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I contribuenti a fondo perduto

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Gli immigrati nel Nord Est

I contribuenti a fondo perduto

Partecipano in misura significativa alla creazione di ricchezza
nel territorio. Ma non ne godono i benefici

di Andrea Corrado

Sorpresa, ma non tanto: nel Nord Est gli immigrati lavorano, pagano le tasse, metà di loro si compra casa e mette su famiglia, contribuiscono in misura significativa alla ricchezza del territorio. Emblematici al riguardo sono i dati del Veneto, raccolti su 19.830 dichiarazioni dei redditi da lavoro dipendente presentate nel 2006 ai Centri di assistenza fiscale Cgil da immigrati, un campione significativo pari al 15 per cento dei 131 mila stranieri che svolgono nel territorio regionale attività come dipendenti. Su questo campione, la stima elaborata dall’Osservatorio regionale sull’immigrazione è la seguente: i lavoratori immigrati in Veneto hanno portato nelle casse del fisco 268 milioni di euro, inclusi quasi 5 milioni di euro di addizionale comunale e più di 15 milioni di euro alla regione. A questi vanno aggiunti i contributi previdenziali, che gli immigrati versano e di cui probabilmente usufruiranno solo in parte. Perché molti di loro, appena si creano le condizioni, se ne tornano al paese di origine. Così, anche se difficilmente maturano i requisiti per avere diritto alla pensione, lasciano in Italia tutti i contributi versati.

Secondo il censimento delle anagrafi comunali, gli immigrati residenti nei 1139 comuni di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia sono più di 441 mila, il 6,4 per cento della popolazione. Oltre 320 mila vivono solo in Veneto, dove costituiscono il 6,8 per cento degli iscritti all’anagrafe. La media italiana è di 4,5 immigrati ogni 100 residenti. Il 27,5 per cento degli immigrati che risiedono nel Nord Est presenta la dichiarazione dei redditi. Di questi il 22,6 per cento si è rivolto ai Caaf Cgil sul territorio nel 2006. Più di 29 mila dichiarazioni dei redditi.

Un campione ampio e affidabile, su cui è basata la recente ricerca del Caaf Nord Est Cgil, che svolge la sua attività di assistenza fiscale, e non solo, in 139 sedi dislocate nelle 7 province venete, in Friuli, in Trentino e in Alto Adige. “Siamo finora l’unico Caaf d’Italia ad avere conseguito la doppia certificazione di qualità – sottolinea con soddisfazione Danilo Lovadina, amministratore delegato dell’istituto –. E i tanti servizi offerti sono molto apprezzati dai cittadini, tanto che la nuova versione del sito internet ha avuto uno straordinario aumento dei fruitori: da meno di 3.000 accessi al mese a oltre 30.000, e da 5.000 pagine visionate a oltre 70.000”. Dalla nazionalità di nascita si può dedurre che circa 5 mila, originari soprattutto di Belgio, Australia, Francia, Germania, Svizzera e Argentina, siano italiani tornati in patria dopo essere emigrati all’estero. Restano le dichiarazioni di almeno 24 mila lavoratori. I più numerosi arrivano dal Marocco. Subito dopo gli immigrati da Romania, Albania, Serbia Montenegro, Bosnia e tutta l’ex Jugoslavia. E poi gli altri da Bangladesh, Senegal, Ghana, Cina, India, Nigeria e un’infinità di paesi africani e asiatici.

L’età conferma una marcata presenza di giovani:nella fascia fino a 44 anni c’è il 65 per cento degli immigrati, rispetto a una media complessiva del 40 per cento. Sebbene molti siano senza figli a carico, appena sotto il 42 per cento del campione, la maggioranza è composta da lavoratori stranieri con prole e quelli con più di un figlio sono in numero nettamente superiore alla media dei nostri connazionali. Dalle oltre 29 mila dichiarazioni presentate attraverso il Caaf Cgil nel 2006, gli immigrati che lavorano nel Nord Est risultano aver versato 851 mila euro di addizionale comunale, 3 milioni e 404 mila euro di addizionale regionale e più di 57 milioni di euro di Irpef. In media, 2.637 euro a testa tra i circa 23 mila tenuti a versare le imposte. Significativo il dato sulle fasce di reddito. Nella fascia più bassa, quella fino a 7.500 euro, la media complessiva nel Nord Est è del 31,9 per cento, ma la presenza di immigrati è del 52 per cento. “Questa – sottolinea Lovadina – è una delle differenze macroscopiche nella condizione degli immigrati rispetto a quella degli italiani: un livello di reddito molto basso, dovuto soprattutto alla grande diffusione di impieghi intermittenti e di contratti a termine. Una diffusione confermata anche dalle informazioni sul numero di certificati del datore di lavoro (i cud) allegati alla dichiarazione dei redditi: il 22 per cento dei contribuenti immigrati ne ha presentati due, il 5 per cento ne ha tre, diverse decine hanno allegato addirittura sei o sette cud”.

Ed è pure da mettere in conto una quota di evasione e di lavoro in nero, che riguarda, più o meno in misura simile, tutti e non solo gli immigrati. Il reddito netto medio mensile di questo 52 per cento di immigrati è di 170 euro. Di qui la necessità di associarsi, di vivere in più persone, ripartire le spese e riuscire così ad affrontare periodi di scarso reddito o di disoccupazione provvisoria. Ciò che desta maggiore sorpresa sono forse i dati sulle proprietà immobiliari. Gli immigrati comprano casa, tendono a consolidarsi il prima possibile sul territorio e a farsi raggiungere dalla famiglia. Quasi il 40 per cento dichiara il possesso della prima casa, anche se si tratta in larga misura di abitazioni che gli italiani non vogliono più, perché vecchie, diroccate, da ristrutturare. E su questo fanno affari anche le banche: dalle dichiarazioni risultano essere poco meno di 7 mila solo in Veneto gli immigrati intestatari di mutui per la prima casa, per una quota complessiva di oltre 27 milioni di euro, che diventano circa 33 nell’intero Nord Est, ripartiti tra quasi 9 mila mutuatari. Interesse sono anche i dati che evidenziano la rilevante compartecipazione dei lavoratori stranieri alla spesa sanitaria. Per i farmaci, sempre nel 2005, hanno speso 252 euro a testa, rispetto a una spesa media complessiva di 331 euro. Per visite mediche, analisi e ticket, la media generale è 738 euro l’anno, mentre per gli immigrati è di 575 euro. Questo per quanto riguarda i lavoratori dipendenti. Al momento mancano informazioni sul lavoro autonomo degli immigrati. “Il dato sarebbe interessante – spiega Lovadina – perché riguarda una quota significativa di persone. Sono molti ad avere aperto bottega o ad avere intrapreso attività artigianali. Stanno seguendo itinerari, che noi del Nord Est, come altri italiani, abbiamo percorso nel passato in Svizzera, in Belgio, in Francia”.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, giugno 2007)

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