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Il Papa all'Europa: è apostasia! Bagnasco all'Italia: guai ai DiCo.

 

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Vaticano, alta intransigenza

Il Papa all'Europa: è apostasia!
Bagnasco all'Italia: guai ai DiCo

di Frank Barretti

Il debutto del nuovo capo della Cei segue e amplifica la linea-
testamento di Camillo Ruini. Appare meno perentorio nell’eloquio, ma la sostanza è della stessa durezza. Anzi, va oltre. La conferma viene dall’emissione in tutta fretta della temuta nota impegnativa dei vescovi, sui Dico e quant’altro risulti difforme dal magistero della Chiesa. Recita il passo essenziale: il cattolico “non può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società”. E questo a parere non sindacabile dei vescovi. E’ un vulnus profondo che chiama in giudizio il rapporto Stato-Chiesa, così come fin qui si è sviluppato; e che favorisce i teorici dello scontro. Quanto al Family Day, “i vescovi non possono che esaltare il corteo di Roma”. Il rischio di collisione con la campagna elettorale amministrativa. Il centro-destra e i teodem esultano.
E’ già in atto l’uso politico della parola della Chiesa; ma, ben oltre le dichiarazioni ufficiali, è quello che la Chiesa vuole.

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La parola “clava” ha fatto capolino, inaspettata, su qualche giornale e in qualche commento in chiave laicista su quanto sta accadendo in Vaticano. “ Il Papa usa la clava”, “La clava di Bagnasco più pesante di quella di Ruini”. Non è piacevole, frasi che allontanano ogni prospettiva di dialogo e rendono impossibile il confronto pur aspro. Ostacolano anche un sereno ragionamento. Del resto parlano i fatti, e i fatti ci dicono, da soli, che la stagione dell’alta intransigenza è in piena evoluzione nella Chiesa di Ratzinger, di Ruini e adesso anche di Bagnasco. Costui non è un clone ma un prim’attore, così si presenta e occorre credergli. Qualcuno lo ha consigliato: più affabilità, stessa durezza della proposta. La storia delle “cordate alternative” che arrivano su in alto, fino a lambire le soglie della Curia, e di converso delle “cordate perdenti”, è una storia che va lasciata ai volenterosi. Il pontificato tedesco ha un volto e una robusta consistenza. Il cammino che compirà, e quello già percorso, è sotto gli occhi di tutti. Dividere è non solo una parola ma l’essenza stessa di un cristianesimo che sa di fortezza, di difesa a oltranza. Fin qui è il pontificato dei “no”, dei divieti e dei “consigli forti”. Si può invocare il Concilio ma il ricevente, almeno questo!, può non essere d’accordo.

Dunque il Papa. Ha colto l’occasione del Cinquantesimo dei Trattati di Roma, l’Europa che affronta l’età matura e che vede i suoi vescovi riuniti in Vaticano proprio per celebrare l’evento e ascoltare il “punto” del loro capo. Ratzinger è apparso piuttosto sbrigativo quanto ai risultati politici conseguiti in mezzo secolo, un “lungo cammino” che “ha condotto alla riconciliazione i due polmoni, l’Oriente e l’Occidente”. Mezzo secolo senza guerre, non era mai accaduto. Tuttavia la partita si gioca, adesso, nel presente e soprattutto sul futuro. Perché il mondo è cambiato, proprio a partire dall’Europa, e la cosiddetta modernità presenta una cifra che al Papa non piace quasi in nessun punto. Il crollo demografico: “Il continente sembra incamminato su una via che potrebbe portarlo al congedo dalla Storia”, quella con la S maiuscola, che affonda nelle “radici cristiane” come “contributo a forgiare”, quindi un ruolo del cristianesimo “non soltanto storico ma fondativo”. Nell’analisi del Papa prende rilievo, decisivo, la questione dell’identità: “elemento essenziale dell’identità europea è il cristianesimo, nel quale una vasta maggioranza di europei continua a identificarsi”. Ma quale Europa abbiamo oggi? Un continente preda del secolarismo e del relativismo, sempre pronto a contestare i “valori universali”: “Questa singolare forma di apostasìa da sé stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità?” Così facendo si rischia con il credere che “il bene comune sia sinonimo di compromesso”; il termine compromesso non comporta un peccato mortale, anzi, è indispensabile quando si vuole ottenere “un bilanciamento degli interessi”, però esso “si trasforma in male comune ogni qualvolta comporti accordi lesivi della natura dell’uomo”. L’accusa è rivolta alle “correnti laicistiche e relativistiche che negano ai cristiani il diritto stesso di intervenire come tali nel dibattito pubblico”.

A questo punto l’analisi del Papa cessa di essere tale e si trasforma in appello, una sorta di chiamata alla lotta, essere cioè “presenti in modo attivo” per “salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza” ogniqualvolta “i diritti umani fondamentali fossero violati”. Non vi è un riferimento specifico, ma Ratzinger allude alla questione dell’assenza di un qualsiasi cenno alle asserite “comuni radici cristiane” nel tormentato documento della carta costituzionale europea. Una questione di improbabile soluzione, allo stato delle cose. Negli ambienti della UE, e quasi in concomitanza con il discorso del Papa, si fa sapere che “manca il consenso necessario” e che, stanti le difficoltà generali, la cosa più importante, adesso, è “evitare nuove divisioni”. Atteggiamento confermato, nella forma e nella sostanza, dal documento votato dai capi di Stato a Berlino. Né i rapporti tra Santa Sede e UE brillano in modo particolare, tutt’altro. Anche a dimensione continentale i rilievi che più di frequente vengono mossi alla Chiesa di Roma riguardano l’ingerenza dei vescovi ogni qualvolta si cerchi di dare sistemazione giuridica ai temi etici “non negoziabili”. Un alto esponente della curia, l’arcivescovo Dominique Mamberti responsabile dei rapporti con gli Stati, ha fatto sapere che “nelle ultime due legislature del Parlamento Europeo la Chiesa cattolica e il Vaticano sono stati attaccati quasi trenta volte e ingiustamente accusati di indebita ingerenza”. Controprova l’episodio rivelato da Romano Prodi quando, all’atto di presentare un emendamento appunto sulle radici cristiane nella Costituzione europea, si sentì rispondere: “Rimettitelo in tasca, non lo possiamo discutere perché c’è una storia che ci divide”. Un capitolo chiuso, grande il rammarico, ma adesso, afferma Prodi, “occorre una laicità nuova, ciò che mi preoccupa di più è il senso dell’assedio, dell’essere minoranza che vedo nel mondo cristiano”.

E’ la grande rivincita, il sogno del Papa; o l’annuncio di una battaglia, con tutte le regole della battaglia? Difficile dirlo. Ha un timbro drammatico, ultimativo, il ricorso a un termine da decenni scomparso come “apostasìa”, applicato poi a un intero continente, quando irrompono nuove culture, nuove sensibilità, nuovi bisogni. Il termine apostasìa definisce “l’abbandono formale della propria religione.” Comunque un trauma. Nei Paesi integralisti è reato e come tale viene punito. Fortunatamente non nei nostri. Ma l’articolo 18 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo recita: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. L’Europa questo è, o vuole essere, al di sopra di ogni passato.

E dunque Angelo Bagnasco. L’attesa si scioglie in una prima presa di
contatto. Il viso affilato, modi e gesti essenziali, voce esile che sa farsi ascoltare. Una mitezza che stempera l’evidente determinazione. Non ha parlato di politica ma ha fatto politica, depurandola di alcuni attributi tecnici. Ruini relazionava sulla “situazione del Paese” con il piglio di un primo ministro. Bagnasco no, forse non lo farà mai. Ma è come se lo facesse. Anzi di più. Pare impegnato nella ricerca di un linguaggio più ecclesiale, lontano dal politichese ecclesiale, in cui Ruini era clamorosamente versato.

Però, quando serve, la musica è la stessa, magari più convincente, o più pericolosa, a seconda dei punti di vista. Alle strette: sui Dico è stato di una chiarezza esemplare. Il disegno di legge del governo “è inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo”. Certo che va respinto e chi di dovere si attivi fino allo spasimo. Il Family Day annunciato per il 12 maggio sarà “una festa della famiglia come se ne sono avute in altri Paesi”. Magari in Spagna è stato un gran successo e poi tutto è finito lì. In Italia no, il Papa dice che il Bel Paese deve fornire l’esempio. E dunque “i vescovi non possono che apprezzare e incoraggiare questo dinamismo volto al bene comune”. Si sarà capito trattarsi del gran corteo di Roma, il Family Day in piazza San Giovanni, in piena campagna elettorale. Semplice coincidenza, beninteso, i tempi della Chiesa non sottostanno ai tempi di Cesare. Sicuro, i politici cattolici sono chiamati a fare la loro parte, che è parte essenziale. E’ un dovere. Tutto sarà stabilito in una “nota pastorale”, vincolante sì, ma “serena e autorevole”. Nessuno potrà ignorarla. Nell’intervista concessa a Luigi Accattoli aveva detto: “Sarà una riproposta in chiave pastorale, pacata ma chiara, di alcune indicazioni contenute in istruzioni della Congregazione per la dottrina della fede pubblicate nel 2002 e nel 2003. Se qualcuno si attende che la nota cali come una clava è fuori strada”. E dalli con la clava! Comunque sarà discussa collegialmente dai vescovi.

Collegialmente, ecco una parola accattivante mai messa troppo in rilievo dal predecessore. Sia comunque santificato, Ruini, perché sotto la sua presidenza la Cei ha compiuto il “grande balzo”, si esclude qualsiasi assonanza cinese. Collegialità: e se i vescovi ne spremessero ogni più reposto significato? Bagnasco ha proprio detto “tutto nella logica e nello spirito della comunione”, e nell’ “esercizio effettivo della responsabilità collegiale”. Per saperne di più bisognerà attendere l’autunno. Una novità vera, diciamo procedurale, però c’è: prima di riunirsi in consiglio, il vertice della Cei ha sostato in cappella per mezz’ora di adorazione eucaristica. Quasi una purificazione. Come vuole Ratzinger: più preghiera e più proclami. Si dice che Angelo Bagnasco abbia avuto tre sponsor, oltre a sé stesso: nell’ordine Ruini, Ratzinger e il segretario di stato Bertone, non senza attimi di tensione. Scelta complessa e dalle molte implicazioni.

(www.rassegna.it, 29 marzo 2007)

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