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Il XVI Rapporto Spi-Cer

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Il XVI Rapporto Spi-Cer

In Italia una famiglia su 10 è povera

Una famiglia su dieci, in Italia, è povera, con punte del 25 per cento nel Mezzogiorno. I nuclei più a rischio sono quelli in cui il capofamiglia o è una donna (23 per cento dei casi), o ha meno di 35 anni (22 per cento), o ha un livello di istruzione basso. E' il quadro poco ottimista che emerge dal XVI rapporto annuale Spi Cgil-Cer sugli "Indicatori di benessere e politiche sociali. Modelli a confronto", presentato oggi, a Roma, alla presenza del ministro della Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, che intervenendo ha parlato di un modello di welfare da rivedere. "L'impalcatura attuale - ha precisato - lascia molto a desiderare perché esistono differenze teritoriali significative. Il mio impegno di governo è quello di fissare almeno i livelli essenziali per la non autosufficienza e poi quelli riguardanti il resto. Il nodo della redistribuzione della ricchezza è un problema enorme che va affrontato con politiche concrete in grado di ridisegnare un welfare inclusivo. Dal canto suo, Betty Leone,segretaria generale dello Spi-Cgil, nel commentare lo studio ha sottolineato come gli attuali indicatori economici non siano più sufficienti a interpretare la realtà. "La qualità di una Stato sociale si misura in relazione all'efficacia delle risposte che è in grado di dare ai bisogni dei cittadini". "Quindi, sono le politiche di un Paese - ha continuato Betty Leone - che fanno la differenza tra uno Stato sociale coeso e solidale ed un altro di tipo residuale o compassionevole. Per questo l'indice di ricchezza finora utilizzato deve essere modificato affinché comprenda il benessere delle persone che non si fonda soltanto sul possesso di beni materiali, ma anche di quelli immateriali, come l'accesso ai servizi sociali.

“Una povertà diffusa e tale non solo in termini relativi – rispetto cioè agli standard delle famiglie più ricche, o di altri paesi o di un livello complessivo di benessere – ma anche in termini
assoluti”, si legge nel rapporto. Lo confermano i numeri, visto che il reddito medio delle famiglie posizionate in fondo alla scala è inferiore a 5 mila euro annui, al di sotto, cioè, della soglia di sussistenza. Le famiglie italiane povere, in altri termini, sarebbero tali anche se vivessero in paesi caratterizzati da valori di reddito pro-capite inferiori ai nostri, come Portogallo, Spagna e Grecia.

Quanto alla condizione lavorativa, i nuclei familiari più indigenti sono quelli in cui la persona di riferimento è disoccupata (il 68 per cento) oppure ha una tipologia contrattuale da parasubordinato (nel 21 per cento dei casi). Non va meglio se si considerano le “privazioni di base” delle famiglie, ossia la non disponibilità di alcune facoltà essenziali, quali la possibilità di riscaldare la casa in modo adeguato, effettuare almeno un periodo di vacanza all’anno, sostituire i mobili fatiscenti, acquistare vestiti nuovi e mangiare carne, pollo o pesce. Le fasce sociali coinvolte sono sempre le stesse: i capifamiglia dei nuclei che si trovano in questa condizione disagiata sono in prevalenza donne (15 per cento), con meno di 35 anni (due casi su dieci) o disoccupati (34 per cento). Un’unica differenza, in questo secondo caso, è data dalla tipologia contrattuale: ad essere maggiormente disagiati non sono i parasubordinati, ma i lavoratori dipendenti (15 per cento).  

Non solo numeri, dal Rapporto, ma anche suggerimenti. Evidenziando la necessità di fare delle scelte, il dossier indica infatti l’esito positivo, in Europa, di due strategie di politica sociale diametralmente opposte: “Uguali risultati in termini di bassa disoccupazione, d’inclusione di giovani e donne, di elevata produttività, di estensione dell'economia della conoscenza – spiega l’indagine – sono stati raggiunti dai paesi scandinavi, così come dalle due economie anglosassoni dell’Europa (Regno Unito e Irlanda)”. “Molto diverse – prosegue la valutazione – sono state le strade intraprese, privilegiando nell’un caso un sistema di welfare diffuso e finanziato con elevati livelli di tassazione;  affidandosi nell’altro a un rafforzamento dei meccanismi di crescita economica al costo di un severo ridimensionamento del welfare pubblico. Su queste due opzioni e sul modo di adattarne pregi e virtù alla realtà italiana - conclude il Rapporto - dovranno confrontarsi le posizioni di politica economica e sociale di cui sono portatori i due schieramenti del bipolarismo italiano”.

(www.rassegna.it, 25 giugno 2007)

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