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L'Espresso / La risposta dell'economista Pietro Ichino

I sindacati non sono una "casta". Ma serve una riforma della rappresentanza

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L'Espresso / La risposta dell'economista Pietro Ichino

I sindacati non sono una "casta"
Ma serve una riforma della rappresentanza

Una “questione sindacale” oggi esiste, ma nulla ha a che vedere con quella dei “costi della politica”, tanto meno con presunti arricchimenti, avanzamenti di carriera e privilegi di varia natura alimentati dal denaro pubblico. A difendere i sindacati dalle accuse contenute nel numero scorso dell’Espresso, che definiva Cgil, Cisl e Uil come una “casta”, è oggi, giovedì 9 agosto, l’economista Pietro Ichino, docente di Diritto del lavoro all’università di Milano ed ex dirigente della Cgil, in un editoriale apparso sul Corriere della Sera.

All’articolo del settimanale i sindacati avevano subito reagito. “Un’operazione a freddo, senza argomenti, senza nessuna indagine, tra distorsioni intollerabili”, così l’aveva definita Guglielmo Epifani, adombrando il rischio “di un diciannovismo di ritorno, cioè il tentativo di mettere alla gogna le istituzioni, prima la politica e i partiti, poi il sindacato”, lanciando l’allarme sul desiderio di molti “di una società semplificata, dentro la quale i poteri forti si contrappongono agli individui, senza più corpi di mezzo, secondo un'ideologia liberista che riconduce il mondo al mercato, spazzando via regole e rappresentanze, considerate un intralcio”. Per il leader della Cisl Raffaele Bonanni l’obiettivo era quello “di farci pagare la nostra libertà, perché indebolire il sindacato, che è radicato e forte in Italia, fa comodo a molti”, e aveva confermato che i sindacati lavorano e lavoreranno “per un'Italia democratica che attraverso le articolazioni delle rappresentanze si confermerà tale”.

A queste difese (d’ufficio, si potrebbe sostenere) si aggiunge quella di Ichino, intellettuale vicino al mondo del lavoro ma, soprattutto negli ultimi anni, spesso non “tenero” con i sindacati. L’economista anzitutto ribatte all’Espresso che aveva imputato alle confederazioni di avere beneficiato, negli anni settanta, della distribuzione del cospicuo patrimonio immobiliare del disciolto sindacato nazionale fascista. Il settimanale, spiega Ichino, però “non dice a chi mai avrebbe dovuto essere assegnato quel patrimonio, se non agli eredi delle libere associazioni sindacali che nei primi anni venti avevano visto le proprie sedi messe a ferro e a fuoco dagli squadristi in camicia nera ed erano state poi espropriate e soppresse dal regime”. Riguardo i contributi pubblici ai patronati (per le pratiche previdenziali) e ai Caaf (per le dichiarazioni dei redditi), Ichino afferma che “una critica attendibile dovrebbe basarsi su di una valutazione rigorosa del costo e del valore di quei servizi, di cui beneficiano quotidianamente, con un buon grado medio di soddisfazione, milioni di lavoratori”.

La vera questione, per l’economista, è quella di un diritto sindacale “incompiuto”, di un sistema di relazioni industriali “opaco e vischioso”, che favorisce “il frazionamento della rappresentanza sindacale, garantendo gli stessi diritti di proclamazione dello sciopero, di assemblea e di permessi retribuiti anche a sindacati cui aderisce meno dell’un per cento dei lavoratori”. Il problema è “l’assenza di regole sulla rappresentanza e il depotenziamento del patto di tregua, per cui qualsiasi lavoratore può aderire a uno sciopero proclamato anche il giorno dopo la stipulazione del contratto”, un’assenza che privilegia “di fatto chi è capace di strillare più forte”.

Gli apparati sindacali centrali, spiega Ichino, “vogliono un sistema fortemente centralizzato, nel quale quasi tutto si decide a un tavolo romano, ma non è chiaro chi abbia titolo per sedere a quel tavolo e in rappresentanza di chi”. Quest’impostazione comporta evidenti anomalie: ad esempio, “che rappresentanze espresse quasi esclusivamente dai lavoratori regolari e dagli imprenditori del centro-nord possano negoziare contratti destinati ad applicarsi inderogabilmente su tutto il territorio nazionale, anche se incompatibili con lo sviluppo delle regioni del sud”. L’invito dell’economista, dunque, è a una riforma della materia: “sarebbe auspicabile che il sistema di relazioni sindacali fosse capace di darsi da sé le regole che oggi mancano. Ma se esso non ne è capace, deve essere il legislatore a farlo. Questo accade in tutti i paesi civili; non si vede perché non debba accadere anche nel nostro”.

(www.rassegna.it, 9 agosto 2007)

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