AFFARI SOCIALI

WWW.RASSEGNA.IT

Emergenza abitativa

Un sogno chiamato casa

Ricerca Censis Sunia

La casa si mangia il 60% del reddito

Indice 

Indietro

Emergenza abitativa

Un sogno chiamato casa

di Gaetano Lamanna

Uno dei paradossi italiani è che con il boom immobiliare è cresciuta pure l’emergenza abitativa. Gli sfratti (soprattutto quelli per morosità) sono sempre più frequenti. Sempre più affollati sono i bandi della residua edilizia economica popolare (600.000 domande) e per le graduatorie dei ‘buoni casa’. I senza casa e i crescenti flussi migratori hanno riportato nelle nostre città la questione delle occupazioni di edifici abbandonati e delle baraccopoli. Vi è poi l’emergenza di una fascia di domanda media o medio-bassa che vede aumentare il peso dell’affitto sul proprio reddito o che registra un significativo peggioramento della propria condizione abitativa. I più colpiti da questa situazione sono i lavoratori in mobilità, i giovani con contratti atipici, le famiglie monoparentali o monoreddito, gli anziani con pensioni basse, gli immigrati.

La contrazione del patrimonio pubblico in affitto, come effetto anche dei processi di dismissione e di vendita (cartolarizzazione) negli anni del governo Berlusconi, ha contribuito ad aggravare l’emergenza casa. Di fronte a questa situazione ci si aspettava che la Finanziaria 2007 intervenisse con misure adeguate e coerenti. Siamo invece ben lontani dalle reali esigenze. C’è un pacchetto positivo di interventi per incentivare il risparmio energetico e l’uso di tecnologie alternative negli immobili ad uso residenziale ma manca un impegno finanziario serio per l’allargamento dell’edilizia sociale e agevolata. Non c’è traccia neppure delle modifiche alla legge 431/’98 (che regolamenta le locazioni) necessarie per rilanciare il canale concordato e l’offerta abitativa in affitto.

In definitiva permane una sottovalutazione grave del disagio abitativo che peraltro in Italia, più che in altri paesi europei, sconta la crescita del divario tra un sistema residenziale rigido (circa l’80 per cento di abitazioni in proprietà) e una domanda abitativa nuova e articolata derivante da una più accentuata mobilità del lavoro, dai flussi migratori, dall’aumento del numero delle famiglie e dalla contemporanea riduzione dei suoi componenti (singoli, coppie separate, giovani, anziani soli, ecc.).

Manca, in una parola, una politica dell’abitare che si ponga dentro un quadro di flessibilità propria dell’attuale mercato del lavoro e di una società sempre più dinamica e globalizzata, e che tenga conto dei profondi mutamenti demografici. Si è succubi di vecchi schemi, a cominciare da quello del mattone come “bene rifugio”, del tutto inadeguati rispetto alla nuova domanda abitativa. La casa, per un numero crescente di persone, ha un rilievo tale da “condizionare” il percorso di vita e le opportunità di lavoro. È un problema che chiama in causa la responsabilità dello Stato e delle istituzioni regionali e locali, che coinvolge il welfare e la politica dei redditi, che investe la dimensione dell’economia e dei consumi. Il vero nodo è il rilancio dell’edilizia sociale, per la quale servono almeno 1 miliardo di euro, da incrementare con fondi regionali e con l’apporto di soggetti privati e non profit.

La seconda priorità è rilanciare l’offerta in affitto a canoni accessibili. A questo fine il governo propone che la rendita derivante da locazione sia tassata con un’aliquota fissa del 20 per cento, separata dall’Irpef. I proprietari avrebbero un vantaggio fiscale di 1,5 miliardi di euro. Per gli inquilini si prevede invece una detrazione in cifra fissa dall’Irpef, in base al reddito e al numero dei componenti del nucleo familiare con un costo per l’erario di 500 milioni circa. Una cifra però insufficiente per determinare quella contrapposizione di interessi (tra proprietari e conduttori) in grado di far emergere la piaga degli affitti in “nero” (il 50 per cento del totale). Questo provvedimento, così com’è stato concepito, non offre alcuna garanzia né per quanto attiene all’aumento dell’offerta né sul fronte della calmierazione dei prezzi, e tanto meno su quello dell’emersione degli affitti “in nero”.

L’agevolazione fiscale per i proprietari che affittano dovrebbe scattare solo per chi applica il canale concordato. Serve in tal senso una modifica della 431/’98 che dia centralità al canale concordato, in modo da farlo diventare l’unico valido per i contratti relativi alla prima abitazione, limitando l’uso del canale libero solo alle seconde case, alle abitazioni di lusso o di pregio, ai negozi, agli uffici, e altro. Per una ragione di equità andrebbe assicurato il bonus casa a tutti gli inquilini cosiddetti “incapienti”. Anche in questo caso va modificato l’articolo 11 della 431/’98 che prevede il Fondo nazionale di sostegno alle famiglie in affitto (per il quale nel 2007 sono previsti solo 230 milioni di euro, insufficienti a soddisfare le domande presentate ai Comuni dalle famiglie in difficoltà). Il bonus per gli incapienti dovrebbe funzionare come una vera e propria imposta negativa sul reddito.

Il governo inoltre, con la prossima Finanziaria, si appresta a varare un provvedimento che riduce l’imposta immobiliare sulla prima casa. Si parla di una riduzione di 2,5 miliardi di euro per aiutare le famiglie numerose con uno sgravio di 35 euro per ogni figlio a carico. Ma i conti non quadrano. 2,5 miliardi, infatti, rappresentano quasi l’intero introito Ici sulla prima casa, che è appunto il 25 per cento del gettito complessivo (oltre 10 miliardi). Si tratta di capire qual è il costo effettivo del provvedimento, poi di vedere se l’Ici è il modo migliore per operare una redistribuzione del carico fiscale a favore delle famiglie numerose. Utilizzare l’Ici, che è per definizione un’imposta immobiliare, per politiche sociali potrebbe avere effetti negativi proprio sul piano dell’equità fiscale.

La proposta alternativa potrebbe essere quella di una totale esenzione (franchigia) del pagamento Ici su una parte di spazio della prima abitazione (80 metri quadrati) da incrementare per le famiglie numerose. In questo modo, con una norma di carattere nazionale ed estesa a tutti, si affermerebbe il principio che la prima abitazione (una superficie definita in base a criteri precisi) è un diritto di cittadinanza e, come tale, ha un valore d’uso sganciato dal valore economico dell’immobile e da considerazioni relative al reddito familiare. Il Comune dovrebbe avere in ogni caso l’autonomia fiscale per aggiungere esenzioni e/o aggravi in base al reddito.

Resta infine il problema di come i Comuni recuperano i 2,5 miliardi di minori entrate fiscali. Se si esclude il ritorno ai trasferimenti erariali, che rappresenterebbero un arretramento sul piano dell’autonomia politica e fiscale degli enti locali, non resta che valutare le misure fiscali più appropriate a livello locale in grado di compensare lo sgravio dell’Ici sulla prima casa. La riduzione o esenzione dell’Ici sulla prima casa, se vuole avere carattere permanente e strutturale non può essere affidata all’extra gettito che quest’anno c’è, ma l’anno prossimo potrebbe non esserci. Le risorse vanno trovate in primo luogo nell’ambito della revisione degli estimi catastali. Oggi il Catasto non tiene conto delle trasformazioni urbane avvenute e della diversità (a volte enorme) dei valori immobiliari nelle zone e nei quartieri della città. Spesso, soprattutto nelle grandi aree urbane, l’Ici penalizza chi abita in periferia e in zone poco servite rispetto a chi abita in zone centrali e di pregio. L’aggiornamento del Catasto può essere l’occasione per un’operazione di equità e di redistribuzione del carico fiscale.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, 4 aprile 2007)

LINK

Cgil

Sunia

Censis