SPECIALE / Argentina 1976-2006

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Immagine tratta da www.desaparecidos.org

Una storia che riguarda l'Italia

Il 24 marzo del 1976 i militari presero il potere. Era il quinto colpo di stato nel giro di pochi decenni. Ma sarebbe stato diverso da tutti gli altri. Anche da quello avvenuto tre anni prima in Cile, dove la repressione era stata violenta e spudorata, così che l'opinione pubblica mondiale l'aveva potuta condannare. I militari argentini impararono la lezione e scelsero un’altra via: nessuno doveva accorgersi di nulla. Massacrarono gli oppositori di nascosto. Inventarono la desaparición: più di trentamila persone scomparse nel nulla, mai tornate. Un’intera generazione di giovani argentini. Di morti senza cadaveri. Poi vennero le madri di Plaza de Mayo, le ''pazze'' che osarono sfidare il potere invocando il ritorno a casa di figli e nipoti scomparsi. Resisterono a ogni violenza, sfilando tutti i giovedì dinanzi alla sede del governo dittatoriale. Nel 1983 tornò la democrazia, ma i repressori, salvo poche eccezioni, non furono mai condannati. Ecco perché, a 30 anni di distanza, questa storia non può essere archiviata.

di Davide Orecchio

In questa storia l'Italia è coinvolta fino in fondo: lo spiega bene, Giovanni Miglioli, presidente dell'Associazione Il ponte della memoria ed esule in Italia dagli anni settanta, nell'intervista video concessa a www.100annicgil.it. C'è molto del nostro paese nel colpo di stato che sconvolse l'Argentina trent'anni fa, il 24 marzo del 1976. Basta guardare i nomi dei primattori della Giunta militare: Viola, Massera, Galtieri, Agosti. Sono di origine italiana, quei nomi. La stessa origine di molte vittime. Dei Carlotto, dei Boitano, dei Marelli, dei Borzi. Si potrebbe proseguire per pagine e pagine. Chiunque lo voglia, può verificare quanto questa storia sia anche la nostra scorrendo la lista delle vittime sul sito dedicato ai desaparecidos: dietro molti di quei giovani e bellissimi volti che compongono il muro della memoria c'è una radice italiana. Una generazione di figli e nipoti di immigrati. Il 40 per cento degli argentini, del resto, ha origini italiane.

"Dal 1976 al 1978 - ci ha raccontato Miglioli - furono presentate più di 1600 denunce all'ambasciata italiana di Buenos Aires riguardanti persone scomparse con passaporto italiano". Ma nessuno fece nulla per loro. Roma non si mosse. Eppure, solo tre anni prima, il governo e l'opinione pubblica italiani avevano riservato ben altro sdegno al massacro avviato da Pinochet in Cile. Perché il golpe argentino non suscitò nulla di simile? I motivi sono molti. Innanzitutto le trame della Loggia P2 di Enrico Gelli, cui i militari golpisti erano in gran parte iscritti. Gelli coltivava relazioni solide con certi ambienti argentini. Ed era stato tra gli artefici del ritorno di Perón nel 1973. Inoltre le maggiori imprese italiane avevano interessi importanti in Argentina, e ogni convenienza a che si instaurasse un rapporto di collaborazione col nuovo regime. A ciò si aggiunga che le vittime dei militari non erano i socialisti cileni, ma guerriglieri, giovani guevaristi e montoneros, persone politicamente "sospette" agli occhi dei grandi partiti di sinistra occidentali, comunque meno identificabili dei compagni di Allende; e che il massacro si compì lontano dall'occhio dei media: gli oppositori venivano sequestrati di notte, condotti in centri clandestini e lì torturati fino alla morte. Questo spiega, in gran parte, il silenzio che circondò la strage.

Solo in pochi colsero quanto stava accadendo e si adoperarono per salvare quante più vite possibile. Forse è superfluo ricordare la figura di Enrico Calamai, il giovane viceconsole italiano a Buenos Aires che salvò centinaia di persone espatriandole in Italia nonostante l'ostruzionismo del Ministero degli Esteri. Nella sua autobiografia
(vedi Libri e film) Calamai ricostruisce quegli anni e ricorda con commozione l'aiuto che ricevette dal responsabile dell'Inca Cgil di Buenos Aires, Filippo Di Benedetto. La stessa Cgil, insieme a molte altre organizzazioni e associazioni civili, accolse gli esuli argentini in Italia con un calore che in parte compensò la freddezza dei partiti e delle istituzioni. Su questi temi si veda ancora l'intervista a Miglioli. E su quegli anni si vedano invece le pagine di ricostruzione storica presenti in questo speciale (Come si arrivò al golpe e I militari prendono il potere), tratte dagli atti del processo italiano ai militari.

Le iniziative di commemorazione di quel 24 marzo del 1976 saranno moltissime, in Argentina e anche qui in Italia. A Roma si terranno convegni, una fiaccolata davanti all'ambasciata argentina, si inaugurerà un gemellaggio tra la casa della memoria capitolina e l'Archivo de la Memoria di Buenos Aires, destinato a sorgere nei locali della famigerata ESMA, luogo di detenzione e desaparición nel quinquennio della dittatura. Tutte le iniziative sono segnalate in una
pagina apposita.

Ma sgomberiamo il campo da un possibile equivoco: questo trentennale non è l'anniversario di una storia archiviata, da celebrare accendendo candele che ci immunizzino dall'oblio. Per una semplice ragione: molti dei torturatori sono ancora vivi e a piede libero. Migliaia di persone colpevoli ma impuni, salvate dagli indulti e dalle amnistie degli anni ottanta che solo tre anni fa Nestor Kirchner ha azzerato. Dunque si sta ancora combattendo un'enorme battaglia per avere giustizia. La combattono le madri di Plaza de Mayo, ormai ottuagenarie ma più forti della propria vecchiaia, gli Hijos e tutte le associazioni che le sostengono in questo sforzo. E' una battaglia quasi disumana, che tiene aperte le ferite e il dolore. Che impedisce il rimarginarsi. Una battaglia costosa, per di più: avvocati e spese legali per l'apertura dei processi, infatti, hanno un prezzo alto. Una battaglia unica nella storia. A trent'anni di distanza donne e uomini di un movimento di opinione e militanza civile si battono perché i colpevoli paghino, setacciano il paese alla ricerca dei figli dei desaparecidos per restituirli alle famiglie originarie cui furono strappati dopo macabri parti, non si tirano indietro di fronte al dissotterramento di misere ossa perché anche un solo scomparso abbia diritto al suo legittimo cadavere, a  verità e giustizia (e in questo è formidabile l'opera svolta dagli antropologi forensi).

Non è incredibile questa battaglia? Non è ammirevole tanta ostinazione?

Dal momento che ciascun volenteroso esecutore a piede libero è la dimostrazione vivente che il crimine rende, dovremmo augurare una giustizia compiuta a questo paese che ci assomiglia più di quanto vogliamo ammettere. Dovremmo sperare in equi processi e sentenze per ogni singolo misfatto. Come non avvenne nell'Italia postfascista. O nei paesi del socialismo reale. Come non è mai accaduto.

(www.rassegna.it, 21 marzo 2006)

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24 marzo. Tutte le iniziative nel trentennale