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Contratto del pubblico impiego / Raggiunto l'accordo

Una trattativa difficile

di Paolo Nerozzi
Segretario confederale Cgil

L’accordo raggiunto nella notte tra il 28 e il 29 maggio a Palazzo Chigi tra il governo e i sindacati per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego e della scuola ribadisce i contenuti di quello del 5 aprile e stanzia risorse aggiuntive per enti locali, sanità, università e ricerca (che, seppure in modi diversi, hanno problemi derivanti da patti di stabilità) in modo da permettere l’effettivo godimento almeno dei 101 euro medi degli statali, riparametrati per gli altri contratti. Gli aumenti entreranno in vigore da febbraio 2007.

L’intesa prevede anche che il 31 dicembre, una volta rinnovati tutti i contratti pubblici, e anche tutti i contratti privati, si modifichi, in forma sperimentale, da quattro anni a tre la cadenza dei contratti pubblici, per poi confluire nella più generale riforma della contrattazione. Una decisione che non interviene sul modello contrattuale ma che per il pubblico viene incontro a un problema effettivo che abbiamo avuto di fronte negli ultimi quindici anni: la sfasatura tra contrattazione quadriennale (seppure con i due bienni) e un Dpef che invece è triennale. Questo fatto e questa sfasatura – che peraltro venne già sottolineata nel pubblico all’epoca del 23 luglio – può produrre la perdita di un anno contrattuale, com’è avvenuto almeno tre volte negli ultimi quindici anni. Ovviamente questa sperimentazione apre un problema di verifica rispetto agli scostamenti dell’inflazione reale rispetto a quella su cui vengono rinnovati i contratti e di come rendere esigibile la contrattazione integrativa rispetto ai problemi della produttività.

La trattativa è stata assai complessa. Si è provato a utilizzare il tavolo del pubblico impiego per fare la riforma del modello contrattuale. Si è provato a separare il pubblico impiego dal resto del mondo del lavoro: la frase che parla di “confluenza nel modello contrattuale generale” non c’era. Si è provato anche a far perdere il 2008, che invece così viene recuperato. La soluzione che è stata trovata al tavolo di Palazzo Chigi, invece di prevedere, come in altre situazioni, l’allungamento del contratto, ha deciso la strada della sperimentazione, alla fine di tutti i rinnovi contrattuali, affrontando in questo modo due problemi veri: da un lato quella sfasatura cui accennavo prima; dall’altro il fatto che la contrattazione integrativa, non avendo prima un anno fissato, influiva in termini negativi sul monte salariale sia del primo che del secondo biennio, producendo elementi distorti sia per i lavoratori, sia, qualche volta, anche per la spesa pubblica.

Mi sembra giusto sottolineare anche come questa intesa, che prevede risorse aggiuntive per enti locali e sanità, non scarichi i costi dei rinnovi e della contrattazione di secondo livello su Comuni e Regioni, e quindi sui cittadini, attraverso la restrizione dei servizi o l’aumento della tassazione locale. Non sottovaluterei poi il fatto che con questo accordo viene sconfitta un’operazione di attacco al sindacato e alla Cgil che c’è stata nelle settimane passate. Non era scontata una chiusura positiva di questo negoziato. Si è sfiorata la rottura dell’unità sindacale e questo poteva avere effetti devastanti sia per i contratti dei privati, penso ai metalmeccanici, sia per il confronto sulle pensioni. E c’è stato chi, anche nel governo, ha perseguito questa rottura.

Questo deve innanzitutto rafforzare l’elemento unitario e deve farci riflettere sulla necessità di iniziative di mobilitazione per dare più forza alla nostra piattaforma unitaria, in un quadro politico come quello attuale che è in evidente fibrillazione. Da un lato infatti c’è il risultato elettorale, dall’altro c’è la discesa in campo del presidente di Confindustria.

Le elezioni ci parlano, a caldo e secondo le prime valutazioni degli esperti, di un’astensione che riguarda soprattutto le fasce più povere e gli operai, di un malessere del lavoro dipendente e dei pensionati nel Nord molto forte, che necessita di risposte sociali immediate; e insieme di una crisi istituzionale e della politica che ha bisogno di risposte molto forti anche sul terreno riformatore. Che investono i costi della politica. Che richiedono semplificazioni istituzionali (penso alle province e al loro superamento), per impedire che questo malessere si coaguli intorno alle forme populistiche o tecnocratiche alle quali pensano Montezemolo, da un lato, il professor Monti o il Corriere della Sera, dall’altro. In buona sostanza, credo che da un lato siano necessarie forme di redistribuzione del reddito a favore dei più deboli, dall’altro riforme istituzionali che non vadano nel senso della diminuzione degli spazi della rappresentanza quanto della semplificazione amministrativa e democratica, per rendere più leggibile e partecipato il percorso: il problema non è il consigliere comunale o regionale in meno, quanto l’abolizione delle province, degli enti inutili, della proliferazione di agenzie.

Per chiudere vorrei sottolineare – oltre al populismo di cui parlavo prima – come nella relazione di Montezemolo all’assemblea di Confindustria sia palese l’ingenerosità di una classe imprenditoriale che molto ha avuto e assai poco ha dato, soprattutto sul terreni della ricerca, dell’innovazione e delle condizioni di lavoro. C’è una grossa distanza tra le affermazioni del dottor Marchionne all’assemblea delle aziende metalmeccaniche torinesi, che si muovono su un terreno rispettoso del confronto, e quelle della maggioranza di Confindustria e del suo presidente, che si muovono in tutt’altra direzione.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, 29 maggio 2007)

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