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La parola “clava” ha fatto capolino, inaspettata, su qualche giornale
e in qualche commento in chiave laicista su quanto sta accadendo in
Vaticano. “ Il Papa usa la clava”, “La clava di Bagnasco più pesante
di quella di Ruini”. Non è piacevole, frasi che allontanano ogni
prospettiva di dialogo e rendono impossibile il confronto pur aspro.
Ostacolano anche un sereno ragionamento. Del resto parlano i fatti, e
i fatti ci dicono, da soli, che la stagione dell’alta intransigenza è
in piena evoluzione nella Chiesa di Ratzinger, di Ruini e adesso anche
di Bagnasco. Costui non è un clone ma un prim’attore, così si presenta
e occorre credergli. Qualcuno lo ha consigliato: più affabilità,
stessa durezza della proposta. La storia delle “cordate alternative”
che arrivano su in alto, fino a lambire le soglie della Curia, e di
converso delle “cordate perdenti”, è una storia che va lasciata ai
volenterosi. Il pontificato tedesco ha un volto e una robusta
consistenza. Il cammino che compirà, e quello già percorso, è sotto
gli occhi di tutti. Dividere è non solo una parola ma l’essenza stessa
di un cristianesimo che sa di fortezza, di difesa a oltranza. Fin qui
è il pontificato dei “no”, dei divieti e dei “consigli forti”. Si può
invocare il Concilio ma il ricevente, almeno questo!, può non essere
d’accordo.
Dunque il Papa. Ha colto l’occasione del Cinquantesimo dei Trattati di
Roma, l’Europa che affronta l’età matura e che vede i suoi vescovi
riuniti in Vaticano proprio per celebrare l’evento e ascoltare il
“punto” del loro capo. Ratzinger è apparso piuttosto sbrigativo quanto
ai risultati politici conseguiti in mezzo secolo, un “lungo cammino”
che “ha condotto alla riconciliazione i due polmoni, l’Oriente e
l’Occidente”. Mezzo secolo senza guerre, non era mai accaduto.
Tuttavia la partita si gioca, adesso, nel presente e soprattutto sul
futuro. Perché il mondo è cambiato, proprio a partire dall’Europa, e
la cosiddetta modernità presenta una cifra che al Papa non piace quasi
in nessun punto. Il crollo demografico: “Il continente sembra
incamminato su una via che potrebbe portarlo al congedo dalla Storia”,
quella con la S maiuscola, che affonda nelle “radici cristiane” come
“contributo a forgiare”, quindi un ruolo del cristianesimo “non
soltanto storico ma fondativo”. Nell’analisi del Papa prende rilievo,
decisivo, la questione dell’identità: “elemento essenziale
dell’identità europea è il cristianesimo, nel quale una vasta
maggioranza di europei continua a identificarsi”. Ma quale Europa
abbiamo oggi? Un continente preda del secolarismo e del relativismo,
sempre pronto a contestare i “valori universali”: “Questa singolare
forma di apostasìa da sé stessa, prima ancora che da Dio, non la
induce forse a dubitare della sua stessa identità?” Così facendo si
rischia con il credere che “il bene comune sia sinonimo di
compromesso”; il termine compromesso non comporta un peccato mortale,
anzi, è indispensabile quando si vuole ottenere “un bilanciamento
degli interessi”, però esso “si trasforma in male comune ogni
qualvolta comporti accordi lesivi della natura dell’uomo”. L’accusa è
rivolta alle “correnti laicistiche e relativistiche che negano ai
cristiani il diritto stesso di intervenire come tali nel dibattito
pubblico”.
A questo punto l’analisi del Papa cessa di essere tale e si trasforma
in appello, una sorta di chiamata alla lotta, essere cioè “presenti in
modo attivo” per “salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza”
ogniqualvolta “i diritti umani fondamentali fossero violati”. Non vi è
un riferimento specifico, ma Ratzinger allude alla questione
dell’assenza di un qualsiasi cenno alle asserite “comuni radici
cristiane” nel tormentato documento della carta costituzionale
europea. Una questione di improbabile soluzione, allo stato delle
cose. Negli ambienti della UE, e quasi in concomitanza con il discorso
del Papa, si fa sapere che “manca il consenso necessario” e che,
stanti le difficoltà generali, la cosa più importante, adesso, è
“evitare nuove divisioni”. Atteggiamento confermato, nella forma e
nella sostanza, dal documento votato dai capi di Stato a Berlino. Né i
rapporti tra Santa Sede e UE brillano in modo particolare, tutt’altro.
Anche a dimensione continentale i rilievi che più di frequente vengono
mossi alla Chiesa di Roma riguardano l’ingerenza dei vescovi ogni
qualvolta si cerchi di dare sistemazione giuridica ai temi etici “non
negoziabili”. Un alto esponente della curia, l’arcivescovo Dominique
Mamberti responsabile dei rapporti con gli Stati, ha fatto sapere che
“nelle ultime due legislature del Parlamento Europeo la Chiesa
cattolica e il Vaticano sono stati attaccati quasi trenta volte e
ingiustamente accusati di indebita ingerenza”. Controprova l’episodio
rivelato da Romano Prodi quando, all’atto di presentare un emendamento
appunto sulle radici cristiane nella Costituzione europea, si sentì
rispondere: “Rimettitelo in tasca, non lo possiamo discutere perché
c’è una storia che ci divide”. Un capitolo chiuso, grande il
rammarico, ma adesso, afferma Prodi, “occorre una laicità nuova, ciò
che mi preoccupa di più è il senso dell’assedio, dell’essere minoranza
che vedo nel mondo cristiano”.
E’ la grande rivincita, il sogno del Papa; o l’annuncio di una
battaglia, con tutte le regole della battaglia? Difficile dirlo. Ha un
timbro drammatico, ultimativo, il ricorso a un termine da decenni
scomparso come “apostasìa”, applicato poi a un intero continente,
quando irrompono nuove culture, nuove sensibilità, nuovi bisogni. Il
termine apostasìa definisce “l’abbandono formale della propria
religione.” Comunque un trauma. Nei Paesi integralisti è reato e come
tale viene punito. Fortunatamente non nei nostri. Ma l’articolo 18
della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo recita: “Ogni
individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e
religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o
credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in
pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo
nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei
riti”. L’Europa questo è, o vuole essere, al di sopra di ogni passato.
E dunque Angelo Bagnasco. L’attesa si scioglie in una prima presa di
contatto. Il viso affilato, modi e gesti essenziali, voce esile che sa
farsi ascoltare. Una mitezza che stempera l’evidente determinazione.
Non ha parlato di politica ma ha fatto politica, depurandola di alcuni
attributi tecnici. Ruini relazionava sulla “situazione del Paese” con
il piglio di un primo ministro. Bagnasco no, forse non lo farà mai. Ma
è come se lo facesse. Anzi di più. Pare impegnato nella ricerca di un
linguaggio più ecclesiale, lontano dal politichese ecclesiale, in cui
Ruini era clamorosamente versato.
Però, quando serve, la musica è la stessa, magari più convincente, o
più pericolosa, a seconda dei punti di vista. Alle strette: sui Dico è
stato di una chiarezza esemplare. Il disegno di legge del governo “è
inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano
sociale ed educativo”. Certo che va respinto e chi di dovere si attivi
fino allo spasimo. Il Family Day annunciato per il 12 maggio sarà “una
festa della famiglia come se ne sono avute in altri Paesi”. Magari in
Spagna è stato un gran successo e poi tutto è finito lì. In Italia no,
il Papa dice che il Bel Paese deve fornire l’esempio. E dunque “i
vescovi non possono che apprezzare e incoraggiare questo dinamismo
volto al bene comune”. Si sarà capito trattarsi del gran corteo di
Roma, il Family Day in piazza San Giovanni, in piena campagna
elettorale. Semplice coincidenza, beninteso, i tempi della Chiesa non
sottostanno ai tempi di Cesare. Sicuro, i politici cattolici sono
chiamati a fare la loro parte, che è parte essenziale. E’ un dovere.
Tutto sarà stabilito in una “nota pastorale”, vincolante sì, ma
“serena e autorevole”. Nessuno potrà ignorarla. Nell’intervista
concessa a Luigi Accattoli aveva detto: “Sarà una riproposta in chiave
pastorale, pacata ma chiara, di alcune indicazioni contenute in
istruzioni della Congregazione per la dottrina della fede pubblicate
nel 2002 e nel 2003. Se qualcuno si attende che la nota cali come una
clava è fuori strada”. E dalli con la clava! Comunque sarà discussa
collegialmente dai vescovi.
Collegialmente, ecco una parola accattivante mai messa troppo in
rilievo dal predecessore. Sia comunque santificato, Ruini, perché
sotto la sua presidenza la Cei ha compiuto il “grande balzo”, si
esclude qualsiasi assonanza cinese. Collegialità: e se i vescovi ne
spremessero ogni più reposto significato? Bagnasco ha proprio detto
“tutto nella logica e nello spirito della comunione”, e nell’
“esercizio effettivo della responsabilità collegiale”. Per saperne di
più bisognerà attendere l’autunno. Una novità vera, diciamo
procedurale, però c’è: prima di riunirsi in consiglio, il vertice
della Cei ha sostato in cappella per mezz’ora di adorazione
eucaristica. Quasi una purificazione. Come vuole Ratzinger: più
preghiera e più proclami. Si dice che Angelo Bagnasco abbia avuto tre
sponsor, oltre a sé stesso: nell’ordine Ruini, Ratzinger e il
segretario di stato Bertone, non senza attimi di tensione. Scelta
complessa e dalle molte implicazioni. |