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Mercato del lavoro

Flexicurity addio

La Commissione europea si accinge a mettere
in soffitta il Libro Verde sul lavoro

I sindacati europei sono molto critici sulla flessicurezza: affermano che verte essenzialmente sulla riduzione del livello del sistema di protezione dell’occupazione in Europa e propongono un’altra strada. La Ces dovra’ ripartire per dare forza all’obiettivo di un diverso modello di sviluppo che metta la “qualita’ del lavoro” al centro della strategia europea per l’occupazione

di Ornella Cilona

La Commissione europea, di fronte alle prese di posizione molto critiche assunte dai sindacati europei e da alcuni Stati membri, primo fra tutti l’Italia, si accinge a mettere in soffitta i contenuti del Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro, dove la flexicurity giocava un ruolo centrale. Ma che cosa vuol dire esattamente questo termine, spesso tradotto in Italia con “flessicurezza”? Si tratta di una strategia dell’Unione europea che punta da un lato ad aumentare la flessibilità del mercato, dell’organizzazione e dei rapporti di lavoro, dall’altro a innalzare la sicurezza dell’occupazione e del reddito per le fasce più deboli del mercato del lavoro. In pratica, dunque, secondo questa nuova strategia comunitaria va garantito non il posto di lavoro, ma l’occupazione, perché oggi non esiste più la fabbrica o l’ufficio dove si rimane fino alla pensione. La flexicurity può essere interna, se si tratta di favorire la mobilità da una mansione a un’altra in una stessa impresa, o esterna, se invece si passa da un’azienda a un’altra.

Il documento comunitario più recente sulla flexicurity è la comunicazione “Verso principi comuni di flessicurezza: posti di lavoro più numerosi e migliori grazie alla flessibilità e alla sicurezza”, pubblicata dalla Commissione europea lo scorso 27 giugno. Il testo propone otto principi comuni, che costituiscono dei punti di riferimento sui quali si chiede l’accordo degli Stati membri: 1) rafforzamento dell’attuazione della strategia per la crescita e l’occupazione e consolidamento del modello sociale europeo; 2) equilibrio tra diritti e responsabilità; 3) adattamento della flessicurezza alle diverse circostanze, esigenze e sfide che gli Stati membri si trovano ad affrontare; 4) riduzione del divario tra coloro che hanno un’occupazione atipica, a volte precaria, e coloro che hanno un’occupazione permanente a tempo pieno; 5) sviluppo della flessicurezza interna ed esterna, aiutando i lavoratori a progredire nella carriera sia all’interno dell’impresa che attraverso il mercato del lavoro; 6) sostegno alla parità fra i sessi e promozione delle pari opportunità per tutti; 7) definizione di un insieme equilibrato di politiche che promuova un clima di fiducia tra le parti sociali, le autorità pubbliche e gli altri interessati; 8) equa distribuzione dei costi e benefici derivanti dalle politiche di flessicurezza e contribuzione a politiche di bilancio sane e finanziariamente sostenibili.

Sono numerosi i punti deboli della comunicazione. Innanzitutto, approfondisce soprattutto il tema della flessicurezza in uscita, “ignorando quasi del tutto” com’è stato notato nella riunione organizzata lo scorso 13 settembre dall’ufficio giuridico, dal dipartimento Politiche attive del lavoro e dal Segretariato Europa della Cgil nazionale “gli altri aspetti di quella che dovrebbe essere la flexicurity, ossia la formazione (strategie integrate di apprendimento lungo tutto l’arco della vita), le politiche attive del mercato del lavoro e i sistemi moderni di sicurezza sociale”. Un altro aspetto preoccupante della comunicazione, e poco sottolineato, riguarda il fatto che propone una serie di indicatori in base ai quali valutare le politiche di flessicurezza, fra cui uno sulla rigidità della protezione dell’occupazione, elaborato dall’Ocse, l’organizzazione che raggruppa i paesi sviluppati. In pratica, la comunicazione mette in relazione la maggiore protezione dei lavoratori con una minore crescita dei posti di lavoro, dimenticando però che la stessa Ocse ha riconosciuto, anche se tardivamente, che non esiste alcuna prova che un allentamento delle tutele in materia di licenziamento porti a un incremento dell’occupazione. Infine, non risponde alla questione su come aumentare i diritti per i lavoratori atipici: “Anziché cercare di affrontare direttamente il tema delle tutele e delle protezioni per loro e per contenere i rischi di inaccettabile precarietà” ha spiegato la parlamentare europea Donata Gottardi nel corso di un recente convegno al Cnel “si propone una compensazione indimostrata e quindi un intervento di limitazione di quelle da tempo previste nel diritto del lavoro per il lavoro tipico”.

Un rapporto del gruppo di esperti istituito dalla Commissione europea in materia di flessicurezza, pubblicato contemporaneamente alla comunicazione, propone agli Stati membri quattro possibili percorsi per attuare concretamente la strategia comunitaria su questa materia. Il primo è quello di “ridurre le asimmetrie tra l’occupazione a tempo indeterminato e quella non standard attraverso l’integrazione dei contratti non standard nel diritto del lavoro, nei contratti collettivi, nella sicurezza sociale e nella formazione lungo tutto l’arco della vita, e di considerare come rendere l’occupazione a tempo indeterminato più attraente per le imprese”. Il secondo percorso proposto punta a “migliorare l’adattabilità delle aziende e dei lavoratori attraverso lo sviluppo e il rafforzamento dei sistemi di sicurezza sociale nella fase di transizione dalla disoccupazione al lavoro”. Il terzo percorso mira ad aumentare e a migliorare gli investimenti in competenza, contro i divari nelle opportunità e nella conoscenza, mentre il quarto è indirizzato a migliorare le opportunità di impiego per i beneficiari degli interventi, allo scopo di evitare una lunga dipendenza da politiche di welfare, rendere regolare il lavoro informale e costruire una maggiore capacità delle istituzioni al cambiamento. Ogni Stato membro può scegliere il percorso più adatto alla propria situazione specifica. Lo studio sottolinea, infine, l’importanza del dialogo sociale per attuare politiche di flessicurezza.

I sindacati europei, però, sono molto critici sulla flessicurezza “made in Bruxelles”. La Ces, in un commento alla Comunicazione, afferma, infatti, che essa “verte essenzialmente sulla riduzione del livello del sistema di protezione dell’occupazione in Europa. La Ces deve rispondere a quest’attacco difendendo il diritto al lavoro stabile quale diritto fondamentale dei lavoratori e promovendo un approccio brillante alla riforma piuttosto che una deregolamentazione quasi totale”. La Ces propone un’altra strada, indicata dalle raccomandazioni e dall’analisi sulle sfide del mercato del lavoro su cui si è accordata a metà ottobre con le tre associazioni europee dei datori di lavoro Ceep, Business Europe e Ueapme: “Oltre la flessicurezza” si legge nel documento delle parti sociali dell’Ue “il mercato del lavoro europeo affronta le sfide di migliorare notevolmente la qualità dei nuovi lavori, di creare più posti per mezzo della crescita e di politiche orientate all’occupazione dal lato della domanda e di promuovere e sostenere un dialogo sociale autonomo e parti sociali forti e rappresentative”. Cgil, Cisl e Uil, in un documento unitario, mettono in evidenza altri punti critici dell’approccio comunitario, come “l’assenza della responsabilizzazione del sistema delle imprese nei processi di trasformazione”, gli indicatori sbagliati e il mancato approfondimento del tema del difficile accesso al lavoro da parte delle donne.

Le posizioni della Commissione europea non piacciono troppo, oltre che alla Ces, anche a molti ministri del Lavoro degli Stati membri e al Parlamento di Strasburgo. Il giudizio negativo riguarda in particolare un’altra pietra miliare della strategia Ue per quanto riguarda le politiche per l’occupazione, vale a dire il Libro Verde “Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo”, pubblicato a novembre dello scorso anno. I ministri del Lavoro di 13 Stati membri, su spinta dell’Italia, hanno, infatti, firmato un documento comune a febbraio di quest’anno nel quale chiedono un nuovo slancio per l’Europa sociale: “Riteniamo” vi si legge “che l’Europa a 27 non può ridursi a una zona di libero scambio, ma deve assicurare l’indispensabile equilibrio fra libertà economica e diritti sociali”. Dal canto suo, il Parlamento europeo ha approvato lo scorso 11 luglio una Risoluzione sul Libro Verde, dove invita la Commissione europea a non considerare il contratto a tempo indeterminato come superato, in quanto non vi sarebbero prove del fatto che “riducendo la protezione contro il licenziamento e indebolendo i contratti standard si possa agevolare la crescita dell’occupazione”.

(www.rassegna.it, 26 novembre 2007)

LINK

Ue

Il testo della Commissione europea
sulla flexicurity

Il testo del Rapporto del gruppo di esperti europei sulla flessicurezza

Il documento dei Ministri dell’Unione europea

La Risoluzione del Parlamento europeo dell’11 luglio

Le osservazioni della Ces e di Cgil, Cisl e Uil