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La Comunicazione della Commissione

Flexicurity, scontro in Europa
sulla libertà di licenziare

di Andrea Albertazzi

A seguito della consultazione lanciata con il Libro verde sul diritto del lavoro, lo scorso novembre, la Commissione europea ha pubblicato, il 27 giugno, l’attesa Comunicazione sulla flexicurity, formula magica dietro la quale si nascondono insidiose riforme del diritto del lavoro e della protezione sociale.

Il documento (titolato Verso principi comuni di flexicurity: più numerosi e migliori posti di lavoro attraverso la flessibilità e la sicurezza) non è vincolante da un punto di vista legale, ma all’interno dello stesso si legge che le linee guida delineate serviranno da base per un documento del Consiglio di fine presidenza portoghese (dicembre 2007) affinché gli Stati membri inizino ad applicare negli ordinamenti nazionali quanto “suggerito” dalla Commissione europea.

Inoltre tali orientamenti saranno inclusi nelle annuali linee guida per la crescita e l’occupazione fino ad arrivare ad un vertice a tre voci con le parti sociali per una discussione definitiva.

Questa nuova comunicazione della Commissione sembra ricalcare l’impostazione del citato Libro verde, a proposito del quale il giudizio delle organizzazioni sindacali è stato netto fin dall’inizio: l’attacco alla stabilità e alla protezione del lavoro non è la soluzione alle sfide della globalizzazione.

Nel recente documento, la Commissione indica alcuni “percorsi tipici” per aiutare gli Stati membri ad elaborare le loro strategie di flexicurity sulla base del rispettivo contesto nazionale. Ma leggendo il documento nel suo significato generale, l’idea che ci si fa è che il vero obiettivo sia una destrutturazione delle regole del mercato del lavoro attraverso una individualizzazione del rapporto e del diritto del lavoro e una facilitata “flessibilità in uscita”, ovvero una maggiore libertà di licenziamento al fine di aumentare produttività e mobilità.

È chiaro che il modello danese di flexicurity, cui spesso si fa riferimento, non è automaticamente esportabile negli altri stati dell’Ue, perché appunto è nato, maturato e si è evoluto in un paese specifico, contraddistinto da un diritto del lavoro e un ruolo delle parti sociali che si differenzia notevolmente da quello di altri paesi, per esempio dall’Italia. Rispetto a ciò, l’ex primo ministro danese e attuale presidente del Pse, Poul Nyrup Rasmussen, ha chiarito che parlare di flexicurity non significa permettere ai governi, specie a quelli di centro-destra, di forzare i lavoratori a essere più flessibili senza fare nulla per migliorare la protezione sociale.

La reazione immediata della Confederazione europea dei sindacati, rispetto alla Comunicazione della Ce, ha sottolineato la piena disponibilità a discutere un moderno approccio di riforme per investire nell’apprendimento, nell’eguaglianza di genere, nel dialogo sociale, nella contrattazione collettiva e in posti di lavoro di alta qualità. Allo stesso tempo, però, la Ces contesta alla Commissione l’attacco alla protezione e stabilità dei posti di lavoro, che sono un diritto fondamentale dei lavoratori e la base per una imprenditorialità produttiva.

Ribadendo il fatto che una seria flexicurity deve incorporare i due aspetti: flessibilità ma anche sicurezza, John Monks, segretario generale Ces, ha affermato che “come rappresentanti dei lavoratori siamo preoccupati per l’attuale espansione di lavori precari in Europa. Dare alle imprese più libertà di licenziamento, idea che pare essere il cuore della Comunicazione, avrà l’unico effetto di peggiorare le cose. Più numerosi e migliori posti di lavoro per tutti è la reale soluzione alla frammentazione del mercato del lavoro e alla esclusione sociale, e non più lavori precari per tutti”.

Nei mesi che verranno, e specialmente nel corso della presidenza portoghese, il dibattito sarà acceso: i sindacati europei dovranno vigilare su quanto verrà deciso e mantenere un dialogo specialmente col Parlamento europeo che, come sembra aver dimostrato con il recentissimo voto in commissione Occupazione, pare condividerne le preoccupazioni.

(www.rassegna.it, 3 luglio 2007)

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