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Indagine parlamentare

A rischio povertà un minore su tre

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Indagine parlamentare

A rischio povertà un minore su tre

di Maurizio Minnucci

Un minore su tre è a rischio povertà, aumentano le distanze tra ricchi e poveri, crescono le difficoltà per le famiglie con più figli, soprattutto al sud. È quanto emerge dall’Indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Affari sociali della Camera sulla condizione delle famiglie italiane, secondo la quale siamo di fronte a un “progressivo impoverimento e a un preoccupante sovrindebitamento di alcune classi sociali”. La ricerca, frutto di un nutrito ciclo di audizioni della Commissione, sarà presentata a Montecitorio il 3 maggio prossimo. “Un primo intervento politico sulla spesa sociale è stato fatto con l’ultima finanziaria, ma molto bisogna ancora fare” ricorda Marigia Maulucci, segretaria confederale della Cgil: “Noi ribadiamo le nostre priorità: sostenere le retribuzioni attraverso interventi sul fisco, riduzione delle tariffe e contrattazione”.

L’aspetto più allarmante rivelato dall’indagine è l’indigenza dei minori: negli ultimi 30 anni la loro quota di povertà relativa è salita dal 23 al 32 per cento. A rischio di esclusione sociale sono principalmente le famiglie numerose, i disoccupati con figli a carico, le coppie giovani con impiego precario, i lavoratori con un basso livello di istruzione e di qualificazione professionale, gli anziani e le donne sole. Ancora più difficile la situazione del Mezzogiorno: oltre il 70 per cento delle famiglie povere con figli risiede nel sud del paese.
“La scarsa spesa sociale a favore delle famiglie è un fatto che pesa enormemente sulla povertà. Non è solo la carenza di trasferimenti monetari a preoccupare, ma anche e soprattutto la mancanza di servizi reali”, spiega Beniamino Lapadula, responsabile del Dipartimento economico della Cgil: “Basti pensare che solo il 4,4 per cento della spesa sociale italiana va alla famiglia. Uno dei valori più bassi, insieme a quello della Spagna, contro l’8,5 per cento a livello europeo, come ben illustra la ricerca. Penso, ad esempio, alla carenza di posti negli asili nido, un fatto di estrema gravità che fa uscire le donne dal mercato del lavoro non solo temporaneamente, perché il reimpiego è sempre più difficile. Spendere 500 euro per un nido privato non è sostenibile per tante giovani madri, ma il problema è che troppo spesso i posti vengono assegnati a ‘falsi poveri’”.

È proprio la lotta all’evasione, secondo Lapadula, il primo passo per combattere la povertà: “Le statistiche ufficiali – spiega - non sono del tutto affidabili”. Sul fronte delle politiche pubbliche in favore della famiglia, l’Indagine parla infatti di un fisco che penalizzerebbe le famiglie con figli, quelle monoreddito e i cosiddetti incapienti, cioè i poveri: “Sullo squilibrio fiscale che emerge dalla ricerca – riprende il responsabile del Dipartimento economico della Cgil - andrei molto cauto. Ad esempio, per quanto riguarda Ici, Irpef e tassa sullo smaltimento dei rifiuti, sappiamo che molti grandi Comuni hanno posto attenzione a non alzarle. Il problema di base, ripeto, è che non conosciamo i dati reali dell’evasione, dunque quanti sono veramente gli incapienti”.

Il nodo cruciale individuato da Lapadula - che in questo si dice d’accordo con l’indagine - è l’aggiornamento dell’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente), uno strumento che dovrebbe consentire confronti fra diverse famiglie dal punto di vista del benessere economico. L’Isee è formato da due componenti, patrimoniale e finanziaria: “La prima non è facilmente aggirabile, perché è difficile mentire sul patrimonio immobiliare, anche se alcuni valori catastali sarebbero da rivedere. La seconda, quella finanziaria, è alla base dell’evasione. E qui si può e si deve intervenire. Oggi con l’anagrafe dei conti correnti si possono fare accertamenti in tempo reale. La nostra proposta consiste in una migliore gestione di questo indicatore. Solo così potremo sapere quali sono i nuclei che hanno veramente bisogno di aiuti”. Conclude Lapadula: “Affinare questo strumento renderebbe anche più facile la strada per l’introduzione del Reddito minino d’inserimento”. Uno strumento di welfare di cui si parla da molto tempo, che solo in Italia e in Grecia, tra i paesi dell’Europa a 15, ancora non esiste.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, 10 aprile 2007)

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