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La flexicurity ai raggi X

Lisbona addio
Ma la nuova strategia è incerta

Flessibilità + sicurezza: è la nuova parola d’ordine europea. Ma siamo sicuri che funziona? A confronto due economisti (Marcello Messori e Bruno Amoroso) e un sindacalista (Walter Cerfeda)

di Martina Toti

In un libro pubblicato tempo fa, il sociologo americano Richard Sennett affermava che “la pratica della flessibilità si concentra soprattutto sulle forze che piegano le persone”. E parlava degli “uomini flessibili”: quelli “piegati”, appunto, dai cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro contemporaneo, dove l’espressione “tempo indeterminato” è stata rimpiazzata dalle parole d’ordine del nuovo capitalismo – “mobilità”, “rischio”, “incertezza”. Da qualche anno in Europa si parla di flexicurity; un neologismo che combina, quasi in un ossimoro, i concetti di flessibilità e sicurezza. Ma è un’unione davvero possibile? E a quale prezzo? Ne abbiamo discusso con Walter Cerfeda, segretario confederale della Ces, e con gli economisti Bruno Amoroso e Marcello Messori.

Dopo la pubblicazione del Libro verde sul diritto del lavoro nel novembre dello scorso anno e della comunicazione della Commissione sulla flexicurity in giugno, l’Unione europea si prepara a definire gli argomenti a favore di questa nuova formula e una serie di principi comuni per gli Stati membri. Dunque “la flexicurity – come conferma Walter Cerfeda, segretario confederale della Ces - è un’idea che sta diventando centrale nell’operato della Commissione europea. In un certo senso, sta sostituendo gradualmente la strategia di Lisbona che, a partire dal 2000, si era proposta di fare dell'Europa ‘l'economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo’”. Un’alternativa che non convince affatto Bruno Amoroso, docente di economia all’Università danese di Roskilde, secondo il quale l’introduzione della flexicurity in Europa deriverebbe dal “riconoscimento che la strategia di Lisbona si è rivelata inutile e impotente rispetto agli obiettivi di crescita e occupazione che si era prefissata”. Secondo Amoroso, insomma, “la flexicurity è un tentativo di rianimazione di quella strategia fatto con scarsa convinzione”.
 
La mondializzazione, la flessibilità della domanda e dell’offerta, le nuove forme di produzione del lavoro e le stesse tecnologie della comunicazione hanno cambiato radicalmente lo scenario lavorativo. Per questo, secondo Marcello Messori, la formula ibrida della flexicurity potrebbe essere “un tentativo interessante di combinare mobilità e sicurezza, se interpretata in senso proprio come accade in Danimarca; per farlo però non si può ricorrere a scappatoie: vanno investite moltissime risorse pubbliche, con ammortizzatori sociali molto estesi, per non dire universalistici, e un sistema di formazione permanente che permetta l’adeguamento delle risorse umane”. Ma il modello proposto dalla Danimarca non è una panacea. È Cerfeda a puntualizzarlo: “Sarebbe scorretto addossare alla collettività, come accade nel modello danese, tutti i costi e le conseguenze della flessibilità. A questo che è uno dei fondamenti teorici della flexicurity, bisogna in qualche modo rispondere: è vero che le imprese oggi si trovano a fare i conti con il mercato globale ma, in ogni caso, non vanno esentate dalle conseguenze che la flessibilità comporta”.
 
La flexicurity non funziona per tutti
Sulla base della sua esperienza in Danimarca, Amoroso illustra i risultati del caso danese: “Da anni circa un milione di persone (il 20% della popolazione) non considerate disoccupate e in età attiva vivono di redditi di trasferimento. La flexicurity funziona nel consentire rotazione nell’impiego tra i gruppi professionali più attivi, ma si rivela di scarsa efficacia nel garantire il reinserimento produttivo per gruppi professionali emarginati o per classi di età oltre i 45 anni”. Come spiega Messori, il contrasto che va composto è tra la mobilità delle risorse umane, dall’altro la loro valorizzazione, “perché la vera competitività si gioca sul fattore umano, o su quello che la teoria economica definisce capitale umano”. In altre parole, la flessibilità se “è intesa come modalità per contenere il costo del lavoro nel breve periodo, non è un fattore di competitività. Né è resa necessaria dal processo di unificazione dei mercati globali, perché contraddice e indebolisce la forza delle risorse umane, della loro formazione, del loro enorme potenziale”. Insomma un conto è la precarietà, un conto è una mobilità legata a un processo innovativo di grande portata. Anche per questo occorre - aggiunge Cerfeda – “sostenere la mobilità attraverso un processo di formazione che consenta una riconversione di qualità e garantisca un livello di welfare il più elevato possibile”.
 
Difficile applicarla in Italia
Secondo l’analisi di Messori per un paese come l’Italia si tratterebbe di ridefinire completamente le istituzioni del mercato del lavoro, che al momento sono tra le più deboli d’Europa per quanto riguarda la tutela della disoccupazione e la formazione dei lavoratori. “È un mito da sfatare – spiega Messori - quello secondo il quale, se miglioriamo un po’ il nostro sistema e un po’ i nostri ammortizzatori sociali, riusciamo a far funzionare la flexicurity. D’altro canto, ristrutturare a fondo il nostro apparato comporterebbe dei costi molto rilevanti e difficili da prevedere.” Ma la flexicurity è difficile da applicare in Italia anche per altre ragioni: “Il sistema – è Amoroso a parlare - esige una fiscalità trasparente, una pubblica amministrazione con una cultura di ‘servizio’ e del bene comune, e una coesione culturale e sociale che è possibile in paesi con forte omogeneità etnico-nazionale come la Danimarca. Si tratta di ‘sistema’ e non di ‘mezzi’ – precisa Amoroso -. Che senso ha parlare di flexicurity in un paese all’inseguimento del ‘tesoretto’ tenuto nascosto e usato come arma di ricatto e contrattazione partitica?”
 
I rischi della precarizzazione
Precarietà e precarizzazione del lavoro sono alcuni elementi chiave in gioco nel dibattito intorno alla flexicurity. A tale proposito Walter Cerfeda avverte che rafforzare la componente flessibile a discapito della sicurezza e delle garanzie, non parlare più di lavoro standard ma di semplici impieghi “sarebbe un errore, un regalo al liberismo, visto che nell’Europa a 27 gli elementi di precarizzazione del mercato del lavoro sono già in esplosione esponenziale”.
 
In effetti, gli ultimi dati diffusi da Eurostat e relativi al 2005 - quando l’Unione europea contava 25 stati membri - parlano di un tasso di occupazione del 63,8% con un lavoratore su sette impiegato a tempo determinato: nel 2005 il 14,5% della popolazione europea in età lavorativa – ovvero tra i 15 e i 64 anni – aveva un contratto temporaneo, un dato cresciuto rispetto all’anno precedente di quasi un punto percentuale. La mancanza di un diritto del lavoro unitario e, al contrario, la presenza di 27 mercati del lavoro con diritti asimmetrici incoraggerebbero, inoltre, le imprese a praticare una sorta di dumping sociale all’interno della stessa Unione europea. A questo proposito, in occasione del Congresso di Siviglia, la Ces ha proposto, come spiega Cerfeda, di “fissare uno zoccolo minimo di diritti valido per tutti gli stati membri, sulla base della Carta dei diritti fondamentali”; un altro fattore importante è poi la definizione del lavoro autonomo e di quello dipendente: “in molti stati, infatti, - spiega ancora Cerfeda - i contratti di lavoro individuali si stanno diffondendo tanto da rischiare di mettere in discussione anche i contratti collettivi e indebolire i diritti sindacali”.
 
Europa: armonia lontana
Eppure sembra che l’Europa abbia difficoltà ad approvare una piattaforma comune. Ad esempio l’opt-out della Gran Bretagna sulla Carta fondamentale dei diritti sollecita un’aspra riflessione a Bruno Amoroso: “La Gran Bretagna esercita un peso negativo sull’Unione europea perché spinge l’Europa verso orizzonti culturali ed economici atlantici, nemici del modello sociale europeo e di una politica economica e dei diritti di convivenza con l’Asia e con l’Africa”. Per chiedere all’Europa di intervenire in questa materia con una politica unitaria occorrerebbero, inoltre, risorse economiche che attualmente non sembrano disponibili. “Con le risorse attuali e senza un loro riallocamento, magari prevedendo dei tagli ai finanziamenti alle politiche agricole, – chiarisce Messori – mi sembra assai difficile che l’Unione europea riesca non solo a sollecitare ma anche a coordinare un progetto complesso come quello della flexicurity”.
 
Quello dei mezzi economici è, in realtà, un importante punto debole nella costruzione della flexicurity. “Tutti i suoi ingredienti hanno bisogno di risorse pubbliche tanto elevate da garantire alla collettività di gestire non solo la flessibilità ma anche la sicurezza - spiega Cerfeda -. Pensiamo al modello danese, che combina la flexicurity a un welfare elevato e a una tassazione tra le più alte in Europa. Eppure la tendenza europea odierna va verso una riduzione delle tasse. Al momento, la flexicurity come elemento capace di combinare flessibilità e sicurezza risulta di fatto impossibile da attuare”. Un’impossibilità che Bruno Amoroso giudica anche alla luce dei comportamenti culturali dei lavoratori, degli imprenditori e delle strutture pubbliche: “Da una parte, occorre una predisposizione imprenditoriale all’innovazione e al rischio aziendale che non rientra nei lidi della cultura italiana. Dall’altra i lavoratori, sia quelli riassorbiti sia quelli che restano disoccupati, devono pagare dei costi personali – dallo stress alla destabilizzazione familiare”.
 
Ecco insomma che, pur parlando della flexicurity europea, siamo tornati alla flexibility di Richard Sennett, quel concetto che un tempo serviva a indicare la capacità dei rami di un albero di piegarsi al vento senza spezzarsi e che poi è passato a indicare la capacità umana di adattarsi ai cambiamenti. Eppure tutto ha un prezzo se il titolo originale che Sennett aveva scelto per il suo libro è The Corrosion of Character - la corrosione della personalità -, benevolmente tradotto in italiano nell’espressione L’uomo flessibile. Cosa ne sarà ora dell’uomo flessicuro?

(www.rassegna.it, 4 settembre 2007)

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