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Un patto tra generazioni, ma sul serio

di Betty Leone
Segretaria generale Spi Cgil

Nessuno di noi pensava che il confronto con il governo sarebbe stato una passeggiata. Del resto gli argomenti da affrontare, per il loro impatto su lavoratori e pensionati, richiedono molta attenzione. È perciò auspicabile che il tavolo di confronto sia sgomberato da qualsiasi tentativo che miri a contrapporre giovani e anziani. La nostra economia ha bisogno di entrambi, perché entrambi sono risorse.

Sull’aumento delle pensioni minime siamo giunti a un punto delicato: bisogna scegliere i criteri per definire i beneficiari, sapendo che non devono essere iniqui. Per noi rimangono invariati i riferimenti decisi nell’ultimo Comitato direttivo: 1) agire sulle pensioni da lavoro dando aumenti proporzionali al numero di anni di contribuzione e all’ammontare complessivo dei contributi versati, per riaffermare il valore del lavoro e segnare la differenza tra chi ha versato i contributi e chi no; 2) aumentare le pensioni basse, come primo passo verso la rivalutazione di tutte le altre nei prossimi anni; 3) istituire un tavolo periodico di concertazione che, verificando l’andamento dei redditi pensionistici, individui meccanismi strutturali di contrasto alla perdita del potere d’acquisto delle pensioni.

Lo Spi Cgil valuta positivamente il fatto che il governo abbia vincolato risorse certe all’aumento delle pensioni, con il recente decreto legge, e che abbia accettato di formulare una proposta in linea con i princìpi sopra esposti. Tuttavia siamo preoccupati per il tentativo di mettere in contrapposizione l’aumento delle pensioni con il superamento dello scalone, come emerge dalle dichiarazioni di molti personaggi con responsabilità politiche. È singolare che proprio chi chiede un nuovo patto tra generazioni proponga anche di modificare i coefficienti di calcolo, dimenticando che il combinato disposto del nuovo sistema di calcolo delle pensioni con carriere discontinue, non coperte da sostegni per i periodi di disoccupazione, rende la pensione pubblica dei giovani molto più bassa. Sono due orientamenti che evidentemente non stanno insieme come si vorrebbe. Sarebbe bene, quindi, non confondere priorità economiche e priorità sociali, sapendo che esse vanno armonizzate e non contrapposte.

Da tempo lo Spi sostiene la necessità di un nuovo patto intergenerazionale, ma pensa che esso debba basarsi non solo sulla solidarietà, ma anche su un diverso modello di sviluppo che assuma l’invecchiamento della società come dato strutturale. Per questo avevamo proposto di ragionare di invecchiamento attivo piuttosto che di aumento dell’età pensionabile, coinvolgendo anche i datori di lavoro che oggi preferiscono sostituire i lavoratori cinquantenni con giovani precari. Se per motivi di risparmio immediato, si insiste su una politica di allungamento obbligatorio dell’età pensionabile, allora è necessario almeno assumere il principio che non tutti i lavori sono uguali e che non si può costringere le persone a cambiare continuamente progetto di vita. È necessario fare al più presto un accordo complessivo con il sindacato che permetta di chiudere questa fase e di iniziare un ragionamento più organico sulle trasformazioni sociali indotte dall’invecchiamento della popolazione. In ogni caso lo Spi continuerà a impegnarsi, sia al tavolo negoziale che nel confronto con i propri iscritti, perché non si operi una contrapposizione tra lavoratori e pensionati. Ci siamo mobilitati in questi mesi per sostenere la piattaforma di Cgil, Cisl e Uil e siamo interessati a un accordo che guardi alla società e all’economia italiana nel suo insieme.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, luglio 2007)

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