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Come abbiamo riconquistato il Protocollo

di Morena Piccinini
Segretaria confederale Cgil

Nel corso della settimana appena trascorsa ci siamo riconquistati il protocollo del 23 luglio. Non è qui il tempo e il luogo per discutere quanto abbia pesato l’errore dei tecnici e quanto la responsabilità dei politici, sta di fatto che il primo testo del disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri il 12 ottobre rappresentava un netto peggioramento del protocollo del 23 luglio. Infatti, pur avendo recepito modifiche da noi richieste, come quelle dell’abolizione del tetto dei 5.000 pensionati annui con lavori usuranti e quelle in materia di contratti a termine, peggiorava pesantemente quanto concordato in materia di azioni per ridiscutere il sistema contributivo con la garanzia di rendimento al 60 per cento per le future generazioni, di requisiti lavorativi per accedere ai benefici per i lavori usuranti, di riordino degli enti previdenziali e altro.

Solo la prontezza di Cgil, Cisl e Uil nel denunciare questi “errori” ha permesso di riaprire una discussione con il governo e di riconquistarci quei punti essenziali e qualificanti che avevano determinato una così grande prevalenza dei consensi nel referendum appena concluso. Anzi, possiamo dire che su alcuni aspetti, come quello del miglioramento delle finestre sui 40 anni d’anzianità e della definizione delle quattro finestre per le pensioni di vecchiaia, si è addirittura migliorato e precisato lo stesso protocollo, sciogliendo nodi che a luglio erano rimasti impliciti. Così come, nonostante sia rimasta la delega di tre mesi per definire con più precisione la normativa sui lavori usuranti, è impegno del governo lavorare in tempi stretti nella commissione con le parti sociali per definire al più presto tutti i punti rimasti in sospeso e garantire l’entrata in vigore al 1° gennaio dell’anno prossimo di tutti i provvedimenti necessari per dare certezza di diritto ai lavoratori coinvolti.

Allo stesso tempo si è contrastata la protervia di Confindustria, che voleva di nuovo imporre un punto di vista unilaterale sui contratti a termine, e si sono affrontati e risolti punti rimasti aperti nel testo del disegno di legge, come l’entrata in vigore della nuova disciplina in relazione ai contratti già in essere e la definizione dei lavori stagionali, che esigono una regolamentazione particolare.

Il punto politico più rilevante è che non solo si migliora in modo significativo lo stesso protocollo di luglio, proprio nella parte che per la Cgil era più critica, ma si sana finalmente il vulnus dell’accordo separato del 2001 in materia di contratti a termine, addivenendo a una formulazione condivisa tra tutte le parti sociali. Quanto accaduto conferma, semmai ve ne fosse stato bisogno, quanto sia avanzato ciò che abbiamo ottenuto durante la trattativa con il governo e le resistenze che ancora permangono in parti del governo medesimo, nonostante si siano assunti impegni ben precisi con le organizzazioni sindacali. Ma tutto ciò deve essere di monito anche per il futuro, perché rappresenta un rischio politico che continuiamo ad avere davanti anche durante il dibattito parlamentare, il rischio che parti più o meno ampie del disegno di legge siano oggetto di tentativo di manomissione, magari con la pretesa di “migliorare” l’accordo. Anzi, l’ambiguità del governo rimane proprio quando afferma che miglioramenti potranno essere portati dal Parlamento, quando tutti sanno bene che gli equilibri politici e parlamentari oggi non portano a una maggiore affermazione delle istanze delle forze della sinistra, ma semmai il contrario.

Oggi il governo deve essere garante e difensore del testo presentato in Parlamento. La garanzia che vogliamo è soprattutto verso quella corrente di pensiero, largamente rappresentata sia dentro l’esecutivo che nelle forze politiche della stessa maggioranza, che tende in ogni momento a ridimensionare la portata delle innovazioni, che continua a vedere nello Stato sociale uno dei capitoli dai quali drenare risorse, anziché agire con un forte investimento, che vede nel risparmio e nel recupero di risorse, nonostante gli impegni presi, un’occasione per ridimensionare il ruolo del sindacato e il valore di quanto trattato con il sindacato stesso. Perché, in fondo, quegli stessi “errori” di cui prima parlavo, in realtà non sono stati altro che un tentativo, peraltro maldestro, di ridimensionare quanto contrattato con le parti sociali e, di conseguenza, la nostra stessa credibilità, nonostante abbiamo il sostegno di milioni di lavoratori e pensionati che si sono espressi nelle assemblee e con il voto. Intenzione che è stata rispedita al mittente anche grazie alla capacità di risposta unitaria che abbiamo saputo dimostrare.

(www.rassegna.it, 23 ottobre 2007)

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