|
Nell’agosto 2004 “The Lancet Oncology”, una tra le
prime riviste scientifiche al mondo, ha pubblicato uno studio di
Alfredo Mazza, giovane ricercatore napoletano di Fisiologia clinica in
forza al Cnr di Pisa, intitolato “Il triangolo della morte”.
L’agghiacciante definizione si riferiva al territorio compreso tra i
comuni di Nola, Acerra e Marigliano, nel napoletano, nei quali si
muore di tumore con una frequenza ben più alta che nel resto d’Italia.
A dimostrarlo sono le statistiche degli ultimi anni: in questa zona
abitata da oltre mezzo milione di persone l’indice di mortalità per
tumore al fegato ogni 100 mila abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini
e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è del 14. La
mortalità è decisamente più alta che nel resto d’Italia anche per
quanto riguarda il cancro alla vescica, al sistema nervoso e alla
prostata.
Secondo lo studio del dottor Mazza, l’anomalo indice di mortalità per
cancro è conseguenza diretta dello smaltimento illegale dei rifiuti
nelle discariche abusive della zona, che in vent’anni hanno sepolto
sostanze cancerogene e radioattive che riemergono rientrando nella
catena alimentare: dai sali di ammonio ai sali di alluminio, dal
piombo ai copertoni che bruciano e sviluppano sostanze cancerogene.
Sepolte in questa zona ci sarebbero anche sostanze radioattive
provenienti da rifiuti speciali ospedalieri. Il tutto finisce sul
territorio e dunque sull’erba dove pascolano le pecore: un vero killer
per l’ambiente. Gli effetti tossici sull’uomo sarebbero di due tipi:
malformazioni fetali fino al mancato sviluppo di un organo, oppure
sviluppo di tumori, sia negli adulti che nei bambini. Gli organi
colpiti sono i più sensibili del corpo: vescica, fegato e stomaco,
dove c’è maggiore probabilità che la sostanza tossica entri
all’interno della cellula. Tra i 20 e i 40 anni il rischio leucemie e
linfomi, dunque, risulta più elevato.
È inoltre costante il pericolo diossina, che si trova in quasi tutte
le sostanze che vanno in combustione o che vengono sottoposte a
processo di degradazione. La diossina si fa sentire soprattutto sul
fronte delle falde acquifere: sono 79 i pozzi artesiani chiusi tra il
2002 ed il 2004 per inquinamento, con danni sia per l’agricoltura sia
per gli allevatori. Col passare del tempo la situazione non è
migliorata. Più recentemente, il 5 febbraio 2006, molti capi di
bestiame sono stati trovati morti avvelenati. Le autopsie effettuate
sugli animali hanno indicato la presenza di diossina nel cibo e
nell’acqua come causa della morte. Al momento, gli unici studi
esistenti sull’argomento sono una relazione tecnica del comune di
Acerra, risalente al luglio 2003, nella quale si afferma che il
livello di diossina sul territorio è di ben 53 picogrammi per metro
quadrato (un valore quattro volte superiore al limite consentito), e
una serie di analisi effettuate dall’Istituto Mario Negri di Milano,
che mostrano invece un’elevata concentrazione di diossine nel latte
ovino locale. Accanto al danno ambientale c’è anche quello economico:
gli elementi inquinanti contenuti nei rifiuti riversati nei corsi
d’acqua o occultati nei terreni rischiano di contaminare sempre più i
prodotti agricoli. Non a caso negli ultimi anni è insorta anche la
Coldiretti per difendere un territorio ancora libero da ogm e in grado
di soddisfare la crescente richiesta di cibi “sicuri”. Dopo 13 anni
dall’insediamento del primo commissario, dunque, quello dei rifiuti in
Campania si tratteggia sempre più come un problema strutturale che va
progressivamente trasformandosi in un vero e proprio disastro
ambientale. Di fronte a tutto ciò la politica locale arranca, mentre
la camorra imperversa. È ancora il caso di parlare di emergenza
straordinaria? |