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“Secondo i nostri studi preliminari i livelli di
occupazione hanno più da guadagnare che da perdere da un’ambiziosa
politica europea di riduzione delle emissioni, sempre che questa sia
perseguita in maniera intelligente ed equa. Il potenziale di creazione
di posti di lavoro in settori collegati alla prevenzione del
cambiamento climatico è enorme. Molti settori, tuttavia, potrebbero
essere colpiti dalla riconversione, e con essi i lavoratori. Per
questo occorre giocare d’anticipo con misure di supporto per i settori
emergenti e per quelli colpiti negativamente”.
Se da un lato questa affermazione del rappresentante del sindacato
europeo (Ces) alla conferenza sul
clima di Nairobi smonta uno dei
luoghi comuni legati alle politiche ambientali, quello secondo cui il
rispetto dell’ambiente comporta un blocco della crescita economica,
dall’altro mette in campo tutti i problemi legati al rispetto del
protocollo di Kyoto sulla prevenzione dei cambiamenti climatici.
La questione ambientale è stata riportata al centro del dibattito
internazionale non tanto dalla conferenza di Nairobi, quanto dai
risultati dell’imponente e inquietante ricerca pubblicata in novembre
dalla prestigiosa Sterne Review. Dai risultati del gruppo di
studi britannico, confezionati inizialmente ad uso del governo Blair,
si evincono i rischi della politica cosiddetta del “business as usual”
– (Bau), ossia l’atteggiamento di chi preferisce mandare avanti gli
affari senza preoccuparsi del futuro –, che porterebbe a ignorare il
problema e a mantenere i livelli di emissione dei gas nocivi come
quelli odierni. Secondo Sterne il prezzo da pagare sarebbe una
crisi come quella determinata dal crollo finanziario del ‘29, ma con
un impatto ancora più ampio in termini sia economici che umani, e
soprattutto a danno dei paesi poveri del mondo.
La rivista Sterne arriva a queste conclusioni combinando due
modelli di cambiamento climatico (basso, con un innalzamento della
temperatura di soli 2 o 3 gradi centigradi, e alto, che prevede un
innalzamento di circa 5 gradi), che a loro volta incrocia con tre
diversi scenari economici: dal più semplice, che prevede solo gli
impatti di mercato, a quello mediano, che considera anche i rischi
delle catastrofi ambientali, fino all’ultimo, che a questi due
elementi aggiunge gli impatti che non possono essere contabilizzati ma
di cui ogni governante dovrebbe tenere conto. I risultati delle
perdite medie nel livello di consumo pro capite riferiti a ciascuna
combinazione sono i seguenti: l’indicatore decrescerebbe del 2,1 per
cento nella migliore delle ipotesi (bassa temperatura, tenuto conto
solo degli impatti sui mercati), mentre lo scenario peggiore
provocherebbe una perdita del 14,4 per cento (temperature più alte e
modello più complesso).
La rivista indica poi delle possibili soluzioni. Tra queste vi è un
maggiore sviluppo del mercato delle quote di inquinamento, come
previsto dal Clean development mechanism annesso al protocollo
di Kyoto. Un’indicazione immediatamente messa in atto dai
rappresentanti dei paesi riunitisi a Nairobi, ma non priva di
critiche. Secondo il giornalista del Guardian, George Monbiot,
il meccanismo si configurerebbe infatti come un vero e proprio sistema
di “vendita delle indulgenze”, mettendo a disposizione dei paesi
industrializzati (e quindi ricchi e inquinatori) quote di inquinamento
che questi possono comprarsi con soldi oppure finanziando progetti di
sviluppo a basso impatto ambientale in paesi poveri. Un’occhiata ai
progetti di questo tipo, riportati nel sito della conferenza, sembra
dar ragione a Monbiot: è infatti la Gran Bretagna a spadroneggiare
nella lista, con progetti finanziati soprattutto nelle sue ex colonie,
e a riportare allo stesso tempo miseri risultati nel calo delle
emissioni in casa propria.
Fin qui gli impatti negativi. Ma la Ces e altri sottolineano le
possibilità di crescita legate alla produzione di energia da fonti
rinnovabili. Dati non ancora ufficiali, al momento sotto esame a
Bruxelles, prevedono una crescita delle possibilità di impiego
nell’Europa a 25 nel settore della produzione di energia elettrica da
fonti rinnovabili. Anche in questo caso sono tre gli scenari
considerati: il primo prevede una condizione di scarsa attenzione alle
questioni ambientali: nonostante ciò gli occupati nel settore della
produzione di energia elettrica “pulita” passerebbero dai 27.925 del
2000 ai 53.884 del 2020.
Un altro scenario (P&M Wuppertal) prevede invece che, per la stessa
data, si potrà arrivare a 87.120 occupati nel settore. Mentre questi
due primi scenari prevedono un contestuale calo degli occupati nei
settori più tradizionali, come quello legato al petrolio e al
nucleare, il terzo prevede una crescita dell’occupazione anche nel
settore dell’energia nucleare e circa 60 mila occupati nel settore
rinnovabile.
Sullo stesso piano si colloca il rapporto di Greenpeace “Elettricità
rinnovabile e posti di lavoro: prospettive globali e italiane”,
pubblicato sul sito italiano dell’associazione. Le prospettive di
crescita dell’occupazione nel solo settore dell’eolico, sempre
riferite a tre scenari, vanno da un minimo di 480 mila a un massimo di
1,44 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Per quanto
riguarda il settore del solare le proiezioni arrivano al 2025 e
stimano una crescita di circa 3 milioni di posti di lavoro. Tali
cifre, va detto, non sono al netto della contestuale perdita di posti
di lavoro nelle industrie inquinanti; ma le dimensioni del sottraendo
(ossia il numero di posti di lavoro persi nella produzione di energia
elettrica tradizionale) fa ben sperare: la differenza sarebbe comunque
positiva tanto per le nostre tasche quanto per i nostri polmoni. |