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I GIORNI
DI OBRADOR

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I giorni di Obrador

Testi e foto di Davide Orecchio

Il Messico è in fiamme. La coalizione di sinistra, guidata dal leader del Prd e candidato alla presidenza nazionale Andrés Manuel López Obrador, non accetta il risultato delle elezioni dello scorso 2 luglio: le urne avrebbero premiato, per poche migliaia di voti, il candidato Felipe Calderón dell'ultradestra religiosa panista già al potere con Vicente Fox, ma per l'opposizione i brogli sono stati tanti e tali da imporre di ricontare ogni voto. L'ennesima frode elettorale nella storia del Paese. Il Tribunale federale ha deciso di controllare solo il 9% dei seggi elettorali. Nel frattempo, dall'inizio di agosto, migliaia di militanti di sinistra hanno occupato le strade di Città del Messico arrivando da ogni parte del Paese: 16 accampamenti sono sorti nel Distrito Federal. Mentre "AMLO" promette: "non ce ne andremo finché non sarà fatta giustizia, la sinistra ha vinto le elezioni".

Altrove, nello Stato di Oaxaca,
un'altra rivolta, un'altra campagna: il sindacato dei maestri è in sciopero da maggio per rivendicazioni salariali. Ma la protesta è salita di livello, includendo vasti strati della società civile e molte organizzazioni politiche: i "ribelli" chiedono che il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz del Pri, se ne vada. Hanno occupato il centro della città, i media, le sedi del governo. Hanno subito attacchi e violenze. Ci sono persone in carcere. Sindacalisti e militanti sono stati aggrediti o uccisi per strada.

Città del Messico è in mano al popolo di Obrador. Dal 30 luglio scorso - dopo una delle più grandi manifestazioni nella storia del paese - il leader del Prd e della Coalición por el bien de todos (ex governatore del Distretto Federale e candidato alla presidenza della Repubblica) ha chiamato i suoi militanti alla resistenza pacifica e civile. A restare nelle strade che avevano invaso. A piantare tende, banchetti, cucine da campo, bagni pubblici e strutture sanitarie, proiettare film e documentari, organizzare concerti e recital di poesie, persino partite a scacchi. Tutto pur di non lasciare il campo. Una sorta di gigantesca festa dell'Unità aperta 24 ore su 24, dislocata in 16 accampamenti per tutto il DF ma concentrata soprattutto nel
megaplantón che occupa buona parte del centro storico, dal nucleo centrale dello Zócalo fino al Paseo della Reforma, e che fa infuriare i tassisti della megalopoli e i gioiellieri di Madero, oltre a preoccupare ogni giorno di più il governo uscente di Vicente Fox.

Lo Zócalo non è solo la piazza centrale di Città del Messico, sede della cattedrale e del Palacio Nacional governativo. La piazza della Costituzione - come scrive Elena Poniatowska nel suo ultimo romanzo - "è il centro del paese, il suo ombelico. Gli alti finestroni del palazzo nazionale si affacciano sulla piazza più politica del mondo, perché da sotto vengono lanciate consegne, petizioni e offese al presidente". Da più di venti giorni questo luogo si è trasformato nel cuore della "resistenza civile e pacifica". L'occupano, sfrontatamente, 31 tendoni in rappresentanza di ogni Stato della federazione messicana, a circondare il palco centrale dal quale AMLO lancia i suoi messaggi. Lo slogan - scritto sui muri, sui volantini, sulle T-shirt - è duplice: "ya ganamos" ("abbiamo già vinto") e "voto por voto, casilla por casilla" ("ricontiamo ogni voto, ogni seggio") si alternano nelle rivendicazioni di una piazza che (c'è da scommetterci) va a dormire ogni notte sognando un Messico migliore. Camminandoci in mezzo la fantasia e i colori di questi stand mettono di buon umore, il mescolo di fagioli e tortillas, canzoni rivoluzionarie e gadget (mug, cappellini, magliette) che ritraggono il leader o il suo alter ego dentone in versione fumettistica fanno dimenticare, per un momento, che Fox ha schierato 3500 tra poliziotti, soldati e agenti in borghese in stato di "vigile allerta", che da un momento all'altro può scoppiare la violenza (com'è accaduto quando la polizia ha sgomberato un presidio di manifestanti dinanzi al Parlamento).

E' un rischio che Obrador e i suoi hanno calcolato. Del resto - come ci spiega in un'intervista Rosa Albina Garavito - AMLO , il gruppo dirigente del Prd e tutti i suoi militanti sono assolutamente convinti di aver subito uno scippo lo scorso 2 luglio, quando Felipe Calderón, candidato del Pan alla presidenza della Repubblica, avrebbe vinto di un soffio (lo scarto è stato dello 0,58%) solo grazie a un broglio. Il complotto contro il leader della sinistra (dato per sicuro vincente in tutti i sondaggi elettorali appena pochi mesi fa) avrebbe diversi complici: il Pan in primo luogo, che avrebbe fatto ricorso a tutti i mezzi pur di colmare il gap. Anche a quelli più sporchi (diffamazione, calunnie), come ammette in un video recentemente diffuso dalla giornalista Carmen Aristegui il losco imprenditore Carlos Ahumada, il quale ha confessato di aver trattato la cessione di materiali compromettenti riguardanti lo staff di Obrador con l'ex presidente conservatore Salinas e col ministro dell'interno Creel, e di essere stato contattato da un circolo di imprenditori e politici vicini a Calderón. Manovre, dice ancora Ahumada, che non possono essere avvenute all'insaputa del presidente Fox.

Quindi - esauriti i flussi di acqua torbida - c'è stato il broglio vero e proprio, consumato - accusa la sinistra - dentro le strutture dell'Ife, l'Instituto federal electoral che organizza e gestisce il voto in tutto il paese. All'indomani dello spoglio Obrador ha denunciato errori aritmetici in 72 mila seggi e l'eliminazione o l'attribuzione illegale di 1 milione e 600 mila voti (ricordiamo che lo scarto tra i due candidati è stato di 240 mila voti). Da qui la richiesta di riaprire le urne e ricontare tutti i voti, cui il Tribunale elettorale è venuto incontro solo in minima parte, accettando di ricontrollarne solo un'esigua percentuale, per di più statisticamente non indicativa.

Il tribunale si pronuncerà a giorni, ed è quasi scontato che confermerà la vittoria di Calderón. Ma Obrador ha già annunciato che il verdetto non farà deporre le armi all'opposizione. E ha convocato nello Zócalo per il prossimo 16 settembre - festa nazionale dell'indipendenza messicana - una Convenzione nazionale democratica che dovrà deliberare le ulteriori forme di lotta, seppure pacifiche e civili. L'ultima Convención fu realizzata dagli zapatisti nel 1994; nell'indire la propria, Obrador ha radicalizzato i temi dell'agenda politica chiedendo a "tutti i messicani, le donne e gli uomini liberi" di "analizzare le alternative e le azioni che convengano di più al nostro movimento" con l'obiettivo di "porre le basi di un vero Stato sociale e democratico di diritto". Questo significa, per Obrador, che bisogna innanzitutto combattere la povertà e la "mostruosa disuguaglianza sociale". Che occorre difendere il patrimonio nazionale opponendosi alla privatizzazione dell'energia elettrica, del gas, del petrolio, dell'educazione e della salute. Che bisogna lottare contro il monopolio delle televisioni private e contro la corruzione.

Insomma una situazione di mobilitazione permanente, resa ancora più critica dall'ultimo capitolo della saga elettorale messicana: il voto per il rinnovo del governatore del Chiapas che si è tenuto lo scorso fine settimana e il cui esito si gioca, neanche a farlo apposta, di nuovo sul filo del rasoio: a scrutinio quasi ultimato il candidato del Prd-Pt
Juan Sabines Guerrero è in vantaggio di appena lo 0,22% su José Antonio Aguilar, uomo dell'eterogenea coalizione anti-Obrador messa insieme da PRI-PAN-PVEM-Panal. Un ulteriore risultato destabilizzante, insomma, con le due coalizioni che già litigano sulla correttezza dello scrutinio.

Nelle ultime settimane la stampa internazionale ha attaccato duramente Obrador. I quotidiani spagnoli El País (di sinistra) e Abc (monarchico) l'hanno accusato di destabilizzare la democrazia e le istituzioni messicane. Il Washington Post gli ha attribuito un deleterio "culto della personalità". L'organo d'informazione nordamericano non ha tutti i torti, anche se è il popolo di AMLO - più che il suo leader - a soffrire di questa patologia politica. Si avverte nelle strade della "resistencia" un'identificazione tra base e Capo che i codici del disincanto politico europeo non aiutano a comprendere. Se in alcuni casi il meccanismo può sembrare malizioso, artificiale, per la maggior parte dei militanti le speranze di riscatto personale e collettivo riposte in Obrador sono genuine. E' il caso (uno su tutti) di Wendy, venuta nel DF dal lontano Stato di Cohauila, che sale sul palco dello Zócalo e dedica una canzone al leader: la sua voce bella e potente mischia Joan Baez, Tracy Chapman e Mercedes Sosa. La piazza non può resistere a questa popolana pasionaria e canta con lei a squarciagola le strofe di un'improvvisata canción ranchera: "vamos a ganar con Obrador presidente"!

Poi cala la notte e, sotto la pioggia, un capannello di persone si assiepa ai piedi del megaschermo per guardare Ladri di biciclette. Forse per loro AMLO non è un culto. E' la cura.

(www.rassegna.it, 23 agosto 2006)

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