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La crisi
di Taranto

Il dissesto e la rinascita possibile

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La crisi di Taranto

Il dissesto e la rinascita possibile

di Giovanni Rispoli

La data cruciale è il 17 ottobre 2006: giorno in cui il commissario straordinario Tommaso Blonda dichiara il dissesto finanziario del Comune di Taranto. Un dissesto comunque annunciato, prodotto dall’incredibile gestione della giunta di centrodestra guidata da Rossana Di Bello – erede non casuale dal telepredicatore Cito –. Gli appalti per i servizi, la spregiudicata gestione delle opere pubbliche, una deficitaria politica del personale del Comune – condita da stipendi assai generosi per la dirigenza – la pessima conduzione delle società partecipate, l’Amiu e l’Amat, questi i luoghi del malaffare e del saccheggio delle risorse cittadine.

“Un po’ un noir – ci dice Roberto Nistri, per anni docente presso il più prestigioso liceo cittadino, l’Archita, osservatore acuto delle cose di Taranto, curatore con il segretario Cgil Massimo Di Cesare del bel volume sulla storia della Camera del lavoro cittadina (Un Cammino lungo cent’anni) pubblicato dall’Ediesse in occasione del centenario Cgil –. Ma un noir in cui le vittime sono conniventi”. Alla ovvia domanda – com’è stato possibile? –, la risposta che Nistri ci dà è dunque molto secca. Affermare che i tarantini sono stati conniventi è un atto d’accusa indubbiamente forte. Non significa mettere tutto e tutti sullo stesso piano, certo; serve però a dirci come, dietro la fascinazione per la Di Bello e il suo berlusconismo in salsa locale, si fosse poi creato un corposo e diffuso sistema di clientes che, dai dirigenti del Comune o dalla società cui era affidata la riscossione dell’Ici, arrivava giù per li rami sino al modestissimo lavoratore dell’impresa di pulizia e al suo risicatissimo reddito: giusto per tappargli la bocca e garantirsene il voto. Il risultato, oltre 357 milioni di euro di passivo – al 17 ottobre, ma si presume che la cifra raddoppierà visto che i termini per la ricognizione della partita debitoria sono stati prorogati al 9 aprile –, con circa 3000 creditori per ora in fila a esigere che il Comune rispetti gli impegni. Un disastro.

Un disastro per le finanze, e un disastro per gli uomini in carne e ossa. I lavoratori dell’Amiu, la Spa incaricata della raccolta rifiuti, ad esempio; ovvero i “dipendenti di un’azienda che oggi – ricorda Filomena Principale, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil – a causa dell’elevato credito accumulato negli anni del centrodestra, versa in una crisi profonda”. Crisi in cui ai delicati problemi contrattuali ancora irrisolti – l’applicazione del contratto di Federambiente ai 200 lavoratori di Taranto servizi, partecipata del Comune entrata in Amiu – si aggiunge la preoccupazione per il lavoro, e il reddito, dei 44 dipendenti di Ecopolis, l’impresa cui era destinata la raccolta differenziata, chiusa in dicembre. Preoccupazione accentuata dal fatto che l’Amiu sembra ancora incapace di cambiare rotta. “Del resto – ricorda la sindacalista – se il cda è nuovo i vecchi dirigenti sono ancora tutti lì. In una situazione in cui il contratto di servizi siglato con il Comune serve appena a coprire gli stipendi”.

Stipendi che sono ormai un miraggio, invece, per i tanti operatori impegnati nelle cooperative sociali, costretti di fatto a un’opera di volontariato. E che presto si ridurranno, di numero, nel mondo – artificiosamente gonfiato – degli appalti per tutte quelle attività – pulimento, vigilanza, ristorazione – che rientrano nella categoria dei servizi. “Un settore – spiega Nicola Manganella, segretario generale della Filcams – già fortemente penalizzato da mille inadempienze, ma che ora deve fare i conti con il drastico ridimensionamento che la razionalizzazione prossima ventura comporterà”. Le cifre, da questo punto di vista, parlano chiaro: pulizia degli uffici comunali, dipendenti 233, ore settimanali medie lavorate 4812, ore settimanali del presunto nuovo appalto 1420; pulizia dei bagni pubblici: dipendenti 43, ore di ieri 1092, ore di domani 588; pulizia dei palazzi giudiziari: 71 lavoratori per 1750 ore che domani saranno 936; pulizia di scuole materne e asili nido: 126 per 2460 ore che dovrebbero diventare 1584. Il totale è 473 dipendenti impegnati per 10.114 ore destinate a dimezzarsi drasticamente (4528). Solo nelle imprese di pulimento. Perché poi bisogna aggiungere gli oltre trecento lavoratori occupati fra trasporto, servizio mensa, canile e così via, anch’essi destinati a ridursi.

L’ipotesi più ottimistica, fatto qualche conto, è che i posti di lavoro che si perderanno, alla fine, saranno perlomeno 600. Un problema enorme, come si può immaginare. Importante, per la sua soluzione, è stata sicuramente la conquista dell’indennità di mobilità in deroga per le imprese, appunto, di pulimento. Con la decisione di affidare a Italia Lavoro, per coloro che resteranno disoccupati, i necessari percorsi di formazione e riqualificazione professionale. Ma il maggio che si prospetta – mese a partire dal quale dovrebbero essere avviati i nuovi appalti e quindi il ridimensionamento del personale impiegato – non sarà, per la città, tempo di rose e fiori. “Governare il domani non sembra una prospettiva semplice” si osserva nella Camera del lavoro.

Sul domani, in ogni caso, la Cgil ha idee chiare. Le ha raccolte in una piattaforma articolata, divisa in otto capitoli, che provano a indicare i sentieri della possibile rinascita. Una sintesi è impossibile nello spazio di queste poche righe, vale la pena però indicare perlomeno i temi su cui la Cdl sollecita la riflessione e avanza le sue proposte – che presenterà in un’iniziativa pubblica, “La Cgil per Taranto città da (r)innovare”, il 16 marzo, presso il Salone di rappresentanza della Provincia –. Primo capitolo, non casualmente, quello della partecipazione. I tarantini hanno vissuto da spettatori, annota Gianni Forte, segretario generale della Camera del lavoro, il disastro che si è prodotto. Si tratta ora di capovolgere il rapporto con la cosa pubblica trasformando il municipio in una “casa della trasparenza”: strumento di questo progetto la rivitalizzazione dell’Urp, la pubblicizzazione degli atti del Comune, la carta dei servizi, il decentramento dei poteri verso le circoscrizioni, i laboratori di quartiere come sedi d’incontro dei cittadini. Un progetto che resterebbe monco, secondo punto, senza una riorganizzazione profonda della macchina amministrativa. Il caso Taranto è anche il prodotto di un patto scellerato tra politici e tecnici, di un tacito accordo, e di un aperto scambio di favori, tra ceto politico e amministrazione.

La prima preoccupazione, allora, deve essere il ruolo e l’assetto della dirigenza, a cui vanno dati autonomia e responsabilità. Quindi rinnovamento, com’è ovvio, e selezione mediante concorsi pubblici, accompagnati da “strumenti obiettivi di verifica e valutazione della qualità dei servizi” e da una diversa organizzazione dell’Ente comunale. “È in ogni caso decisivo – ricorda Principale – investire sul personale del Comune, valorizzandone le capacità entro le regole certe di un nuovo contratto decentrato”. Riorganizzazione che, terzo punto, dovrà ovviamente toccare anche le aziende partecipate, ovvero Amiu e Amat, a partire dalla rimozione di chi si è reso responsabile di atti che hanno danneggiato le aziende. E che dovrà avere al centro, per l’Amiu, la ricomposizione del ciclo completo dei rifiuti, al fine di allargarne l’ambito di attività; e per l’Amat il rafforzamento del trasporto pubblico urbano e la gestione integrata dei servizi non solo delle linee di bus ma anche ma anche di parcheggi e semafori. Amat e Amiu, aggiunge la Cgil, “costituiscono un patrimonio pubblico in termini di risorse umane, ma anche di strutture e servizi”; va perciò scongiurata “una logica liquidatoria sostenuta dalla necessità di incamerare risorse finanziarie”.

Logica liquidatoria che va evitata, quarto capitolo, anche per il lavoro dei servizi. La fine della prassi delle proroghe e degli affidamenti diretti, prassi che ha trasformato gli appalti in luoghi del malaffare e dello sperpero di denaro pubblico, è sicuramente un fatto positivo. Ma limitarsi a ridurre la spesa – ricorda opportunamente Manganella – oltre ai danni in tema di occupazione significherebbe deprimere la qualità delle prestazioni. Per questo il criterio di selezione nei bandi di gara non deve essere il “massimo ribasso” ma l’“offerta economicamente più vantaggiosa”. Insieme, bisognerà procedere alla ricollocazione di quanti perderanno il posto di lavoro. La questione del lavoro, e dei pericoli che si corrono, rimanda da un lato agli introiti del Comune, quindi a tasse e tariffe, Ici e Tarsu – quinto punto – e alla necessità di assicurare equità per gli strati più deboli della popolazione; dall’altro ai servizi sociali – sesto – sui quali bisognerà avviare il piano di zona già previsto e, in tema di reperimento delle risorse, coinvolgere le grandi imprese presenti nel territorio. Settimo tema, la riqualificazione urbana. Una questione delicata, che accanto al ripensamento di una città cresciuta in maniera “illogica”, ricorda la Cgil, lungo una direttrice estesa in maniera eccessiva e con vaste aree di degrado – ripensamento da sostanziare con un nuovo piano urbanistico generale – deve vedere un impegno forte per la soluzione del problema casa.

Ottavo capitolo, infine, lo sviluppo. “L’obiettivo che il Tavolo istituzionale per Taranto deve porsi è di consegnare alla città la capacità di proporsi come motore dello sviluppo, nonché di attrarre investimenti esterni”, sostiene la Cgil. Un obiettivo non da poco se, come osserva Nistri, una tara storica di Taranto è la “lieta dipendenza” nei confronti delle monoculture che ne hanno segnato lo sviluppo, le attività legate all’Arsenale prima, la siderurgia poi. E tuttavia da qui bisogna partire, dalle attività già presenti, se si vuol guardare con un po’ di ottimismo al futuro. Annoverando fra dette attività quelle, decisive, legate al porto, e aggiungendo un paragrafo ulteriore: l’ambiente. Più in dettaglio, e partendo appunto dalla questione del porto, la Cgil ricorda come, pur collocandosi al secondo posto in Italia per volumi di traffico, il sito di Taranto mantenga ancora una troppo forte impronta industriale. Bisognerà invece creare le condizioni per far crescere il traffico container, mettere il porto del capoluogo jonico in condizione di affrontare la sfida competitiva nel Mediterraneo.

Nel capitolo sviluppo ci sono ovviamente, e molto in dettaglio, tutte le questioni riguardanti l’Ilva e Eni; due realtà destinate a crescere ulteriormente, per fortuna – sia l’una che l’altra sono interessate da investimenti per 1 miliardo di euro –, ma che proprio in virtù della crescita prevista pongono al territorio problemi non indifferenti. Problemi che hanno che fare sia con la formazione di un sistema imprenditoriale locale sia con il tema, particolarmente delicato, della ecosostenibilità. Ulteriore paragrafo del capitolo dedicato allo sviluppo, l’Arsenale della Marina militare: uno stabilimento, afferma la Cgil, di cui occorre contrastare il declino chiedendo al governo uno specifico tavolo di confronto, e che può, deve, diventare il cuore di un vero e proprio distretto della navalmeccanica.

Ultimo ma non ultimo il capitolo ambiente. Una fortunata congiuntura ha voluto che, mentre le finanze pubbliche andavano a rotoli, a Taranto si andassero realizzando le condizioni per investimenti privati pari a 3,5 miliardi euro (alle somme previste per Ilva e Eni si aggiungono 1,5 miliardi per il porto). In un territorio già sottoposto a uno stress elevato occorre “una cabina di regia chiamata a esprimere valutazioni di carattere complessivo sulla base di un piano d’area dei rischi e delle emissioni”. Insieme, se in questo quadro diviene impraticabile l’ipotesi di un rigassificatore, si fa urgente un sistema efficace di monitoraggio. Per capire quali risultati dànno le intese in materia, per rendere partecipe la cittadinanza. Sotto quest’ultimo profilo può bastare anche un semplice dispaly, collocato in centro, per informare i cittadini. In sostanza, chiudere gli occhi di fronte al baratro, com’è accaduto a tanti, è un’operazione semplicissima. Rimettere in moto un circuito di una democrazia partecipata, abbattere il muro che divide i cittadini dal potere di governo, non sarà un’operazione semplice. Ricostruire intanto un minimo di trasparenza, in materia di ambiente come su mille altre questioni, potrebbe non essere poi così difficile.

(www.rassegna.it, Rassegna sindacale, marzo 2007)

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