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La discussione sulla ennesima riforma del sistema
previdenziale ha ripreso con forza in questi ultimi tempi imposta
dall’avvicinarsi del primo gennaio 2008, data nella quale scatterà lo
“scalone” previsto dalla riforma Maroni che porterà a 60 anni da un
giorno all’altro l’età del pensionamento di anzianità. Ovviamente sono
ripartite le dispute sulle cifre della nostra previdenza messa in
confronto con quelle degli altri paesi europei. “Spendiamo più di
tutti gli altri!” si grida da più parti, il che è vero, ma ci si
dimentica di ricordare che il totale della spesa sociale in Italia è
tuttora inferiore di due punti di Pil rispetto alla media europea
(26,4 contro 28,3) e che pertanto se è vero che la previdenza assorbe
una percentuale maggiore di risorse tutte le altre voci dalla casa,
alla famiglia, alle tutele dalla disoccupazione ed altre sono a
livello spesso risibile.
La cosa che però proprio nessuno, ma proprio nessuno, prende in esame,
sempre a proposito dei raffronti europei, è la quantità di persone
anziane sopra i 65 anni che vivono nei singoli paesi e che dovrà pur
avere una ricaduta sull’entità della spesa previdenziale. Ebbene in
questa graduatoria l’Italia è il paese che registra la percentuale più
alta rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Un punto in percentuale
rappresenta per l’Italia circa 500 mila persone: quanto incidono sulla
spesa totale previdenziale, considerando che diversamente di quanto
avviene in quasi tutti gli altri paesi europei, tutti gli interventi
di sostegno nel nostro paese gravano sulla voce previdenza?
La G.Bretagna è sotto di oltre tre punti, la Germania di più di un
punto, la Francia di quasi tre punti, per non parlare dei paesi
entrati per ultimi nella Ue, quelli dell’Europa dell’est, che hanno
percentuali di anziani sopra i 65 anni inferiori di 5 o 6 punti
all’Italia. Prescindendo da ogni altra considerazione e necessità, che
ci sono ed anche valide, nella discussione in corso questo elemento di
diversità dovrebbe essere valutato. Si tenga conto, tra l’altro, che
questo dato non subisce variazioni favorevoli da dieci anni, in quanto
il rapporto con la media europea e con i paesi a noi più simili è
rimasto costante con una tendenza all’allargamento. Nel 1995 il
divario con la media Ue era già superiore ad un punto, con la Francia
la differenza era di un punto e mezzo, con la Germania di più di un
punto, con la G.Bretagna di un punto. Se si guarda la
tabella 1 si
vedrà che questo divario è aumentato. Il che non può che avvenire
anche in futuro se si considera che mentre l’allungamento dell’attesa
di vita vale per tutti i paesi, l’Italia è anche agli ultimi posti per
“tasso di fecondità” al di sotto della media europea.
I due rimedi che vengono proposti per ridurre la spesa previdenziale
sono oggi l’innalzamento dell’età pensionabile e la revisione dei
coefficienti di calcolo previsti dalla riforma Dini (naturalmente al
ribasso). Dobbiamo premettere che le proiezioni europee sulla spesa
previdenziale (Ecofin) vedono per l’Italia un avvicinamento costante
alla media Ue (effetto delle riforme Dini e Prodi e senza considerare
la riforma Maroni) dovuto all’aumento del numero dei lavoratori che
vengono collocati a riposo col sistema contributivo. Se adesso il
divario è di oltre tre punti nel 2030 scenderà a 2,7 e nel 2050 (anno
nel quale da alcune parti si prevede il crollo del sistema) si
scenderà al 14,1 del pil con una differenza di 0,8 rispetto alla
media UE con allineamento con altri paesi europei (Francia 14,7,
Germania 14,9).
Due sono i problemi che si presentano. Il primo si riferisce al
livello della pensione dei futuri pensionandi, cioè di coloro che
hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 e per i quali verrà
utilizzato interamente il criterio contributivo. Per questi lavoratori
si prevede un rendimento che certamente non raggiungerà l’attuale 80%
dell’ultima retribuzione, soprattutto in considerazione delle
caratteristiche attuali del mercato del lavoro. In base ai dati
prodotti dall’osservatorio sociale europeo (Ose) nel 2030 il tasso di
sostituzione previsto scenderà al 69,2 % e nel 2050 al 64,65.
Secondo i calcoli contenuti nel Rapporto di strategia nazionale sulle
pensioni del 2003 (Italia Oggi 5/3/07) con la revisione dei
coefficienti di calcolo, sui quali si sta lavorando adesso, il
livello degli assegni scenderà ancora di un 7% circa. La spinta verso
i lavoratori, specie i più giovani, perchè utilizzino il tfr come
fondo pensionistico prende spunto da queste valutazioni, così come la
necessaria revisione e completamento degli ammortizzatori sociali, sui
quali sta lavorando il governo ed in particolare il ministro del
Lavoro Damiano. L’intervento previsto a sostegno dei periodi di
disoccupazione è stimolato anche dal semplice raffronto tra le risorse
che vengono utilizzate in Italia per questa voce (0,4 del pil) contro
l’1,6 che viene destinato a questa necessità dalla media dei paesi
europei.
La seconda considerazione prende spunto dall’intenzione di alzare
l’età pensionabile. Attualmente in tutti i paesi europei l’età della
pensione di vecchiaia è ancora quella dei 65 anni. Solo in Svezia si
può arrivare ai 67 anni, ma in maniera flessibile. In Germania,
proprio in questi giorni, il governo ha varato un disegno di legge che
innalza l’età della pensione a 67 anni a partire dal 2029 e
limitatamente a coloro che sono nati dopo il 1964; il provvedimento
dovrebbe essere approvato entro qualche mese. In altri paesi si sta
discutendo sul da farsi ipotizzando anche l’allungamento a 41 anni del
periodo di contribuzione (Francia) o la parificazione dell’età
pensionabile tra uomini e donne, già realizzata in alcuni paesi.
In Italia abbiamo anche le pensioni di anzianità (presenti con voci
diverse anche in altri paesi) che permettono di abbandonare il lavoro
a 57 (fino al 31 dicembre di quest’anno, perché poi con lo “Scalone”
della legge Maroni saranno necessari 60 anni). Nonostante ciò l’età
media nella quale i lavoratori attivi si ritirano definitivamente da
lavoro in Italia è praticamente allineata a quella europea: 59,7
contro 60,9 (tab 2). I due interventi sopra ricordati vengono
motivati, come detto. dall’allungamento della vita media delle
persone. Ma i due interventi, innalzamento dell’età di pensionamento e
revisione dei coefficienti di calcolo, contengo in sé una palese
contraddizione. Se si innalza l’età del collocamento a riposo è
evidente che si ridurranno gli anni durante i quali si potrà usufruire
della pensione e quindi non sarà necessario rivedere i coefficienti.
Se, al contrario, si correggeranno i coefficienti di calcolo non si
avrà la necessità di rivedere al rialzo l’età della pensione. Si
otterrebbe comunque un consolidamento dei conti previdenziali che è
l’obbiettivo che si dichiara di voler perseguire, ammesso che di
questo ci sia bisogno, perché al di là degli alti richiami che
giungono da vari organismi internazionali il raffronto delle cifre non
spinge in questa direzione.
L’aspetto che invece viene trascurato quando si
parla di previdenza e di stato sociale è quello della crescita e dello
sviluppo dell’occupazione. E’ evidente che se assieme all’aumento
della percentuale delle persone anziane rispetto alla popolazione
totale aumentasse, parimenti, anche quella del numero degli occupati
anche l’equilibrio dei conti previdenziali ne trarrebbe un notevole
vantaggio. Qui purtroppo nei raffronti con gli altri paesi europei,
l’Italia non esce bene. Il tasso di occupazione, sempre nella
popolazione tra 15 e 64 anni, è ben lontano dai livelli medi europei (tab
1). L’Italia si ferma al 57,6 al di sotto della media europea: 63,8
nella UE a 25, 65,2 in quella a 15. nonostante un certo miglioramento
registrato negli ultimi anni, dovuto si presume soprattutto alla
regolarizzazione di lavoratori extra-cumunitari.
Il tasso di occupazione italiano è appena superiore a quello di alcuni
paesi dell’Europa dell’Est (non di tutti) come Polonia e Bulgaria, ma
il confronto coi paesi “capolista” è a dir poco impietoso. L’Olanda è
al 73,2, la Svezia al 72,5, la G.Bretagna al 71.7, ma anche la Francia
è al 63,1 e la Germania al 65,4. Pesa in questi dati, come in quelli
relativi all’occupazione femminile, anche l’utilizzazione o meno del
lavoro a tempo parziale, in crescita in tutta l’Europa, molto alta
specie nei paesi del nord e appena all’inizio in Italia. In Olanda,
per esempio, l’occupazione femminile a tempo parziale raggiunge il 70%
del totale delle donne che svolgono un’attività. Siamo ancora lontani
dagli obiettivi posti dal Consiglio europeo a marzo del 2000 nella
“Strategia” definita a Lisbona. In essa si indicava nel 70% la
percentuale totale di occupati da raggiungere entro il 2010; quella
femminile al 40% e quella dei lavoratori tra 55 e 64 anni al 50%.
La situazione dei livelli di occupazione femminile è ancor più
depressa. Se la differenza totale tra Italia ed Europa è di circa sei
punti, quella femminile è di ben 11/12 punti fermandosi al 45,9%
contro il 57,4 dell’Ue a 15 ed il 56,3 di quella che si riferisce a 25
paesi. Ci sono paesi di eccellenza, come Svezia e Danimarca che
superano il 70%, ma anche Francia e Germania sono vicini all’obiettivo
indicato da Lisbona del 60%. In questa graduatoria ci sono avanti
anche i paesi arrivati da poco nell’UE come Polonia, Ungheria e
Bulgaria. Dopo do noi vengono solo Grecia e Malta. L’elemento che ci
deve portare a riflettere con maggiore attenzione sulle politiche
sociali indirizzate a sostenere le opportunità di lavoro delle donne
è che questi rapporti non hanno una tendenza al miglioramento, ma al
contrario, in confronto con la media europea devono registrare un
peggioramento. Nel 2005, sempre secondo i dati forniti da Eurostat, in
Italia abbiamo registrato una stasi (l’aumento è dello 0,1%) mentre la
media europea è salita dell’1,2.
Anche per quanto riguarda i lavoratori anziani
(55/64 anni) dobbiamo accusare un risultato che ci colloca agli ultimi
posti in Europa. La percentuale di italiani tra 55 e 64 anni che
ancora lavora è del 31,4, mentre in Europa siamo ad oltre il 40%. E’
questa la sfida che si deve affrontare nel nostro paese: le basse
percentuali di occupazione, soprattutto per le donne ed i lavoratori
anziani. La crescita e lo sviluppo economico e quindi occupazionale
diviene il cardine di qualsiasi politica che voglia affrontare in
termini concreti la riforma del welfare. E’ solo in una contesto
generale che si potrà affrontare il tema del consolidamento e del
riequilibrio del sistema pensionistico senza provocare una prospettiva
molto difficile per le giovani generazioni. |