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Previdenza integrativa / Il lavoro pubblico

Doppio regime

 

di Michele Gentile

 

Le diversità rispetto al privato e i problemi aperti. Fondi pensione ancora lontani dall’essere attuati. Una situazione che penalizza fortemente il settore

 

L’entrata in vigore del sistema di previdenza complementare nelle pubbliche amministrazioni a undici anni dalla sua introduzione è ben lontana dall’essere attuata. Il solo Fondo Espero, relativo al comparto scuola, ha concluso la fase transitoria e, dopo la recente tornata elettorale che ha visto l’affermazione della Flc Cgil, ha finalmente insediato il suo organo assembleare; ma nel suo operare ha dovuto confrontarsi con problemi ancora insoluti. Nessun altro Fondo ha visto la luce. Un accordo relativo a sanità, Regioni e enti locali è stato siglato a fine 2004 ed è ancora fermo prima per il disaccordo “illegittimo” di una parte datoriale e poi in attesa del definitivo parere favorevole da parte dei due comitati di settore. Un altro accordo possibile, relativo al Fondo ministerienti pubblici non economici è stato fermato sempre dal 2004 dal governo. Per gli altri mancano gli atti di indirizzo necessari per l’avvio della trattativa contrattuale presso l’Aran. Nel Dpef il governo aveva dichiarato di voler procedere a “rimuovere gli ostacoli che hanno impedito l’entrata in vigore dei due fondi”. Ma l’intenzione finora non si è concretizzata.

Dopo la finanziaria
Il quadro così delineato denota una situazione gravemente negativa per il lavoro pubblico e il segno di una differenza fortissima nel sistema previdenziale pubblico tra lavoratori privati e pubblici a scapito di questi ultimi. Le nuove normative presenti nella legge finanziaria per il 2007, che nei fatti anticipano a quest’anno la fruibilità del Tfr per la previdenza complementare e confermano misure fiscali più favorevoli rispetto al precedente regime, allontanano sempre di più i due regimi previdenziali rischiando di determinare un sostanziale doppio regime con un grave danno per la copertura previdenziale dei pubblici per i quali continuano a valere le precedenti normative, in assenza peraltro dell’attuazione della delega di “armonizzazione” per il lavoro pubblico contenuta nella legge 243/2004. Infatti la conferma della titolarità dell’istituzione dei fondi di previdenza complementare relativi alle pubbliche amministrazioni da parte dei contratti collettivi nazionali, ribadito dalla legge, non è stato accompagnato dagli atti formali del governo e delle altre parti pubbliche necessari per la definizione degli stessi contratti (continuano a oggi a mancare gli atti di indirizzo all’Aran). Analogamente per polizia, vigili del fuoco, personale della carriera prefettizia e della carriera diplomatica, oltre che magistrati e professori universitari. Così dall’1-1-2007 coesisteranno norme strutturalmente diverse tra pubblico e privato non risalenti a differenziazioni meramente temporali e che abbisognano di armonizzazione.

Le differenze
Quali le differenze? Alcune già note, altre nuove. Tra le prime: • il pubblico impiego è caratterizzato dall’indennità di fine servizio o buonuscita e non dal Tfr (previsto solo per i lavoratori assunti dall’1-1-2001); tale situazione esclude l’applicabilità del cosiddetto meccanismo del silenzio-assenso circa il conferimento del Tfr ai fondi di previdenza, previsto per i settori privati, tranne chiaramente che per gli assunti dal 2001. Per gli altri dipendenti delle pubbliche amministrazioni invece il meccanismo del silenzio-assenso viene sostituito dall’adesione espressa a un fondo di previdenza contrattualmente definito; l’adesione comporta la trasformazione dell’indennità di buonuscita in Tfr. Ne consegue che il meccanismo del silenzio-assenso non si applica alla quasi totalità del lavoro pubblico; • la fonte istitutiva dei fondi di previdenza complementare, che è esclusivamente quella del contratto collettivo nazionale; • la virtualità del Tfr nella quota datoriale, che pone problemi di fattibilità dei Fondi stessi in caso di mobilità tra pubblico e privato ( tema della portabilità), oltre che problemi specifici di “rendimento” delle stesse voci anche a regime; • la mancanza di armonizzazione delle voci retributive utili ai fini del Tfr tra i vari comparti pubblici e tra pubblico e privato; infatti non tutta la retribuzione è utile ai fini del Tfr; ciò determina un ulteriore svantaggio per il lavoro pubblico. Tra le seconde: • le questioni fiscali relative a prestazioni e riscatti, oltre che la stessa fattibilità dell’istituto dell’anticipazione, che , valide per i lavoratori privati, non sembrano allo stato applicabili nello stesso modo ai lavoratori pubblici, creando anche in questo caso un danno. Il quadro delineato mostra uno scenario fatto di differenze profonde che rischia di essere a scapito di tre milioni e mezzo di lavoratori pubblici. È bene rammentare come oggi l’anzianità media lavorativa per i dipendenti pubblici sia, secondo i dati del conto annuale per il 2005, di 18,1 anni per gli uomini e di 16,3 anni per le donne. Quindi, in base al conseguente regime pensionistico (contributivo e misto), tanti, in assenza della previdenza complementare, rischiano una prestazione pensionistica notevolmente inferiore.

Che fare?
La costituzione dei Fondi in numero ridotto rispetto ai singoli comparti e le aree di contrattazione è sicuramente “condicio sine qua non”; per questo non sono più accettabili i ritardi con i quali procedono le parti pubbliche. Una cabina di regia in tal senso può essere uno degli argomenti da porre all’ordine del giorno del confronto negoziale tra le organizzazioni sindacali e le organizzazioni “dei datori di lavoro pubblici” che deve portare a valutare la necessità di un nuovo accordo quadro con il quale procedere, da un lato, ad approfondire gli effetti del particolare meccanismo previdenziale per il pubblico e, dall’altro, procedere a una sorta di estensione delle normative ex 252/2005 in tema di fiscalità e portabilità con le necessarie peculiarità anche con provvedimenti regolamentari. Tutto ciò renderà certo ed esigibile il percorso di attuazione della previdenza complementare e renderà chiaro ai lavoratori la posta in gioco che riguarda il loro futuro

(www.rassegna.it, Rassegna sindacale, 7 febbraio 2007)

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