Nella sua
autobiografia
( vedi
Libri e film) Calamai ricostruisce quegli anni e ricorda
con commozione l'aiuto che ricevette dal responsabile dell'Inca Cgil
di Buenos Aires, Filippo Di Benedetto. La stessa Cgil, insieme a
molte altre organizzazioni e associazioni civili, accolse gli esuli
argentini in Italia con un calore che in parte compensò la freddezza
dei partiti e delle istituzioni. Su questi temi si veda ancora
l'intervista a Miglioli. E su quegli anni si vedano invece le pagine
di ricostruzione storica presenti in questo speciale ( Come
si arrivò al golpe e
I
militari prendono il potere), tratte dagli atti del processo
italiano ai militari.
Le iniziative di commemorazione di quel 24 marzo del 1976 saranno
moltissime, in Argentina e anche qui in Italia. A Roma si terranno
convegni, una fiaccolata davanti all'ambasciata argentina, si
inaugurerà un gemellaggio tra la casa della memoria capitolina e l'Archivo de la Memoria di Buenos Aires,
destinato a sorgere nei locali della famigerata ESMA, luogo di
detenzione e desaparición nel quinquennio della dittatura. Tutte le
iniziative sono segnalate in una
pagina
apposita.
Ma sgomberiamo il campo da un possibile equivoco: questo trentennale
non è l'anniversario di una storia archiviata, da celebrare
accendendo candele che ci immunizzino dall'oblio. Per una semplice
ragione: molti dei torturatori sono ancora vivi e a piede libero.
Migliaia di persone colpevoli ma impuni, salvate dagli indulti e
dalle amnistie degli anni ottanta che solo tre anni fa Nestor
Kirchner ha azzerato. Dunque si sta ancora combattendo un'enorme
battaglia per avere giustizia. La combattono le madri di Plaza de
Mayo, ormai ottuagenarie ma più forti della propria vecchiaia, gli
Hijos e tutte le associazioni che le sostengono in questo
sforzo. E' una battaglia quasi disumana, che tiene aperte le ferite
e il dolore. Che impedisce il rimarginarsi. Una battaglia costosa,
per di più: avvocati e spese legali per l'apertura dei processi,
infatti, hanno un prezzo alto. Una battaglia unica nella storia. A
trent'anni di distanza donne e uomini di un movimento di opinione e
militanza civile si battono perché i colpevoli paghino, setacciano
il paese alla ricerca dei figli dei desaparecidos per restituirli
alle famiglie originarie cui furono strappati dopo macabri parti,
non si tirano indietro di fronte al dissotterramento di misere ossa
perché anche un solo scomparso abbia diritto al suo legittimo
cadavere, a verità e giustizia (e in questo è formidabile
l'opera svolta dagli antropologi forensi).
Non è incredibile questa battaglia? Non è ammirevole tanta
ostinazione?
Dal momento che ciascun volenteroso esecutore a piede libero è la
dimostrazione vivente che il crimine rende, dovremmo augurare una
giustizia compiuta a questo paese che ci assomiglia più di quanto
vogliamo ammettere. Dovremmo sperare in equi processi e sentenze per
ogni singolo misfatto. Come non avvenne nell'Italia postfascista. O
nei paesi del socialismo reale. Come non è mai accaduto.
(www.rassegna.it, 21 marzo 2006)
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