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Spagna / Anniversario per le Comisiones Obreras

Trent’anni di libertà

di Guido Iocca

Nell’aprile del ’77, la centrale sindacale più attiva nella stagione della lotta al franchismo viene legalizzata assieme a Ugt e Uso. Il ricordo di Juliàn Ariza

 

Trent’anni vissuti alla luce del sole: tutti, senza eccezione, dalla parte dei più deboli, in prima linea nella difesa dei diritti delle classi sociali svantaggiate. Tre lunghi e intensi decenni di “libertà sindacali”: tanto è trascorso da quel 27 aprile del ’77, quando le Comisiones Obreras (Ccoo), al pari di tutte le altre organizzazioni dei lavoratori spagnole che si erano opposte al franchismo (in primo luogo la Ugt, legata al Psoe, e la Uso, d’ispirazione socialista libertaria) furono legalizzate. Un riconoscimento che, maturato con colpevole ritardo (a quasi due anni dalla morte del Caudillo),

permise la fuoriuscita dalla clandestinità di un numero consistente di dirigenti e quadri operai, i quali, a partire dalla fine degli anni quaranta (il primo sciopero “sotto la dittatura” è del ’47 e vede la partecipazione di circa 40.000 metalmeccanici di Bilbao), sfidando la dura repressione del regime, erano stati tra i principali protagonisti di un’esaltante stagione di lotte nelle fabbriche delle regioni più industrializzate del paese (Catalogna e Paesi Baschi, su tutte), finalizzate al miglioramento delle condizioni di lavoro e, naturalmente, al ripristino delle libertà.

Una delle figure di spicco di quella generazione di sindacalisti-resistenti è Juliàn Ariza, fondatore nel ’76, assieme a Marcelino Camacho e a Nicolàs Sartorius, del primo nucleo delle Ccoo (il suo ruolo attivo nel movimento operaio, anche come componente dell’esecutivo del Pce, gli costò quattro anni di duro carcere, dal ’67 al ’71). “La legalizzazione delle Comisiones rappresentò il punto d’arrivo di un lungo processo di lotte per la libertà, che in particolare per noi aveva comportato un duro costo in termini di repressione, pagata con il sacrificio di tanti e in certi casi addirittura con la vita di alcuni nostri militanti e dirigenti – sostiene Ariza, oggi presidente della Fundaciòn Primero de Mayo, insignito lo scorso 8 maggio dal presidente della Repubblica francese dell’onoreficenza di Cavaliere dell’ordine nazionale della Legione d’onore (“Un combattente per le libertà sindacali”, lo ha definito la motivazione ufficiale) –. Significò liberarsi formalmente della camicia di forza che aveva rappresentato l’obbligo dell’affiliazione ai sindacati fascisti, creati dal regime di Franco. Una ventata di novità positive culminata l’anno seguente con la messa a punto della nuova Costituzione spagnola, che all’articolo 7 riconobbe alle organizzazioni dei lavoratori uno status del tutto singolare, con scarsi precedenti nel resto del mondo, equiparabile in quanto a importanza a quello dei partiti politici. Un riconoscimento del ruolo da noi giocato sia nel movimento d’opposizione al franchismo che, successivamente, nella prima tappa della transizione alla democrazia”

Rassegna Rivendicativo, di classe, unitario, democratico, indipendente, partecipativo, di massa, di uomini e donne, sociopolitico, internazionalista, plurietnico e multiculturale. Così si descrivono, nel loro Statuto, le Comisiones. Quali di queste definizioni pensi non sia oggi più attuale? E quale ritieni debba essere rilanciata con ancora più forza?

Ariza Dei tratti identitari con cui il nostro Statuto definisce le Comisiones Obreras, tutti mantengono la loro forza e la loro attualità. Certo, alcuni di essi sono oggi talmente interiorizzati e fatti propri dalla società spagnola, che nessuno può avere intenzione di metterli in discussione. Mi riferisco in particolare alla definizione di sindacato “indipendente”. Al contrario,credo che concetti come sindacato “partecipativo” e “di massa” abbiano bisogno di essere rilanciati e maggiormente valorizzati. Penso si tratti di un problema di tutto il movimento sindacale, spagnolo e non, e alla cui base ci sono difficoltà reali, ma anche, in una certa misura, nostre responsabilità. Il fatto che si aumenti un po’ ogni anno la nostra platea di iscritti non giustifica il fatto che con ancora più determinazione e con ulteriore spirito di sacrificio si potrebbe incrementare la partecipazione dei lavoratori e l’aspirazione a un grande sindacato di massa.

Rassegna Le Comisiones Obreras sono state per molti anni legate a filo doppio al Partito comunista spagnolo, legalizzato anch’esso il 27 aprile di trent’anni fa. Quanto ha pesato questo vincolo, superato solamente negli anni novanta, nella mancata realizzazione di un’organica unità sindacale con la Ugt?

Ariza È difficile stabilire quanto abbia pesato il vincolo tra Ccoo e Pce nella mancata unità organica tra le due maggiori confederazioni sindacali. Anche perché la causa non è da ricercare solamente nell’anticomunismo di un ampio settore della socialdemocrazia spagnola, ma nel fatto che sia la Ugt che il Psoe, a causa del loro scarso apporto alla lotta contro la dittatura, erano arrivati all’inizio della transizione democratica con il timore che sul terreno politico si potesse giungere a una soluzione, per così dire, all’italiana: con i comunisti egemoni nella sinistra. Per non dire dell’altro timore, coltivato dagli stessi ambienti politici e sociali, relativo al fatto che nell’ambito sindacale si creasse una situazione simile a quella del Portogallo dopo la fine del salazarismo, quando aveva preso il sopravvento la cosiddetta unicidade sindical, anche qui sotto l’egemonia dei comunisti. Tutto questo aiuta a capire perché non fu possibile realizzare il Congresso sindacale costituente, proposto dai noi delle Ccoo fin dal ’66 con l’intento di costruire, non appena approdati in democrazia, un’organizzazione unica. Non c’è bisogno di sottolineare, naturalmente, che in quegli anni interessati a ridurre l’influenza dei comunisti, sia sul versante politico che nell’ambito del movimento sindacale, fossero anche i poteri economici e finanziari, assieme a tutti i potentati legati a vecchio regime e sopravvissuti alla fine di Franco.

Rassegna Le Comisiones a distanza di trent’anni. Quanto sono cambiate? E come definiresti il loro attuale ruolo?

Ariza Beh, non c’è dubbio che un certo cambiamento c’è stato, più o meno in parallelo con l’intera società spagnola. Per capire quanto, basterebbe ricordare l’evoluzione della nostra politica a partire più o meno dagli anni successivi al ritorno alla democrazia. Un esempio su tutti: la nostra posizione nei confronti del patto sociale che ha caratterizzato le relazioni tra capitale e lavoro nell’Europa occidentale tra gli anni cinquanta e settanta, per noi allora un vero e proprio “cedimento” sul terreno sindacale, in quanto in cambio di determinate concessioni in ambito lavorativo e sociale si lasciavano intatti i rapporti di forza tra capitale e lavoro. Ebbene, sono già parecchi anni che osserviamo che chi ha rotto quel paradigma di patto sociale è stato proprio il capitale, il cui interesse a ridurre diritti e conquiste storiche del movimento sindacale è più che noto. Ma non ci limitiamo a questo. Denunciamo da tempo anche il progressivo peggioramento delle tutele dello Stato nel determinare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati. Non può stupire, dunque, che oggi le Ccoo siano convinte sostenitrici del dialogo sociale e della concertazione, per il cui consolidamento nella pratica delle relazioni tra le parti ci sentiamo fortemente impegnati.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, giugno 2007)

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